Bianca Pitzorno (1942) è un’autrice sarda, trapiantata a Milano che ha pubblicato nel corso della sua carriera autoriale oltre settanta opere. Nota inizialmente come autrice per l’infanzia, la scrittrice ha proposto anche romanzi per adulti. La sonnambula, ultima sua opera rientrata nei cinque finalisti al Premio Strega 2026, è un valido esempio.
Ispirato a una storia reale, il libro ruota intorno alla figura di Ofelia Rossi, pseudonimo di Immacolata Gigli. La donna opera a Donora (nom de plume di Sassari, città di origine della scrittrice). Il lavoro che esercita Ofelia è decisamente originale: è una medium. Bianca Pitzorno usa una narrazione decisamente particolare. La scrittrice si rivolge spesso direttamente al lettore, come spesso accadeva nei romanzi dell’Ottocento, esempio fulgido Manzoni, ma anche Collodi. Il libro risulta essere un’interessante commistione di generi, dal gotico alla Carolina Invernizzi, più volte citata, al romantico e persino al picaresco. Lo stile imita indubbiamente una narrazione alla quale il lettore moderno è poco abituato. Tuttavia traspare, nel linguaggio apparentemente semplice, una leggera ironia che fa superare persino le descrizioni più drammatiche.
Ofelia non è un personaggio realmente positivo. Pur essendo una donna indipendente ed intelligente che è riuscita a superare una situazione apparentemente con scarse vie di uscita, è in realtà piuttosto furba. Sfrutta infatti le debolezze di chi si rivolge a lei fingendo di poter essere in contatto con uno Spirito guida. Eppure la sua opera è tutto sommato positiva poiché riesce ad alleviare le pene di chi a lei si rivolge. La presenza dell’autrice aleggia nel libro e introduce un forte legame con la sperimentazione. Sicuramente Barthes e Calvino hanno fortemente ispirato queste connessioni.
La sonnambula è un romanzo decisamente lungo (416 pagine), ma comunque scorrevole grazie a una scrittura lineare e mai complicata. I punti di forza del romanzo si basano sulla figura della protagonista, donna che cerca di costruire la sua vita a discapito degli stereotipi e delle tradizioni. Per quanto concerne le figure maschili, l’autrice adotta un relativo manicheismo. Il conte Folco è furbo e malvagio quanto invece l’ingegner Corrado è buono ed empatico. Gran parte del romanzo scorre e avvince, ma, a metà libro il ritmo rallenta, gli intrecci secondari confondono e la conclusione, forse affrettata, come da tradizione ottocentesca (vedasi Jane Austen) può essere spiazzante o una decisa conferma. Il romanzo è un buon esempio della scrittura di Bianca Pitzorno, ma potrebbe risultare complicato per un lettore poco attento e abituato ad altro stile narrativo meno impegnativo.
Recensione del libro
La sonnambula
di Bianca Pitzorno
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La tecnica narrativa di Bianca Pitzorno, nel romanzo finalista al Premio Strega 2026
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