- Autore: Rachid Benzine
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Corbaccio
- Anno di pubblicazione: 2025
Il breve e intenso romanzo di Rachid Benzine Il libraio di Gaza (Corbaccio, 2025, trad. di Lucia Corradini), nelle ultime due pagine, oltre alle fonti delle poche ma significative citazioni di opere letterarie riportate e rigorosamente annotate, presenta un ringraziamento al libraio che ha ispirato l’illustrazione in copertina, un ringraziamento perché esiste.
Il libraio ringraziato dall’autore è di Rabat, la capitale del Marocco, e marocchino è l’autore di questo libro: professore, figura di spicco dell’islamismo liberale (come recita la terza di copertina), esempio di tolleranza e apertura al dialogo con il Cristianesimo. E la storia narrata in questo libro, profuma di tolleranza; è una storia che potrebbe essere vera (come si evince dall’epilogo), sicuramente è verosimile. È una storia di resistenza e resilienza grazie ai libri, scritta anche per ringraziare tutti quei librai che permettono al nostro mondo violento di continuare a sperare in una palingenesi, grazie alla cultura.
All’inizio, questa sembra la storia di un fotografo francese, un tal Julien Desmanges, inviato a Gaza nel 2014, che va alla ricerca di una foto particolare da inviare al suo giornale, fuori dagli stereotipi di una terra devastata: “una città da riscrivere costantemente”, dove anche se si continua a vivere “i vivi non sono ormai più vivi, ma non sono neppure morti”, “dove bisogna pur vivere mentre si aspetta”, dove
i bambini corrono, e ridono, ancora e sempre. Sanno già tutto della morte.
E, dopo poche pagine, questa diventa la storia di Nabil, un libraio di Gaza e della sua scelta di non essere solo una foto, che compare su una rivista e viene presto dimenticata, perché senza una storia, senza la storia di quella vita, dell’immagine non rimane nulla. Nabil chiede ascolto, chiede tempo, un po’ di tempo a quel fotografo e ricambia il primo sì con un libro della sua libreria, non uno qualsiasi:
Prende un libro da un ripiano, con molta cautela, sembra che stia per sgretolarsi tra le sue mani. Te lo porge senza una parola. Lui sa cha hai bisogno di questo libro, anche se tu lo ignori, per il momento. Non è un consiglio, è una rivelazione. La condizione umana di André Malraux […] Ti guarda mentre prendi possesso del libro. Poi dice: Questo libro ha attraversato guerre, rivoluzioni, sommosse. È rimasto qui mentre fuori tutto crollava. Ha visto passare le generazioni e ha resistito al tempo. Parla di un’epoca, ma per chi sa leggerlo, parla del presente, delle nostre vite, della sua, della mia. Questo è un grande libro. È un mondo, un rifugio, e uno specchio.
Nella libreria di Nabil sono anche i libri che scelgono i loro lettori e non solo viceversa; presto il fotografo si ritroverà con tre libri sotto il braccio regalati dal libraio, che lo invita a leggerli e a tornare l’indomani per parlarne. E Julien tornerà nella libreria, quella libreria dove Nabil aspetta che arrivi qualche lettore ogni giorno e non si sente mai solo perché
le parole dei libri lacerano tutti i silenzi. Si impongono.
E lui aspetta, anche perché “a Gaza si aspetta sempre qualcosa”.
Leggendo il romanzo ci sembrerà di sederci con Nabil e Julien, non prima di aver gustato con loro del caffè e qualche dattero, e ci sembrerà di ascoltare le loro voci e una poesia di Mahmud Darwish e subito dopo, come un fiume che scorre, ci attraverserà la storia di Nabil.
Julien scoprirà che l’anziano libraio, che sembra avere tra i sessanta e settant’anni, è nato nella notte tra il 31 dicembre del 1947 e il 1° gennaio 1948, quando una rappresaglia di uomini del Palmach – una sezione paramilitare israeliana dell’Haganah – fece un massacro a Balad al-Shaykh, un villaggio a sud-est di Haifa, dove abitava la sua famiglia. La nascita di Nabil è stata il miracolo di sua madre, che lo partorì dopo essere stata gravemente ferita da un proiettile.
Quella di Nabil è una storia dolorosa di esili, perdite, abbondoni, illusione di rinascita, speranze tradite di un palestinese: figlio di una musulmana e di un cristiano, cresciuto tra due religioni, tra la chiesa dove ascoltava avidamente una suora parlare di Gesù, della compassione e del perdono, e la moschea, dove un vecchio imam gli insegnava le sure e le storie dei profeti. Grazie al racconto di Nabil vivremo tra la polvere e le tende dei campi profughi, in un tempo sospeso, “un carnevale di infelicità”, correremo con un giovane Nabil “come un animale nella steppa” e cercheremo di liberarci dal dolore con la lettura, come Moussa, il fratello maggiore di Nabil, che sa che un giorno avrebbe lasciato quel luogo:
Di libri non ce n’erano molti, ma ogni pagina era una fuga, per lui. Divorava quei pezzi di carta come un affamato, aggrappandosi a ogni vocabolo, analizzandolo, esplorandone tutti i significati, reinventandone l’etimologia […] Diceva a se stesso che, forse, se fosse diventato istruito, se avesse compreso a sufficienza il mondo, avrebbe trovato una falla in quella cattività senza nome, un passaggio segreto che gli avrebbe consentito di andarsene, di liberarsi e di liberare anche noi.
E Nabil stesso a un certo punto si appassionerà alla lettura, soprattutto a causa di un evento tragico (che non svelo) e, soprattutto, da lettore diventerà un “portatore di sapere”, la sua “missione” diventerà quella di trasmetterlo. La sua vita andrà avanti tra macerie, umiliazioni e dolori, anche nel campo profughi di Gaza dove, per non morire di noia, seguirà dei corsi di teatro e si appassionerà anche alla recitazione e farà l’incontro più bello della sua vita, con la ragazza che diverrà sua moglie.
Mentre Julien e Nabil parlano, entrano in scena delle comparse, quei lettori che Nabil aspetta ogni giorno, e ognuno offre un nuovo spunto per parlare di altri libri, per gustare legami inimmaginabili tra Racine, Omero e Kadaré; o amici e amiche del libraio, di cui conosciamo le storie per lo più tragiche e nomi e opere o gustiamo parole e versi di scrittori e poeti di qualsiasi latitudine e longitudine.
Il narratore interno autodiegetico esce da se stesso e narra dall’esterno, guarda se stesso e Nabil seduti insieme nella libreria, mentre camminano per i vicoli e quartieri, mentre si siedono accanto a Hafez, un amico di Nabil con una storia egualmente tragica, mentre ritornano nella libreria. La storia buia e dolorosa del popolo palestinese va avanti insieme alla storia di Nabil, fino alla guerra dei sei giorni e a una breve e tragica speranza di riscatto, tra tragedie personali del protagonista e quelle di un intero popolo. E si arriverà al 1968, al 1972 e al 1987, quando l’Intifada entrerà con il suo portato di disperazione e sangue nella vita di Nabil e una decisione dettata dalla rabbia e dal desiderio di vendetta per un evento terribile (di cui saprete leggendo) lo porta alla condanna a venti lunghi anni di carcere:
La maggior parte dei libri che leggo e rileggo, li ho scoperti in carcere. Ognuno racconta almeno un anno della mia reclusione. E li rileggo sia per ricordare sia per comprenderli. Un grande libro è come un pozzo senza fondo. Enigmi irrisolti, e dietro la storia, un punto cieco. E a volerlo illuminare ci si perde, bisogna invece prenderlo per quello che è: la benedizione di un mistero.
E dopo l’uscita di prigione Nabil racconta ancora tanti episodi significativi della sua vita e di quei diritti fondamentali negati al suo popolo dal 2006 fino al 2014 (data del loro primo incontro).
Conosceremo anche il seguito della storia di Nabil e Julien, perché i due resteranno in contatto tenendo rapporti epistolari, telefonici e incontrandosi sempre a Gaza di persona qualche volta fino al 2023. La storia arriverà a febbraio 2025, quando Julien tornerà a Gaza, autorizzato tra pochi altri giornalisti a entrarvi.
Questa storia è la dimostrazione che è difficile non abbandonarsi alla disperazione e che le prospettive di una vera pace si devono costruire su basi di reciproca tolleranza e rispetto della dignità umana. Nabil a un certo punto del suo racconto dirà:
Caos, umiliazione, distruzione. Molti palestinesi, per tutta la vita, non conoscono altro che questa condizione. E molti israeliani, per tutta la vita, si rappresentano i palestinesi unicamente come terroristi. Queste immagini rovesciate spiegano l’impossibilità della riconciliazione.
Poi, troverà la sua oasi di relativa e fragile felicità nella sua libreria, che gli permetterà di “stare sulla soglia della realtà” per “essere presente nel silenzio della lettura” e dare il suo contributo con i suoi libri.
Nabil e la sua storia sono un monito, come quella foto che accetta alla fine di farsi scattare dopo aver lasciato a lettrici e lettori la sua accorata e forse non inutile protesta:
Scatti la foto del vecchio Nabil Al Jaber. Perso in mezzo ai suoi libri, come lo è in questo mondo assurdo, infuriato, disumano.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il libraio di Gaza
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