Per secoli abbiamo legato il folklore a un’immagine precisa: un cerchio di persone attorno a un fuoco nel buio, voci che sussurrano storie senza autore che cambiano a ogni narrazione. Con l’avvento della modernità e di internet, si pensava che quel rito antico fosse destinato a morire. Ma il folklore non è morto, ha semplicemente traslocato altrove. Oggi questo rito collettivo si è trasferito nei forum e nelle storie di paura scritte da migliaia di mani anonime online, conosciute come creepypasta.
La leggenda sussurrata attorno a un falò per spaventare gli amici e il post anonimo che un ragazzo scorre sullo smartphone di notte proiettano, in fondo, la stessa identica cosa. In entrambi i casi qualcuno racconta, qualcun altro ascolta e, soprattutto, nessuno è del tutto sicuro che si tratti soltanto di finzione. Cambiano i supporti, non il rito: abbiamo ancora un disperato bisogno di orrore e di lasciarci disarmare dal dubbio.
In questo articolo vi portiamo nel mondo delle creepypasta, per capire come sono nate e come hanno salvato il folklore moderno.
Che cosa sono le creepypasta?
Il termine nasce come evoluzione di copypasta, il blocco di testo che gli utenti copiano e incollano da un angolo all’altro della rete. La creepypasta è la sua variante inquietante e horror: un racconto breve, un finto documento, un diario o un’immagine “maledetta” che si propaga di bacheca in bacheca, perdendo quasi subito il nome dell’autore originale.
È proprio questo anonimato a rendere il fenomeno affascinante. La copia, la variante, la stratificazione e il classico espediente del “me l’ha raccontato un amico” sono i meccanismi esatti con cui, per secoli, si è trasmesso il folklore rurale. Internet non ha inventato queste dinamiche: le ha semplicemente rese istantanee, globali e tracciabili. È cambiato il mezzo, non la funzione.
Come sono cambiate le paure dal folklore classico alle creepypasta?
Dal folklore classico alle creepypasta, il rito è rimasto lo stesso, ma ciò che fa paura no. Ogni epoca riempie i propri racconti di timori reali, ed è qui che il confronto tra i due diventa affascinante.
Le storie di un tempo venivano da fuori, con protagonisti buio, bosco, morti che non trovano pace e tornano a tormentare i vivi: tutte figure che in qualche modo invadevano il nostro mondo. L’Uomo Nero aspetta oltre la porta della cameretta, Bloody Mary risponde se invocata con un rito, Azzurrina, secondo la tradizione, è sparita nel 1375 in una ghiacciaia del castello di Montebello e da allora la sua voce si sentirebbe ancora, nel solstizio d’estate. Sono tutte figure spettrali, soprannaturali, e sono racconti da ascoltare: si trasmettevano a voce tra i sussurri, la paura si concretizzava nel nome pronunciato o nel suono che si avvertiva nel buio.
Oggi i mostri vengono da dentro il quotidiano. Il terrore moderno è alienazione, isolamento, perdita di controllo.
La creepypasta più famosa, Slender Man, nata nel 2009 su un forum, vede un protagonista che non esce dal buio, ma compare sullo sfondo di foto qualunque, nei parchi giochi, nei fotogrammi di video amatoriali: lo vedi solo se qualcuno ti fa notare che c’è. È la paranoia della sorveglianza, amplificata dal digitale: proprio ora che tutto è tracciato, qualcosa di invisibile potrebbe controllarti e spiarti costantemente.
Un altro esempio di creepypasta diventata famosa, tanto da sbarcare nel mondo dei videogiochi e nelle sale cinematografiche, è Le Backrooms (letteralmente stanze sul retro), nate nel 2019 da una singola fotografia di una stanza pubblicata anonimamente. A quella prima stanza se ne sono aggiunte via via molte altre, che non hanno nulla dei luoghi maledetti fissati nel nostro immaginario: sono corridoi da ufficio, con moquette e neon, scenari del nostro quotidiano che conosciamo benissimo, solo completamente spogli.
La paura non è quella dei fantasmi o delle case abbandonate, ma del perturbante: il familiare che si incrina, che ti aliena e ti intrappola in dei non-luoghi senza uscita.
Cambia anche il senso in cui si prova paura. Il folklore era orale, dunque uditivo. Le creepypasta sono visive. La prova un tempo era il luogo, la voce di chi sosteneva di “averlo visto davvero”. Oggi è quasi sempre un’immagine in cui c’è qualcosa che non dovrebbe esserci.
Che non si tratti più di una semplice sottocultura di nicchia, ma di storie ormai radicate nell’immaginario contemporaneo, lo dimostra l’industria cinematografica. La Sony Pictures ha portato sul grande schermo la figura del predatore senza volto con il film Slender Man (2018).
Le Backrooms sono diventate una serie di video amatoriali, The Backrooms (Found Footage) di Kane Parsons, caricata su YouTube nel 2022, così convincente da attirare l’interesse di A24, che ne ha tratto un film omonimo diretto dallo stesso Parsons, uscito nelle sale italiane a maggio 2026. È il percorso inverso a quello dell’horror tradizionale: i grandi mostri del cinema, da Frankenstein a Dracula fino a quelli di Stephen King, nascevano dalle pagine di uno scrittore; qui, invece, il racconto non ha un autore da cui partire, sale dal basso, anonimo e collettivo, da un forum a un video amatoriale, fino al grande schermo.
Creepypasta: nessun autore, tanti autori
L’aspetto che rende il fenomeno delle creepypasta davvero interessante è proprio che la loro scrittura è collettiva. Una storia compare con poche righe, qualcuno aggiunge un dettaglio, un terzo inventa un documento ritrovato, poi se ne fa un video e così via. Spesso non esiste un singolo creatore. Anche se Slender Man, ad esempio, ha un padre noto, questo non ne ha ridotto la forza: ciò che conta è il momento in cui la creatura sfugge di mano al suo creatore e diventa di tutti. Allora succede ciò che il folklore fa da sempre: la storia comincia a vivere nelle varianti, non in una singola versione “ufficiale”. Chi racconta non è più un autore, ma un anello di una catena. E chi legge, sapendo che migliaia di mani hanno toccato quella storia, avverte che, se quella paura non appartiene a nessuno, forse può appartenere alla realtà.
Perché abbiamo ancora bisogno di credere alle storie di paura?
Forse la domanda da porsi non è perché crediamo alle storie di paura, ma perché vogliamo non essere sicuri che si tratti di finzione.
Ormai viviamo in un’epoca in cui tutto sembra spiegabile, verificabile. Eppure, restiamo attratti da quel margine di dubbio, dal “e se fosse vero?”.
Il folklore ha sempre avuto questo ruolo nella società: dare forma all’ignoto per poterlo guardare e riconoscere. Il lupo, la strega, i fantasmi sono da sempre i modi in cui le comunità parlavano dei propri timori senza nominarli. Oggi i timori sono cambiati, la solitudine e la rete hanno cambiato i nostri mostri. Le creepypasta rappresentano anche per questo un punto di vista privilegiato che ci permette di capire di cosa abbiamo davvero paura oggi.
Ma c’è anche qualcosa di più semplice: sussurrare una storia, o scorrerla di notte sullo schermo, ci fa sentire parte di un gruppo che condivide gli stessi timori. La paura così si trasforma in complicità. Per questo il fuoco non si è mai spento, ha solo cambiato luce, dal rosso della fiamma al bianco dello schermo. E finché esisterà l’ignoto e qualcuno avrà voglia di raccontare, e qualcun altro di restare ad ascoltare, il cerchio continuerà a non chiudersi e le persone non smetteranno mai di volersi sentire meno sole nell’oscurità.
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Storie di paura, dai falò alle creepypasta: come internet ha salvato il folklore
Lascia il tuo commento