- Autore: Mauro Macario
- Categoria: Poesia
- Anno di pubblicazione: 2025
Mauro Macario, con la silloge Il culto del disordine (Tabula Fati edizioni, 2025, prefazione di Laura Cantelmo, postfazione di Lucrezia Lombardo), tratteggia un mondo cupo, dove l’uomo è solo un ingranaggio che però è consapevole di morire. Il poeta sembra aver perso una persona cara, che era la bussola delle emozioni, ma non si chiude in un fragile silenzio, anzi viene a dirci quanto è brutto questo mondo che per buona parte è dominato da macchine tecnologizzate.
Macario deve fare i conti anche col padre famoso, l’impareggiabile Erminio Macario, ma il suo era un mondo diverso. Dopo le due guerre devastanti del secolo scorso, vedere ballerine con poco più di niente addosso sono vita pulsante, unite ai soldi che riprendono a girare grazie al boom economico. Da figlio, Macario junior si appoggia al disordine divertito di Leo Ferré, a cui riferisce che una buona parte dell’Occidente terrestre vive senza problemi economici ma sembra imbambolato dai cellulari, consapevoli i nuovi individui che a breve questa macchina piccola e infernale ci toglierà qualsiasi problema pratico e che potremo fare tutto da casa: pagare bollette e tasse, consegna a domicilio dei prodotti agricoli ma anche di una pizza e del gelato, lavorare dentro al letto. Già ora i bambini non capiscono da dove proviene tanto roba, compresi i giocattoli.
Eppure ci sono persone ancora vive che passano la vita sotto i ponti, che non vogliono più niente, e immigrati che volevano tutto, ma senza salute e l’età anagrafica che si avvicina ai sessant’anni li costringe a vivere in casupole e a lavori a cottimo; eppure resistono, per il bene dei figli. Poi, per Mauro Macario, c’è un dolore persistente, un male di vivere di cui avrebbe fatto volentieri a meno. C’è una poesia che scortica il cuore dal titolo “Mare silentium” e che recita:
Lo guardavo giocare sulla spiaggia / col secchiello e la paletta / e una spina di riccio nel piede / fragile candore / da grande cambiò gioco / siringhe lacci e un ago nella vena / fragile pallore / poi il maremoto mi restituì il secchiello.
Un cuore che non vuole cessare di darci emozioni, di darci una possibilità. La depressione non è la cifra stilistica del poeta, anzi sono respiri quotidiani di preghiere esaudite e non. Nel nostro vissuto, fatto di emozioni già "confezionate" e col cuore gelato, certi vincitori nel futuro prossimo non avranno bisogno di portare la loro individualità tra la folle in feste tristi, e Macario si trascina con entusiasmo nel prossimo progetto.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il culto del disordine
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