Tradotta, letta, citata, ritratta innumerevoli volte - ora scolpita, ora dipinta sui vasi di epoche quasi a lei contemporanee, poi ripresa e immortalata su decine e decine di dipinti - e poi studiata, analizzata a fondo, interpretata, ricostruita attraverso i frammenti delle sue opere (spesso tessere minuscole del puzzle dei suoi componimenti andati perduti, appena qualche termine sufficiente a renderla immortale) e, infine, immensamente amata da secoli; è Saffo, la poeta greca vissuta a cavallo fra il VII e il VI secolo a.C., il faro che accompagna Elisabetta Garieri nel suo A Lesbo con Saffo. Mito, splendori e vertigini, fra i più recenti volumi pubblicati nella collana “Passaggi di dogana” di Giulio Perrone editore.
Comunità, poeta, mito: un viaggio sull’isola greca
Le coordinate iniziali di un viaggio del genere hanno un incastro talmente potente da non poterlo scardinare, da doverlo accettare a testa bassa senza discutere troppo, senza pensare di fare altro: se si va a Lesbo, è di un mito che si va alla ricerca. Anzi, Cercasi mito disperatamente è il titolo che Elisabetta Garieri dà al capitolo iniziale, urlando tutta l’urgenza del compito, e rincara a pagina 16:
il mito […] in fondo cos’altro sono venuta a cercare, in Grecia, se non questo concetto dal significato sfuggente, magma impenetrabile di storie che si moltiplicano in modo esponenziale?
Eppure quest’entità polisemica non può funzionare se non si riescono a mettere in moto le sue componenti interne, se non si trascinano e fanno mulinare i tempi, se non si tiene enormemente conto dell’oggi. Elisabetta Garieri, classe 1988, lo sa bene; tutta la sua attività di traduttrice dal greco, è lei stessa a dircelo, nasce proprio da questo desiderio di “disperdere la coltre di nebbia che avvolge la Grecia agli occhi di molti”, al di là degli autori dell’epoca classica. Così, in compagnia di scrittori e scrittrici di grandissima caratura (Anne Carson e Odisseas Elitis in primis, e poi ancora Cusk, Cantarella, Kavafis, Yourcenar), queste pagine tendono fili fra le epoche e, soprattutto, ci parlano, oggi, di oggi.
Lesbo, la terza più grande isola dell’immenso arcipelago greco, è da sempre stata una meta. La terra che ha dato i natali a chi per prima ha imposto e inventato “nella storia della letteratura occidentale, il concetto di io poetico” è stato il punto di approdo di poeti e poete, donne trans e femministe. La posizione geografica l’ha poi, da qualche anno, gettata dentro la più bollente contemporaneità.
Un paradosso straziante. Così mi è apparsa fin da subito anche la fisionomia dell’isola, dove utopia e distopia convivono su sponde opposte: a ovest, nella comunità di donne, rivive il mito di Saffo; a est, con le migliaia di annegati, muore il mito dell’Europa.
Pellegrinaggi di nature diverse mescolano insieme l’eros e la disperazione, l’accoglienza e l’orripilante azione dell’innalzamento di mura. Risuona allora salvifico, fra la natura rigogliosa di questo prezioso ammasso di terra circondato dall’acqua, il senso della comunità. Elisabetta fa la spola fra numerosi incontri (accompagnandoci con lei fra commercianti, avventori e registi, attiviste e artiste, dai sacchi a pelo sul ponte dei traghetti ai tavolini del bar, sempre con un taccuino in mano) e ci descrive questo tentativo colorato e splendente di fare insieme, di stare insieme.
Alla figura di Saffo, d’altronde, è connesso il concetto di comunità femminile solidale e dai molteplici legami; e se questa philìa, questo “rapporto di reciprocità […] che può legare persone, divinità o anche entità politiche” fosse il grande lascito, il nucleo (o uno dei nuclei) del mito di cui è andata alla ricerca? Se lo smembramento, che tanto è presente nella cultura classica antica e in molte delle storie raccontate nel testo, avesse la capacità di far risaltare ancora di più la necessità e corrispettiva bellezza della rete solidale dell’accoglienza, della comunità?
Sono molte le forme d’amore che ho incontrato sull’isola
scrive Elisabetta Garieri; tutte percepite sottopelle da chi la legge.
L’intervista a Elisabetta Garieri
- Chi è stata Saffo? E perché la definisci una “figura liminare”?
Saffo è stata la prima poeta della letteratura greca, e quindi della letteratura europea, a dire “io” con una potenza che la rende già moderna – anche se nella poesia antica, che era sempre performance, l’io non corrisponde per forza, o non sempre, all’io autobiografico. Ed era una donna. Mentre Omero resta una figura evanescente, più mitologica che reale, sul fatto che lei sia esistita non ci sono dubbi. Certo, nel dire “io” l’ha preceduta Esiodo, e poi c’è stato anche Alceo, contemporaneo e conterraneo della poeta. Nessuno dei due, però, ha avuto la stessa influenza su letteratura e cultura dei millenni a seguire, con infinite riscritture a tutte le latitudini.
La vedo come una figura liminare perché era legata alla cultura della sponda opposta all’isola, cioè alla regione dell’Asia Minore che all’epoca si chiamava Lidia. Apparteneva quindi a una zona di contaminazione della grecità con altre culture. Liminare significa relativo alla soglia, che io immagino come la spiaggia da dove lei osservava sognante il mare, la luna e le stelle; incupita le navi da guerra; ansiosa l’orizzonte, aspettando il ritorno di quello scapestrato di suo fratello.
- Dove risiede la scintilla iniziale di questo binomio Saffo-Lesbo? Cosa ha preceduto cosa, l’amore per la poesia o il fascino per l’isola?
L’origine di tutto è l’amore per la lingua greca, per cui ho provato fin da bambina una sorta di attrazione innata. Sapevo già che l’avrei amata, prima ancora di cominciare il Liceo Classico. La scoperta della letteratura ha fatto il resto. Senza lingua e letteratura sull’isola non ci sarei neanche mai arrivata, anche se, poi, è stata una circostanza quasi casuale a rendere Lesbo il mio punto d’accesso alla Grecia e alla mia vita di oggi. E anche alla scrittura, aggiungerei, perché fin dal primo viaggio sull’isola ho sentito che dovevo trovare il modo di raccontarla.
- Il libro si configura a metà strada fra la guida sentimentale, il saggio e il diario di bordo, e l’impressione è che sia stato scritto in presa diretta, portandoti dietro un quaderno bianco e i libri giusti e sfogliandoli nel punto esatto dell’isola, in concomitanza ai giusti incontri - un incastro perfetto fra le fonti e i movimenti. Come hai proceduto alla sua stesura?
Ci hai visto giusto! L’ideazione però è stratificata nel tempo. Già dopo il primo viaggio, nel 2014, avevo scritto un articolo per una rivista francese – allora vivevo a Marsiglia – che poi, rielaborato, è confluito nel libro. Un paio d’anni fa sono andata a Lesbo appositamente per scrivere una bozza del progetto, guidata da un paio di letture in particolare: Eros il dolceamaro di Anne Carsone e Saffo, la ragazza di Lesbo di Silvia Romani. Ci sono andata con il mio quaderno bianco e mi sono seduta a descrivere una statua di Saffo che mi aveva particolarmente colpito – ce ne sono molte sull’isola. L’idea di fondo ha preso forma così. Poi mi sono rimessa a studiare Saffo e la sua ricezione, e quindi sono ripartita carica di libri – e di quaderni – per scrivere. Ho riempito due o tre quaderni di appunti e poi, quando sono tornata, li ho usati come base per la stesura vera e propria. La scrittura a mano, soprattutto mentre sono in movimento, per me è fondamentale.
- Nel tuo testo hai, con strabiliante potenza, sottratto il mito a quella che definisci una “passione necrofila per un’antichità sterile”. Potresti spiegarci l’espressione?
Come forse si intuisce, non mi ha mai entusiasmato la passione, piuttosto diffusa in Italia, che si limita alla Grecia “culla della civiltà occidentale”, con tutto l’immaginario di derivazione neoclassica legato a marmi e templi. Mi è sempre sembrato assurdo che ci fosse questa ossessione per una patria originaria di cui però si conosce solo il passato, e neanche tutto, ma solo un momento specifico, diciamo una manciata di anni, quelli della supremazia di Atene. Non si sa che il greco moderno è l’evoluzione di quello antico, senza una cesura così forte come quella che c’è stata tra il latino e le lingue neolatine. Anche io vengo da Lettere Classiche, ma ho presto sentito la necessità di capire cos’era successo in quel paese nell’enorme lasso di tempo tra la conquista romana nel 146 a.C. e il periodo, fino a qualche anno fa, in cui circolava l’espressione “fanalino d’Europa”… Per me la sfida era provare a dare degli strumenti per leggere la Grecia di oggi, pur partendo dall’antico, e se tu mi dici che ci sono riuscita non sai quanto mi fai contenta.
- Incontri, festival e una miscela culturale che, pur con la costa dello storico nemico greco a pochi chilometri, dissemina ovunque le testimonianze di una convivenza pacifica fra cristiani e musulmani. Qual è il segreto di Lesbo e cosa la rende una terra utopica, adatta a “rituali festivi” e “momenti comunitari”?
Forse il segreto di Lesbo è proprio la sua posizione geografica, periferica ma strategica. Non lontana da Smirne – grande centro della grecità per millenni –, è un’isola in cui buona parte della popolazione proviene da una storia di migrazione, elemento che forse tende a renderla più accogliente e aperta. Prima della distruzione di Smirne, nel 1922, era anche scarsamente popolata, da agricoltori per lo più. Oggi è uno dei luoghi meno turistici del paese, mentre c’è un’università abbastanza grande. Fin dall’antichità c’è poi una grande tradizione musicale, e la musica, si sa, è fatta di contaminazioni…
- Come appare l’Europa vista da Lesbo, questo spruzzo di terra dal paesaggio sempre più “queer” e di una “bellezza spaventosa” per gli eventi e i destini che gli turbinano tragicamente intorno? E cosa può insegnare l’isola al resto del continente, oggi?
L’Εuropa vista da Lesbo appare vecchia e sclerotizzata. Dall’isola potrebbe imparare la convivenza e soprattutto l’ascolto, abilità necessaria, d’altronde, alla musica e al canto. E così torniamo a Saffo, e al suo mitologico predecessore, Orfeo, che perse la sua amata perché non accettò di non voltarsi indietro, per assicurarsi che stesse bene anche lei.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Elisabetta Garieri, autrice di “A Lesbo con Saffo”
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