In molti ricorderanno il film The Whale del 2022, adattamento di un testo teatrale omonimo scritto da Samuel D. Hunter. Il protagonista della pellicola, lo statunitense Charlie, è un docente universitario di inglese che, dal proprio soggiorno, tiene corsi di scrittura creativa in videoconferenza. Si tratta di una realtà che negli Stati Uniti è molto più familiare che dalle nostre parti.
Modalità digitale: un confronto fra Italia ed estero
All’estero, soprattutto nel mondo universitario, è ormai del tutto normale che non solo lezioni e corsi, ma anche conferenze, seminari e congressi si svolgano in modalità digitale: con relatori e partecipanti collegati da casa, telecamere accese, contenuti accessibili, tempi ottimizzati e registrazione degli interventi. Una prassi che nasce ben prima del Covid e che non deriva dall’esperienza dell’epidemia globale, ma si basa su una visione più ampia dell’organizzazione del lavoro intellettuale, attenta all’efficienza, ai costi e all’impatto ambientale.
Da questo punto di vista in Italia, invece, il quadro appare sorprendentemente arretrato. Emblematico è il caso delle scuole italiche di ogni ordine e grado, dove incontri, collegi docenti e riunioni di vario genere continuano a essere organizzati esclusivamente in presenza, quando non ve ne sarebbe alcuna reale necessità. Il risultato è paradossale: per un singolo istituto si muovono decine, talvolta centinaia di insegnanti, costretti a raggiungere la sede scolastica intasando strade e interi quartieri che spesso sono già congestionati dal traffico, aggravando problemi di parcheggio e inquinamento.
Questa ostinazione per la presenza fisica non sembra rispondere ad alcuna valutazione razionale; è come se in Italia il lavoro a distanza fosse considerato sinonimo di scarsa serietà, di mancanza di controllo sui dipendenti, e la tecnologia una scappatoia anziché uno strumento maturo e affidabile. Eppure, le piattaforme digitali hanno ampiamente dimostrato di poter garantire partecipazione, confronto e trasparenza, spesso meglio di riunioni fiume in aule sovraffollate e poco funzionali.
Il confronto con l’estero non è teso a celebrare modelli “ideali”, ma a mettere in luce una contraddizione tutta italiana: mentre si invocano innovazione, digitalizzazione e sostenibilità, si continua a praticare un’organizzazione del lavoro che ignora proprio i medesimi principi.
Università telematica: una formazione che si adatta alla vita reale
In questo contesto si inserisce anche il dibattito sulle università telematiche, riaccesosi recentemente in Italia con il Rapporto Censis 2025 sulla didattica digitale, che ha aperto un dibattito che è molto più di una semplice disputa tra modelli formativi. Questo scontro racconta una trasformazione profonda della Penisola, dei suoi studenti e del modo in cui il diritto allo studio dovrebbe – finalmente – adattarsi alla vita reale delle persone.
Fermo restando che, ovviamente, per alcune discipline la pratica in presenza resta imprescindibile, per molti percorsi di studio l’offerta formativa telematica proposta da numerose università rappresenta un’alternativa pienamente adeguata. Le telematiche mettono a disposizione docenti seri e preparati, talvolta più attivi di altri per quanto concerne ricerche e pubblicazioni.
I numeri parlano chiaro: nel 2025 le iscrizioni agli atenei telematici sono cresciute del 51%. Non si tratta di una moda passeggera né di una "scorciatoia", ma della risposta concreta a bisogni strutturali. Studenti lavoratori, genitori, cittadini che vivono lontano dai grandi poli universitari non trovano nella didattica a distanza “un’alternativa di serie B”, bensì l’unico modo realistico per formarsi senza rinunciare al lavoro, alla famiglia o in generale al proprio territorio.
Eppure, proprio mentre questo modello dimostra la sua capacità inclusiva, una parte della politica continua a dare letture assurde. Le critiche mosse in Parlamento da Elisabetta Piccolotti di Alleanza Verdi e Sinistra, che paventano un presunto rischio di svalutazione dei titoli e un “business incontrollato”, appaiono scollegate dal contesto sociale ed economico in cui viviamo. È paradossale che proprio una forza politica che dovrebbe fare della sostenibilità e della giustizia sociale le proprie bandiere fatichi a riconoscere il valore di un sistema che riduce il pendolarismo, abbatte gli spostamenti quotidiani, contrasta le migrazioni interne (da Sud a Nord, ma anche dalla provincia alla città) e taglia in modo netto le emissioni legate alla mobilità studentesca.
È un fatto poco discusso, ma l’università tradizionale, basata sull’obbligo di presenza, contribuisce da sempre in modo significativo a un fenomeno devastante per i territori più distanti dai servizi essenziali: l’immigrazione interna. Migliaia di studenti fuori sede lasciano ogni anno le aree montane, la provincia e il Meridione per trasferirsi nelle grandi città universitarie, da cui poi spesso non fanno ritorno, contribuendo allo spopolamento dei territori e a una concentrazione dei servizi che accentua le disuguaglianze. Anche questa è “fuga di cervelli”.
La didattica a distanza ribalta questo schema: permette di studiare senza sradicarsi, di restare nei luoghi d’origine, di costruire competenze senza impoverire il tessuto sociale locale, ma anzi arricchendolo. E se prendiamo in considerazione l’esempio di città come Padova, dove la pressione studentesca è oggettiva, con affitti alle stelle e stanze introvabili, va anche detto che il cosiddetto “boom delle università telematiche” non può far altro che risolvere degli annosi problemi.
Università telematica: fenomeno di massa e proiezione nel futuro
Va inoltre riconosciuto che le discussioni sollevate dalle università telematiche nascono anche dal timore che esse possano rompere quel sistema chiuso, spesso segnato da fenomeni di nepotismo e clientelismo, dominato da vecchi equilibri di potere, che caratterizza tante università tradizionali della Penisola. In molti atenei telematici la standardizzazione trasparente delle procedure di selezione e una valutazione più oggettiva delle performance dei docenti introducono elementi di meritocrazia che mettono in discussione pratiche altrove consolidate. È anche per questo che il "nuovo" modello incontra resistenze: perché scardina “rendite di posizione” e sistemi ideologizzati che poco hanno a che fare con l’interesse degli studenti.
La didattica digitale non elimina la relazione educativa, ma la trasforma e può anche renderla più diretta. Le piattaforme consentono potenzialmente un contatto continuo, flessibile, spesso più accessibile di quello garantito da aule sovraffollate.
Il Rapporto Censis certifica semplicemente una realtà: l’università telematica è ormai un fenomeno di massa. Continuare a guardarla con sospetto significa ignorare il futuro dell’insegnamento e, soprattutto, le esigenze concrete di milioni di italiani. Se l’obiettivo è davvero ampliare il diritto allo studio, ridurre le disuguaglianze territoriali e costruire un modello di sviluppo più sostenibile, allora la strada è una sola: investire nella didattica a distanza e riconoscerla per quello che è diventata, non un’eccezione da tollerare ma una dimensione imprescindibile dell’università che verrà.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Didattica universitaria a distanza: una scelta strategica per l’Università del futuro
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