- Autore: Flavio Giovanni Conti (a cura di)
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2025
Per decenni, quando si è parlato di soldati in grigioverde in prigionia nella Seconda Guerra Mondiale, si è guardato agli internati militari italiani (oltre 650mila) deportati nei campi di lavoro tedeschi. Pena, compassione e poche notizie per i quasi 100mila catturati dai sovietici. Niente, invece, si diceva di quelli nei campi di prigionia delle potenze occidentali. I primi studi loro dedicati risalgono alla fine degli anni Settanta, ricorda lo storico e saggista Flavio Giuseppe Conti, nell’intervento di apertura di un convegno a Roma nel 2024. Specialista in materia, ha coordinato l’appuntamento e curato la raccolta degli atti, nel volume di Biblion Edizioni I prigionieri di guerra italiani in mano agli Alleati occidentali: cosa cambia dopo l’8 settembre 1943 (Milano, febbraio 2025, collana Saggi Biblion, 114 pagine).
Pubblicato con il contributo dell’ANRP, il volume segue l’incontro di studi omonimo. Molto esplicito l’obiettivo dei lavori: l’8 settembre 1943, erano nelle mani degli Alleati più di mezzo milione di militari italiani, catturati soprattutto in Africa. Cos’è cambiato per loro dopo quella svolta? La risposta è stata cercata rassegnando un’ampia serie di temi, dai negoziati armistiziali al confronto delle diverse discipline fatte osservare da Regno Unito, Francia e USA nei campi sparsi in cinque continenti, con uno sguardo anche all’atteggiamento dei prigionieri stessi. Nelle pagine del saggio, il numero dei nostri in mano alleata viene calcolato in 559.667. Per l’esattezza, 397.916 detenuti dagli inglesi, 124.251 dagli Stati Uniti, 37.500 dai francesi. Molto diverso il trattamento ricevuto dai Paesi detentori. Buono quello riconosciuto dagli Stati Uniti, rigido quello della Gran Bretagna, seppure nel rispetto delle norme internazionali. Molto duro l’atteggiamento francese.
Si potrebbe pensare che l’8 settembre sia stato decisivo per la sorte dei prigionieri italiani in mano agli Alleati. Per Conti è stato un momento importante, ma non determinante. La sorte definitiva si è delineata nei mesi seguenti, con la dichiarazione della guerra alla Germania, la cobelligeranza e la cooperazione. Nulla condusse però alla liberazione dei prigionieri, nemmeno a un cambiamento dello status giuridico. Nei due armistizi tra l’Italia e gli angloamericani (8 e 29 settembre 1943), si parla esclusivamente dei prigionieri alleati in mano italiana. La cobelligeranza non ebbe alcun riflesso positivo sulla sorte dei prigionieri italiani, riconosceva solo uno stato di fatto: anche l’Italia si batteva contro la Germania, nemico comune. La cooperazione comportò la decisione definitiva alleata di farli partecipare come collaboratori non combattenti alla guerra antinazista, in pratica lavoratori, occupati anche in attività vietate dalla Convenzione di Ginevra del 1929 sui prigionieri di guerra.
Sicché, una volta concluse le ostilità con gli anglo-franco-americani e dichiarata guerra alla Germania da parte del governo Badoglio, il 13 ottobre 1943, i nostri in mano alleata vennero posti davanti a una scelta. Il “con noi o contro di noi” era una tautologia: fin troppo evidente che accettare di stare con gli ex nemici avrebbe comportato dei vantaggi nella condizione di prigionia. Ciò nonostante non mancò chi preferì restare dalla parte di Mussolini e dei tedeschi (si legga Gaetano Tumiati), ma in gran parte optarono per gli Alleati. Ottennero, soprattutto dai “compassionevoli” americani (gli altri mantennero un contegno severo) il ruolo di cooperatori non militari, con tanto di stemmi più o meno vistosi che li identificavano come italian prisoner of war. 316mila vennero inquadrati in unità di servizio, 124mila si adoperarono nell’agricoltura, mentre non vollero collaborare in 52mila, per ragioni di salute o per un netto rifiuto.
Vanno considerati inoltre i nostri militari, sfuggiti ai germanici l’8 settembre e riorganizzati negli accampamenti della Puglia meridionale. Alimentarono il Raggruppamento motorizzato, che si distinse in divisa e armi nazionali a Montelungo e sul Monte Marrone. Formarono successivamente i Gruppi di combattimento del Corpo Italiano di Liberazione, che combatterono con valore risalendo le Marche fino alla linea Gotica, vestiti, equipaggiati e armati dai Britannici. Nell’aprile 1945, muovendo dalle posizioni nella pianura romagnola, parteciparono alla liberazione di Bologna, correndo poi lungo la via Emilia verso il nord, all’inseguimento della Wehrmacht.
I contributi del convegno si sono soffermati molto sugli aspetti ben distinti della cooperazione lavorativa e della cobelligeranza militare, questa accettata con tante riserve degli Alleati, che preferivano i nostri come forza lavoro nelle retrovie, braccia per lo sforzo bellico. Restano da approfondire alcuni temi, in ulteriori step di ricerca, dal reclutamento spregiudicato per la Legione straniera nei campi francesi di prigionia alle vicende controverse dei soldati della IV Armata, che avevano esercitato l’occupazione italiana della Francia meridionale e, dopo essere diventati IMI o in alcuni casi anche partigiani in formazioni alpine, vennero arrestati dalle autorità golliste nell’estate 1944, considerati soldati di una potenza nemica.
In conclusione, Conti fa osservare che le stesse autorità alleate hanno giudicato concreta e significativa la cooperazione dei prigionieri italiani allo sforzo bellico alleato. Un impegno affiancabile a quello di chi si è impegnato a vario titolo nella lotta resistenziale. Si può affermare che con il loro lavoro, nei vari campi di detenzione sparsi nel mondo, i prigionieri hanno dato un contributo alla Liberazione e alla successiva costruzione di un’Italia antifascista e democratica.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: I prigionieri di guerra italiani in mano agli Alleati occidentali
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