- Autore: Judith Hermann
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: L’orma editore
- Anno di pubblicazione: 2026
Il passato di mio nonno nelle SS è un segreto noto a tutti: esiste e al contempo viene negato.
È nel segno di un ossimoro e di un contrasto che prende avvio il nuovo romanzo della scrittrice tedesca Judith Hermann Indietro nel tempo, portato in Italia nel catalogo delL’orma editore (2026) con la felice traduzione di Teresa Ciuffoletti, che ha anche firmato la resa in italiano dei due precedenti volumi della scrittrice berlinese classe 1970, L’amore all’inizio (L’orma, 2018) e A casa (Fazi, 2024). Ed è nella continuazione di questa vertiginosa collisione e, insieme, indissolubile copresenza di opposti che si articolano le intense centotrenta pagine di un testo che, fin dalla copertina, viene presentato come il “romanzo familiare di una reticenza collettiva”.
Non è facile ricevere in eredità, anche se da un nonno mai conosciuto, la macchia indelebile della sua partecipazione all’orrore più imponente del ventesimo secolo; pungola l’animo, fa star scomodi. Ed è per questo che l’autrice, armata di pochissimi dati e di troppe reticenze, parte per la Polonia, a Radom, cittadina che sotto l’invasione tedesca conobbe la nascita e la disumana distruzione di un ghetto e dove la figura dell’antenato si è fatta scattare la foto di cui Judith Hermann è entrata in possesso. I presupposti non sono dei migliori; la coltre di silenzio tiene a braccetto una scarsità enorme di informazioni, e la reticenza della madre sulla sua propria infanzia si acuisce quando soccombe a un attacco di “amnesia globale transitoria”, riportando il nome clinico usato dai medici.
È stata la sua amnesia a far sì che andassi in Polonia.
L’accoglienza della cittadina polacca non è delle migliori, e le ricerche si rivelano infruttuose. A differenza dei numerosi romanzi di stampo simile, dove l’aura dei luoghi e incontri fortuiti si rivelano rampe di lancio per il dissotterramento della verità, quello descritto da Judith Hermann è il ritratto di una sconfitta, che si muove a doppio binario: da una parte quasi l’impossibilità di ritrovare il passato, dall’altro lo stesso rovello della scrittura, che sembra impantanarsi in un vicolo cieco senza possibilità di manovra.
Ad ogni modo, io a Radom ci provavo a scrivere qualcosa, s’intende. A scrivere frasi più lunghe sul mio viaggio. […] Un testo riuscito su un viaggio del genere sarebbe stato comunque infelice, per forza sbagliato, non si può scrivere un testo riuscito su un nonno che con ogni probabilità ha preso parte alla creazione e allo sgombero di un ghetto, a uno sterminio. Cosa si può esprimere, nulla si può esprimere. Chiaramente era altrettanto impossibile ammetterlo a cuor leggero. Non trovavo un punto di vista da cui osservare la mia posizione con distacco, che punto di vista avrebbe dovuto essere, non ce n’era uno. […]
Chi ero, io, a Radom – ero un’autrice e non lo ero, una figlia ormai cresciuta, una nipote, una donna con dei genitori anziani, dei nonni defunti, ero forse vecchia.
Certo che ero vecchia.
Ho chiuso il portatile e sono uscita.
Sta tutta qui, la potenza di Indietro nel tempo, un testo pieno di domande ma senza un singolo punto interrogativo che si interroga, senza trovare risposte, sulla coabitazione di oblio e memoria, sulle falle del ricordo, sulle cose che sono state, che non sono più e che rischiano di restare in questo limbo, senza possibilità di recupero. È su questi cortocircuiti, inoltre, che continua il viaggio dell’autrice quando, abbandonando la Polonia e salendo e scendendo da numerosi treni, raggiunge Napoli, dove la sorella vive oramai da anni insieme al marito e ai due figli. Anche questo soggiorno, così diverso per intenzioni e clima, rimbomba delle eco del passato: una casa sulla quale aleggia l’assenza della vecchia proprietaria, fra i suoi suppellettili e quadri ancora in bella mostra; una sorella archeologa, dimentica di alcune scene dell’infanzia ma lucidissima su eventi minimi che l’autrice non ricorda; i resti di Pompei; tutta un’accozzaglia di archivi e impossibilità di archiviare incatenano la voce narrante, che sa tradurci lo spaesamento di qualsiasi viaggio nel tempo.
I ricordi che mi sarebbero rimasti di lei [la madre] superavano di parecchia anni quelli che lei aveva di suo padre, dovevo sforzarmi per riuscire a comprenderlo appieno. Mia madre non aveva avuto il tempo di creare un archivio di suo padre, se n’era andato prima che lei potesse farsi delle immagini, formulare dei giudizi. […] quel che mia madre aveva da dire su di lui era tutto ciò che poteva dire, né più né meno. Stava a me riconoscere questo fatto, assimilarlo. Finché qualcun altro, in un momento diverso, non avesse reinterpretato le cose a modo suo.
Indietro nel tempo è un testo conturbante sul passato e su cosa resta, ma esplode nell’ultimissima parte con il pugno più potente al centro dello stomaco del lettore. Esiste infatti, per tutti noi, la possibilità del tidslomme, un termine danese che significa letteralmente “taschina del tempo”, il diminutivo è incluso nel lemma originale; e come l’insolito ultimo fatto di cronaca familiare raccontato da Judith Hermann ci dimostra (un capitolo breve che è un vero gioiellino), possediamo ugualmente la possibilità di chiudere ermeticamente quella tasca, la facoltà di non raccontare e di rilegare un evento alla sua assoluta scomparsa, all’oblio inscalfibile.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Indietro nel tempo
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