- Autore: Lukas Bärfuss
- Genere: Filosofia e Sociologia
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: L’orma editore
- Anno di pubblicazione: 2025
Sembra un testo scritto nel corso di una sola notte di estrema lucidità (quando invece, fra le note delle ultime pagine, si scopre come sia nato da una conferenza tenuta nel 2021), Il cartone di mio padre di Lukas Bärfuss, pubblicato da pochi giorni nel catalogo L’orma con la traduzione di Margherita Carbonaro; un pamphlet che è anche un testo autobiografico e intimo, una denuncia che non si limita a essere tale e si fa fucina di proposte, e le cui pagine sono incentrate, come il sottotitolo spiega fin dalla copertina, sulla “storia e critica di un’eredità”.
Per venticinque anni la voce narrante si è portata dietro, fra traslochi vari, una scatola di cartone semisigillata, e dopo questo quarto di secolo costellato da tentativi di dimenticarsene o far finta di nulla, sembra suonata l’ora di affrontarne il contenuto. Questo cartone è
L’unica testimonianza di un uomo del quale si diceva fosse stato mio padre. […] Un oggetto curioso, un’anomalia, senza scopo né uso. Eppure conteneva una parte delle mie origini e un capitolo della mia storia.
Ogni anfratto, nella vita del padre, sembrava architettato per allontanarlo dal figlio il più possibile: un’esistenza tutta inciampi, fra i quali anche la detenzione in due strutture carcerarie, e che era terminata nell’indigenza più assoluta, quando il cuore del genitore si era fermato, o per meglio dire era scoppiato, mentre quest’ultimo aveva perso anche un tetto sotto il quale stare. Così, dopo aver rifiutato l’eredità, l’unico lascito giunto nelle mani del figlio è quel cubo riempito di documenti.
Al suo interno il cartone racchiudeva davvero molti mali. Il cavaliere, la morte e il diavolo comparivano in forma di numeri e intestazioni di lettere: Tribunale distrettuale, Tribunale fallimentare, Fondo per l’indennità di disoccupazione, Cassa di risparmio, diversi uffici di assistenza sociale, organi penitenziari con le loro specifiche denominazioni, avvisi di pignoramento, dissequestri, cambiali.
È da questo dossier impolverato che prende avvio la pungente analisi di Lukas Bärfuss sul concetto di eredità, in una trattazione che scomoda e chiama in causa parecchi elementi: dalla scrittura cuneiforme del popolo sumero alle lotte fra fratelli nella Bibbia, dai cortocircuiti quasi illeggibili del diritto romano alle tesi di Claude Lévi-Strauss, dalle discariche al cambiamento climatico. Perché questa trasmissione ineluttabile dal padre alla progenie, che d’altronde fa da caposaldo a una buona percentuale della cultura e della letteratura occidentali, oltre a permeare ogni singolo aspetto della società è il punto di contatto fra origini e futuro e ci richiama alla responsabilità.
Cos’è che si eredita, d’altronde? Un po’ tutto. Ai ceti più abbienti spetta l’eredità nel suo concetto più elementare, quella costituita dal patrimonio: immobili, denaro e la loro spartizione sono la causa di vere e proprie lotte fra fratelli e sorelle, combustioni che possono mandare in aria intere famiglie. Ma se si scorre un po’ lungo la definizione che la Treccani propone per il lemma, ci si accorge che la transizione dell’eredità chiama in causa geni, idee, parole. Per esempio, il mondo attuale non è forse erede incontrovertibile di Darwin? Chi potrebbe, infatti, mettere in dubbio le sue tesi, senza essere preso per folle? O ancora, non è forse il linguaggio l’eredità più grande, che ci spinge a utilizzare le parole senza chiederci più di tanto cosa rappresentano, ma perpetrando il loro utilizzo così come ci hanno mostrato i nostri genitori? Il primo moto del libro è dunque un’apertura alla possibilità di non diventare meri ricevitori di eredità lontane, trovando il coraggio di rifiutarle, metterle in questione, biasimarle.
Segue poi l’idea dell’eredità intesa come passaggio di testimone fra le generazioni, le quali, per loro stessa natura, sono chiamate a succedersi. In questo aspetto, sorge la responsabilità: la produzione matta e disperata, senza fine, non è forse votata a trasformarsi in scarto, nella spazzatura di cui tutti noi perdiamo finanche il ricordo una volta chiusa in un sacchetto e lanciata con fare noncurante nella pattumiera? Aspetto quantomai centrale nella nostra epoca, e che chiama in causa il consumismo, le onnipotenti leggi di mercato e, ultimo ma non certo per importanza, il cambiamento climatico, la tara più ingombrante di ciò che siamo chiamati a lasciare a chi verrà dopo di noi. Nel secolo dell’iperproduzione, sarebbe bene ricordarsi che:
Al pari delle cose anche le relazioni non sono eterne, e in entrambi i casi vale la regola: quel che ieri era ancora prezioso, oggi è solo ciarpame. Quasi tutto quel che produciamo ogni giorno e mettiamo in opera, per quanto pregiato possa essere, diventerà prima o poi spazzatura o un ricordo, un nostalgico carillon che ci dà piacere, ma non ha più nessun senso o scopo.
Lancinante come un coltello, Il cartone di mio padre termina con l’accusa diretta alla proprietà privata, guerrafondaia e immeritata, e scivola verso la fine sulle note di una sinfonia utopica. È geniale come Lukas Bärfuss sia riuscito a fare perno su un cardine del pensiero occidentale per espandere il proprio sguardo a tutto lo scibile, racchiudendolo in poco più di cento pagine. In lui, la morte del padre non si fa voragine ma possibilità di apertura, di scelta, un elogio dell’autonomia che sabota il peso del lascito sterile. Perché:
Se davvero lo vogliamo, possiamo decidere quali sono i nostri punti di riferimento e dovremmo farlo. Al contrario di quella biologica, ogni origine culturale è una scelta.
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il cartone di mio padre. Storia e critica di un’eredità
Lascia il tuo commento