E se fosse la musica a salvarci? La memoria dei suoni e la sfida climatica
- Autore: Dario Giardi
- Genere: Musica
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Mimesis
- Anno di pubblicazione: 2025
Il suono come traccia, come segno, e dettato della nostra esistenza, del nostro dialogo o monologo con la natura, è il luogo-non luogo da cui Dario Giardi si è messo a sentire, ad ascoltare il mondo, nel suo lavoro dal titolo E se fosse la musica a salvarci? La memoria dei suoni e la sfida climatica, edito nel 2025 da Mimesis. Lo ha fatto con una premessa essenziale:
Abbiamo confinato la sostenibilità a un problema di regolamentazione, ma la sfida esige, invece, un cambiamento radicale di coscienza, un rinnovato patto emotivo.
C’è bisogno di riappropriarsi di quello che l’autore definisce soundscape, paesaggio sonoro.
Il paesaggio che ancora possiede le voci della natura, è un paesaggio non violato dall’uomo. Dentro di noi ci sono paesaggi che non raccontiamo: limoni, orti, castagni, boschi, fontane, ruscelli, mari. Suoni che restano dentro e imprimono, nella memoria, pezzi di infanzia, di adolescenza, di vita. “Il suono del passato – scrive Giardi - è una sinfonia invisibile che si intreccia con la trama della nostra storia, con il tessuto del nostro vissuto e con i luoghi che hanno fatto da sfondo alle nostre esperienze”. È quello che l’autore definisce memoryscape.
La memoria del suono non si accontenta di catturare il qui e ora, ma scava nelle pieghe del tempo, abbracciando il suono come un archivio vivente.
Quei suoni sono la “nostra porta che si apre sul passato”, sono fortemente identitari. Quei suoni dei paesaggi dentro, oggi sono coperti, sovrastati dal caos.
Siamo pieni di memoria breve, pieni di voci indistinte, di rumore dentro e fuori di noi, che i suoni, quelli autentici, sono ridotti a “un tappeto sonoro su cui scorre” tutto il non senso.
Le nuove generazioni che dovrebbero guidare la transizione ecologica, sono immerse in un ecosistema digitale che regola ogni loro interazione con il reale.
In un ossessivo passaggio dal reale al virtuale, tutto si confonde e spesso la prima istintiva reazione all’iperstimolazione di immagini e suoni è silenziare tutto, rischiando l’alienazione. “L’assenza di ascolto – precisa Giardi – è il preludio all’indifferenza”. Accade così che nell’era delle connessioni, delle interazioni globali, si registra la dimensione più sconnessa della storia.
Perdere i suoni della memoria è come perdere il passato, e la connessione con chi ci ha preceduti e ha vissuto quei suoni prima di noi. Memoria individuale e collettiva a rischio, quindi. Come riconnettersi alla vita, alla natura?
La musica può essere il ponte, lo strumento per ricomporre il legame spezzato tra uomo e natura
sostiene Giardi.
Da sempre questa arte espressiva si è ispirata ai suoni della natura, interpretandoli, leggendoli, attraverso le abilità di chi sapeva comporre musica e ne voleva tradurre le infinite sfumature, attraverso il timbro, la dinamica, l’armonia. “La relazione tra musica e natura - scrive Giardi – è tra le connessioni più antiche e universali dell’umanità”. A partire dalla preistoria, la musica ha interpretato e amplificato i suoni della natura. Che suono ha oggi la natura?
La guardiamo dalla falda del cappello da cowboy, ma non la ascoltiamo. Nell’immaginario collettivo l’uomo è il dominatore “incontrastato di sterminate praterie”. Ma “forse – scrive Giardi – più che cavalieri dovremmo essere astronauti” perché “come l’esploratore dello spazio, consapevole della fragilità del proprio habitat è attento a gestire con cura le risorse limitate della sua navicella” così “dobbiamo adottare un atteggiamento di responsabilità verso il pianeta”. Di cowboys e astronauti aveva già parlato nel 1966 Kenneth Boulding nel suo The Economics of the Coming dove cowboy e astronauta rappresentavano i due diversi approcci economici, da un lato lo sfruttamento senza limiti, dall’altro una visione sostenibile.
Come si traduce la sostenibilità? Lo ha scritto in poesia Nazim Hikmet nella sua “Non vivere sulla terra come un inquilino”. Nemmeno essere di passaggio può essere il modo giusto di vivere, solo perché il mondo dove abitiamo non è nostra proprietà. Viverlo come fosse la casa del padre, la propria, è la risposta. Prendersene cura, è questo che conta, e anche amare ogni cosa, “l’uomo, la macchina, il grano”. Partiamo, quindi, dalla voce, dai suoni del pianeta.
Ne è nato un cammino di sperimentazioni musicali per creare archivi sonori, come ha fatto negli anni Sessanta il compositore R. Murray Schafer con il suo “World Soundscape Project”. L’archivio non solo per custodire, ma per ricostruire la memoria storica. La musica può anche essere terapia sonora: non un semplice strumento di espressione umana, ma un mezzo per ripristinare l’equilibrio della natura. Dalla bioacustica all’agricoltura bisonora, il suono diventa cura. Da Sonic Bloom per il mondo vegetale alla musicoterapia per il bestiame della produzione di carne di Kobe in Giappone, al Sonar wines. Se la musica non fosse un accessorio e fosse forza consapevole? La risposta di Giardi in questa sua opera, che suona come una versione moderna del Cantico delle creature, è la seguente:
La forza della musica risiede non solo nella sua capacità di sensibilizzare, ma anche di ispirare azioni tangibili.
Musicisti, attivisti e istituzioni culturali sono insieme per fare della musica lo strumento di sensibilizzazione e recupero della natura, un’alleata insostituibile nella costruzione di un’identità ecologica globale.
Ma leggendo tra le righe di questo lavoro intenso e pregnante sul rapporto tra musica e natura, sulla possibilità di salvare il pianeta con la musica, ai confini tra il memoryscape e il soundscape, sembra proprio si salvi l’uomo, prima ancora della natura. In questo confine sottile l’uomo può riuscire nell’impresa più ardua: recuperare sé stesso, i suoi paesaggi, la sua memoria dei suoni, la sua identità, in una dimensione di connessione imprescindibile con la terra e le sue infinite voci e con gli uomini.
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