Se si deve dare un merito al cinema horror contemporaneo è questo: prendere le nostre paure, quelle che la grande letteratura aveva codificato secoli fa, e spogliarle di ogni sorta di romanticismo, mostrandocene solo il volto perturbante.
È il caso di Obsession, lungometraggio horror diretto da Curry Barker, che nel 2026 ha dominato il box office globale e che potrebbe puntare a qualche statuetta agli Oscar 2027.
Nato con un budget da film indipendente (750.000 dollari), il film uscito nelle sale italiane il 21 maggio 2026, è diventato un fenomeno con incassi sostanziosi in tutto il mondo. Eppure, dietro la tensione della pellicola, si nasconde la riscrittura radicale di un classico millenario che per noi occidentali ha il gusto romantico dei miti antichi: il mito di Pigmalione, contenuto nel Libro X delle Metamorfosi di Ovidio.
Laddove il poeta latino vedeva apparentemente solo il trionfo dell’arte e la vittoria dell’amore divino, Barker mette in scena il delirio del controllo e la depersonalizzazione dell’altro.
Nell’articolo analizzeremo queste due opere e come a distanza di secoli siano riuscite a parlarsi, seppur con risultati molto diversi.
Obsession (2026): trama del film e confronto con il mito di Ovidio
Per comprendere fino in fondo il parallelismo tra Obsession (2026) e il mito classico di Pigmalione, bisogna partire dalla trama del film. Il protagonista Bear (interpretato da Michael Johnston) è un commesso timido e introverso. Incapace di gestire la complessità e l’autonomia, ma anche il probabile rifiuto di Nikki (Inde Navarrette), la ragazza di cui è segretamente innamorato, Bear ricorre a un antico oggetto esoterico, One Wish Willow, un bastoncino che, spezzato mentre si pronuncia ciò che si desidera di più, lo realizza. Il desiderio di farsi amare da Nikki si avvera e lei si trasforma in una presenza ossessiva e letale, privata della propria identità.
Nelle Metamorfosi, l’antico scultore cipriota Pigmalione compie lo stesso processo psicologico. Disgustato, infatti, dalle donne reali della sua epoca (le Propoetidi), decide di ritirarsi nella solitudine e di plasmare una statua d’avorio di eccezionale bellezza. La statua perfetta, però, resta di avorio: sarà Venere, come vedremo, a farla diventare carne, priva di voce, di passato, e di pretese: è una lavagna bianca su cui l’uomo proietta e crea il suo ideale.
Sia nel film del 2026 che nel testo ovidiano, il desiderio maschile non tollera l’attrito della realtà: esige una sottomissione estetica e comportamentale totale. Nikki smette di essere sé stessa per diventare l’opera d’arte vivente di Bear, una statua d’avorio contemporanea vestita però solo di traumi e di proiezioni del suo creatore.
In entrambe le storie, il desiderio non si realizza da sé, ma ha bisogno di un tramite che ha natura magica, che nelle Metamorfosi è Venere. Pigmalione, durante la festa della dea, prega perché gli sia concessa una donna simile alla sua statua. La dea risponde con un segno: la fiamma dell’altare si alza tre volte. Tornato a casa, lo scultore bacia la statua d’avorio e la sente sciogliersi fra le dita come cera.
Nel film il tramite magico è un oggetto, il bastoncino, che Bear spezza pronunciando il desiderio perché l’incantesimo faccia il resto. Ciò cambia radicalmente la natura dei due patti: quello di Ovidio è sancito da una divinità, così la preghiera diventa un atto di devozione e la metamorfosi un dono, e tutto assume l’aria di una ricompensa. Il gesto di Bear, invece, non ha garanti, si tratta semplicemente di un meccanismo che esegue alla lettera ciò che gli viene richiesto, senza curarsi di ciò che quel desiderio comporta. Così, mentre Ovidio crea un rito, il regista rende la magia una facile scorciatoia.
Il volto oscuro della Galatea contemporanea nel film Obsession(2026)
C’è un dettaglio molto interessante su cui è necessario porre l’attenzione: Ovidio nelle Metamorfosi non conosce il nome della fanciulla. La “donna d’avorio” nel testo non lo possiede. Galatea come nome arriva solo nel Settecento grazie a Jean-Jacques Rousseau e, curiosamente, racconta già tutto: viene dal greco gála, “latte”, e significa letteralmente “bianca come il latte”. Al tempo stesso il riferimento è alla figura etimologica di Galatea, la Nereide (ninfa del mare) simbolo della bianca spuma marina e del mare calmo.
È il candore dell’avorio, ma anche quello di una pagina ancora da scrivere, di un essere privo di volontà, pronto a essere plasmato nella forma che l’altro vorrà darle. Barker ribalta questo candore nel suo opposto. La sua Galatea non è un’opera compiuta, è un semplice prodotto del desiderio di Bear. Il candore si sporca di tinte nere e chi pretendeva una pagina bianca da scrivere si ritrova con qualcosa di già scritto che non si può più cancellare.
Qui risiede la vera intuizione di Barker, nel terzo atto della pellicola: nel testo ovidiano, la statua si trasforma in carne e si sottomette; nel film, Nikki si ribella alla costrizione della sua genesi. Non si limita a subire la metamorfosi, la rovescia sotto forma di violenza cieca, diventando carnefice del suo stesso creatore. Nikki è insieme vittima e attrice della propria vendetta, spogliata di ogni identità, eppure capace di restituire la violenza che l’ha generata. È in questa doppiezza che il film trova il suo orrore. Il mostro, come suggerisce la pellicola, non è la donna mutata, ma il desiderio assoluto e patriarcale dell’uomo che ha preteso di possedere la sua identità; la violenza di Nikki è la punizione della hybris del ragazzo, la tracotanza di chi pretende di essere pari agli dèi.
Obsession (2026): la morale a confronto con il mito di Pigmalione
Se il mito ovidiano si chiude con una risoluzione positiva (la nascita della figlia Pafo e l’armonia familiare tra lo scultore e la sua “statua”), l’horror di Curry Barker non concede alcuna consolazione.
La distanza tra queste due opere evidenza il cambio di passo della nostra sensibilità culturale in quanto in Ovidio la cancellazione dell’autonomia femminile non veniva avvertita come una colpa, bensì come il meritato coronamento della virtù artistica e religiosa dell’uomo; il desiderio maschile, infatti, se puro e devoto ha il potere di umanizzare persino la materia inanimata. L’horror contemporaneo agisce come un correttivo etico e attua un’operazione completamente diversa e il film punta a smascherare l’ipocrisia di questo dispositivo culturale. Il desiderio di Bear nel film è condannato, non premiato. Trasformare l’altro in qualcosa che si desidera non porta al miracolo, ma a distruggersi reciprocamente. Resta una domanda: perché oggi abbiamo bisogno di vedere punito il desiderio di possesso? Forse perché viviamo in un tempo che ci offre l’altro come qualcosa da scegliere, filtrare, scartare, e che ci ha abituati a pensare che ogni desiderio meriti di essere esaudito. Il film raccoglie questa fantasia e ci ricorda che tutto presenta un conto da pagare.
La punizione di Bear diventa così la nostra: il doloroso promemoria che l’altro non è mai una materia da plasmare e che l’amore, per rimanere tale, deve prima di tutto essere libero.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il mito di Pigmalione nel film “Obsession”: come l’horror ha riscritto Ovidio
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