Due giovani studenti universitari non ce la fanno più con i socialmedia e tutto quello che ruota intorno a internet; incoraggiano così i giovani a buttare i telefonini digitali per ricevere solo telefonate e sms. Ma scoprono anche che internet fa parte di un sistema che non può più essere cambiato. Questa la trama de I disconnessi di Davide Ficarra, edito nel 2025 da Arkadia.
L’intervista a Davide Ficarra
- Come ci si sente dopo aver scritto sui socialmedia in modo molto netto, con una copertina del libro che vibra di felicità adolescenziale? Scelta dall’editore?
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Il libro in realtà l’ho finito di scrivere alcuni anni fa, spinto dalla necessità di proporre un ragionamento attorno la socialità virtuale e le sue conseguenze. E sì, la copertina l’ha scelta l’editore e a me piace molto.
- Che cosa è la disconnessione, in buona sostanza?
Spostare la socialità dal terreno virtuale a quello fisico, con tutto ciò che ne consegue.
- Lei ha tenuto lontano il romanzo da toni apocalittici e ci racconta delle giornate di Ian e Matteo, che continuano a studiare all’università, nonostante siano i precursori della disconnessione. Ho capito male?
Sì, i due protagonisti del romanzo continuano a vivere normalmente, almeno all’inizio. Non ci sono toni apocalittici, ma la spirale di azione e repressione attuata dal potere è abbastanza angosciante.
- Lei ha scritto pagine molto belle sull’erotismo tra i due giovani, Ian e Violet, ma lascia solo quelle, perché poi la passione finisce e si ritorna alla disconnessione, che ha avuto un successo insperato.
I Disconnessi è anche un romanzo di formazione; la passione tra Ian e Violet nasce grazie alla disconnessione e per un bel pezzo si nutre di essa, diventa un progetto condiviso.
- La parola l’ha scritta lei: luddisti, poco propensi a maneggiare con la digitalizzazione, ma poi smentisce che i due ragazzi siano nostalgici del tempo che fu. Però aiutano gli altri a piantare patate. C’è molta confusione nella testa degli ideatori, in particolare di Ian. È uno snodo importante. Come ha fatto?
I Disconnessi usano le tecnologie, non sono fautori di un ritorno al passato, non odiano le macchine, navigano in rete. La loro socialità si arricchisce grazie alla partecipazione a un movimento di massa, e la costituzione di una cooperativa agricola si inserisce dentro la visione di critica generale alla società dei consumi che via via vanno elaborando nel corso della loro crescita politica.
- Non crede che il sistema è a tal punto innervato nel mondo, ma soprattutto in noi stessi? La pandemia doveva all’incirca servire per riprendere a modello la comunità, mentre almeno in Italia non è avvenuto nulla, con un governo che minimizza il virus ancora in circolazione. È d’accordo o no?
Sì, siamo noi che cibiamo i mostri che causano il nostro malessere, e anche se a volte ne abbiamo consapevolezza, siamo troppo pigri per percorrere una strada in salita quando ce ne sono tante all’apparenza meno faticose ma che ci portano nella direzione sbagliata.
- Quali libri ha letto durante la stesura, o anche prima o dopo?
Ho letto molti articoli in rete, poi i libri Taz di Hakim Bej, Il barone rampante di Italo Calvino e la trilogia Memoria del passato della terra di Cixin Liu.
- Ha avuto un’infanzia religiosa? Ha mai sofferto un dolore che non ci deve dire? Cosa si aspetta dai prossimi vent’anni, personalmente e globalmente?
No, non ho avuto un’infanzia religiosa. E mi aspetto di essere ancora vivo, in buona forma ed intellettualmente lucido.
Recensione del libro
I disconnessi
di Davide Ficarra
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Davide Ficarra, autore di “I disconnessi”
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