- Autore: Giovanni Di Girolamo - d Enia Accettura
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2024
Un compito non invidiabile quello del flammiere, nelle due guerre mondiali. Era un militare addestrato per usare il lanciafiamme, arma micidiale, molto temuta dal nemico. Questo rendeva l’operatore un bersaglio prioritario, oltre al pericolo di agire necessariamente in piedi, per lanciare le vampe. Il tarantino Rocco Mazzeo (1921-2000) ha combattuto sul fronte russo come specialista chimico, è sopravvissuto al conflitto, portando a casa il diario della sua esperienza e foto in bianconero, consegnati dalla famiglia ai ricercatori Giovanni Di Girolamo ed Enia Accettura sono gli autori-curatori di un volume in brossura della casa editrice lucchese Tralerighe Libri, del prof. Andrea Giannasi: Fiamme sul Don. Diario di un flammiere sopravvissuto alla guerra CSIR–ARMIR 1942-1943 (giugno 2024, 144 pagine).
La sua vicenda, raccontata con la collaborazione dei figli Fernanda e Michele, è parte di un’ampia ricerca storico-anagrafica, con le biografie di alcuni combattenti dei reparti lanciafiamme. Un lavoro frutto del costante impegno del gruppo “Armir-Il Ritorno dall’Oblio”, fondato nel 2018 da Enia Accettura, che lo dirige “con grande passione, seppure con molte difficoltà”. Sono volontari che offrono un contributo quotidiano, appassionato e disinteressato, per accertare ove ancora possibile “la misteriosa e dolorosa sorte toccata ai giovani soldati che non fecero ritorno dal fronte, caduti o dispersi nella steppa russa”. Stanno riportando alla luce fatti e testimonianze inediti, restituendo alla storia frammenti e pagine perdute. È uno sforzo, scrive Di Girolamo,
teso ad onorare, custodire e alimentare il ricordo dei nostri cari, nella speranza che serva da monito per il futuro, per scongiurare eventi altrettanto terribili e dolorosi.
Quindi, l’arma di Rocco Mazzeo, per tutti Rino, era il lanciafiamme portatile individuale, costituito da un serbatoio di miscela incendiaria, indossato a tracolla e collegato da un tubo a una lancia, impugnata dal militare, che infiammava il getto e lo dirigeva. Adottato nella Prima Guerra mondiale e messo a punto dall’esercito tedesco nel 1917, era davvero terrificante: anche i difensori risparmiati dalle fiamme non potevano che abbandonare le posizioni investite. L’operatore, tuttavia, era esposto a rischi elevati, costretto allo scoperto, vicino al bersaglio ed eretto in piedi per maneggiare l’arma. In più, la miscela infiammabile sulle spalle esplodeva facilmente se raggiunta da proiettili o anche a causa di malfunzionamenti. Quando accadeva, il flammiere non aveva scampo. In aggiunta, era tanto temuto e odiato dal nemico, che oltre a concentrare il fuoco su di lui non faceva prigionieri, giustiziando sul campo gli addetti (che tendevano a strappare i distintivi di specialità, per non essere riconosciuti se catturati senza attrezzatura).
La storia dei reparti chimici nella Campagna di Russia 1941-1943 segue la creazione del Csir (Corpo Italiano di Spedizione in Russia), il 10 luglio 1941. Prima comandato dal gen. Zingales, poi dal gen. Messe, era costituito da tre divisioni di fanteria, 3a Celere Principe Amedeo d’Aosta, 9a Pasubio e 52a Torino Autotrasportate, più quattro battaglioni di Camicie Nere e uno stormo della Regia Aeronautica. Nel Csir, era inquadrato il I battaglione chimico, con la 16a compagnia lanciafiamme. In dotazione avevano il modello 40 (una ventina di getti brevi e altrettanti minuti per ricaricare il serbatoio), evoluzione dell’arma usata nella guerra d’Etiopia. Migliorato il sistema elettrico d’accensione: una piccola turbina, azionata dal liquido in pressione, attivava un generatore ad alta tensione, che alimentava una candela e incendiava il getto.
Da alcune testimonianze, come quella di Mario Ponte, prigioniero dei russi il 19 dicembre 1942, sembra che i nostri flammieri preferissero non usare le ingombranti tute ignifughe, d’impaccio nell’avvicinarsi rapidamente alle difese avversarie. Le immagini sul campo mostrano in azione, in massima parte, operatori in tenuta ordinaria da combattimento.
Rocco Mazzeo, classe 1921, diploma tecnico, impiegato, chiamato alle armi nel Distretto di Taranto il 7 gennaio 1941, venne aggregato al reggimento chimico e frequentò il corso specialistico a Roma, caporal maggiore da settembre. Andò in Russia nella primavera 1942, “felice” come gli altri alla partenza di raggiungere i commilitoni al fronte. “Il nostro sangue bolliva dall’ansia di combattere”. La distanza dalla famiglia e la realtà della guerra raffreddarono prestissimo gli animi.
Rino non scrive mai delle sue azioni col lanciafiamme, ma riporta diffusamente il maneggio di mitragliatrici e armi convenzionali contro i russi. La narrazione s’interrompe bruscamente, con gli eventi dell’estate 1942, dopo la prima battaglia difensiva sul Don, lasciando immaginare che le successive dieci pagine del diario siano state omesse deliberatamente. Per rabbia, ricordando qualche evento traumatico o perché legate alla “dolce conoscenza” con una giovane russa, sebbene risalga già all’estate 1942 il “tenero” con una ragazza, Valia.
Giovanni Di Girolamo, esperto di gestione di progetti e comunicazione, cerca testimonianze sui soldati italiani dell’Armir, spinto dal ricordo dello zio Vincenzo, disperso in Russia. Ha firmato molti articoli su riviste italiane e internazionali, scritto saggi storici e collaborato ad altre pubblicazioni.
Enia Accettura ha iniziato l’attività di ricerca nel 2013, ispirata anche lei dalla sorte sconosciuta del cugino Giuseppe, mai tornato dalla Russia. Dal 2015, ha collaborato con Pino Scaccia al gruppo Facebook “ARMIR, sulle Tracce di un Esercito Perduto”, affiancandolo nella stesura del libro Voci e Ombre dal Don (Tralerighe, 2017).
Fiamme sul Don. Diario di un flammiere sopravvissuto alla guerra CSIR–ARMIR 1942-1943
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Fiamme sul Don. Diario di un flammiere sopravvissuto alla guerra CSIR–ARMIR 1942-1943
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