- Autore: Franz Bartelt
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Prehistorica Editore
- Anno di pubblicazione: 2026
“Il profitto è sempre frutto di un imbroglio. Bisogna pur vivere”, aforizza senza giri di parole Majésu Monroe a pagina 189 di Il femore di Rimbaud, romanzo sfavillante del francese Franz Bartelt (Prehistorica editore, 2026, trad. di Alice Laverda e Lamberto Santuccio). Più che un romanzo un Ufo, tenuto conto dell’insolita, luminescente fisiognomica che lo colloca di trasverso ai generi: un po’ il Brian Yuzna di un Society virato noir, un po’ Tarantino nel punto esatto in cui il noir coincide con i paradossi di senso, l’humor nero e il congegno a orologeria del plot.
A dirla proprio tutta, Il femore di Rimbaud è anche un simil-romance volutamente strampalato e iper-alcolico. E per chi avesse voglia di rimestare dentro metafore, è inoltre una parabola esemplare sulla bulimia capitalistica, e il senso relativo assunto di conseguenza dagli ex cardini sociali Giustizia e Verità. Condonatemi gli insistiti parallelismi, ma Il femore di Rimbaud mi induce alla comparazione autoriale; l’ultima: se Il femore di Rimbaud fosse un film di cassetta sarebbe la Guerra dei Roses con meno violenza fisica e più strategia scacchistica, mentale. Il che mi sembra tutt’altro che roba da poco.
E adesso un coscienzioso accenno alla trama, per ciò che è possibile rivelarne senza sottrarre il lettore al piacere degli spiazzamenti. Cominciamo dunque dal mattatore assoluto, nonché io-narrante del romanzo. Si chiama Majésu Monroe e fa il rigattiere - lui dice l’antiquario - ed è un mitomane dalla fantasia omerica e la favella pronta e straripante. Nel segmento di vita in cui lo si incrocia nel romanzo, magnifica ai suoi clienti gli oggetti più disparati. E improbabili: presunte reliquie di venerati maestri e celebrità storiche. Cose del tipo un ritratto di Cristo disegnato da un ufficiale romano che ebbe modo di frequentarlo con una certa assiduità (ma no!); un calzino bucato di Arthur Rimbaud, peraltro noto per avere patito la necessaria amputazione di un femore; lo stuzzicadenti (sic!) di Henri Landru, serial killer e truffatore francese di comprovata fama nera novecentesca; la riproduzione metallica di un luigi d’oro appartenuta a un pronipote di Enrico IV. E via di questo passo e memorabilia che più che unica sa di fuffa e immaginazione sfrenata. Proprio in virtù delle sue doti di imbonitore, Majésu fa breccia, un giorno, nel cuore della ricca Noème - dedita al sesso, all’alcol e alla lotta di classe - e la sposa. Il caso come sempre sta alla finestra e se la ride: fino a quando e a che punto saprà resistere la coppia bohémien alle tentazioni date da una ciclopica somma di denaro piovutale addosso?
Si accettano scommesse, anche perchè ne Il femore di Rimbaud non è mai detta l’ultima parola. Non potendo inoltrarmi di più fra i sotto-testi, segnalo che la vicenda diverrà sempre più tesa e scoppiettante. In parallelo all’intrecciarsi di amore e disamore, parabole e paradossi, truffe, alcol, cadaveri eccellenti (e mandanti altrettanto), abiure ideali e altre apparenti, nel contesto di una società omogeneizzata sulle coordinate dell’arraffi e si salvi chi può. Pagina dopo pagina, con il ghigno sardonico della iena, il baraccone sociale allestito da Franz Bartelt alzerà insomma ulteriormente il tiro, virando verso climax kubrickiani alla Eyes wide shut. Coinvolti in ordine sparso ma parimenti deprecabile, innominati sospettabili e insospettabili, accademici, alta finanza, giudici, forze dell’ordine… Quel che è peggio, un proletariato (ex) - immemore, alcolista (per lo più), corruttibile a sua volta - che ha smesso di sognare la rivoluzione (ammesso che l’abbia mai sognata) e ora si spende (ammesso sia capace di spendersi per qualcosa) per vanagloria wartholiana e ricchezza.
A essere sinceri, questa storia dell’indigenza per me era una novità. Come la maggior parte dei poveri della mia generazione, ho a lungo accarezzato l’ambizione di diventare ricco e famoso, un giorno. Per un certo periodo della mia vita credo sarei stato capace di tutto pur di riuscirci. Mi vedovo al volante di un’auto sportiva. Mi vedevo dentro palazzi con la piscina privata in ogni camera e un campo da golf nella stanza accanto. Mi vedevo schioccare le dita per farmi obbedire dal servitorame. Mi vedevo cenare a lume di candela con attrici grondanti di gioielli.
In questa sorta di Spoon river di vivi e di morti (di fatto e nell’anima), anime salve beone (?), gente perbene e perbenista, immolata ai vizi e al dio denaro, finisce giocoforza che Majésu - mentitore quasi poetico, per basico amor proprio e surplus di slancio ideale - si riveli fra tutti essere il più credibile: la sua inventiva è infatti quasi innocente, in primo luogo perchè manchevole di sovrastrutture da assiologia tardo-capitalista.
Basta così, pervengo abbacinato alla chiosa finale. Questa: Franz Bartelt è uno scrittore sopraffino e un portatore sano di solida narrativa. In Il femore di Rimbaud si destreggia abilmente tra i codici del poliziesco e del romanzo politico e sentimentale, assecondando parimenti il colpo di scena e il coup de foudre, lo stupore e il riso amaro del lettore. Con il valore aggiunto del sottinteso ironico, e il gusto sacrosanto della stilettata.
Romanzo senza una grinza, di sicura e meritata fortuna.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il femore di Rimbaud
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