- Autore: John Wainwright
- Genere: Gialli, Noir, Thriller
- Categoria: Narrativa Straniera
- Anno di pubblicazione: 2026
- ISBN: 9788899699932
Sotto la crosta di un manierismo nauseabondo la borghesia nasconde un’anima venduta al diavolo del possesso e dell’ipocrisia. In ambito letterario l’ha azzeccata in pieno Gustave Flaubert: chiamo borghese tutto ciò che pensa bassamente, diceva. E diceva bene. Raro che il giallo psicologico tragga i suoi spunti da classi sociali che non siano borghesi. Chiamo ad esempi Dürrenmatt e il sommo Simenon. Fra l’altro ho appena ultimato la lettura di Cul-de-sac (PaginaUno, 2026, traduzione e postfazione di Carlo Osta) dell’inglese John Wainwright, annoverabile senza remore fra i più efficaci esponenti del genere (proprio Simenon ne ha benedetto il libro succitato aggettivandolo come “indimenticabile”). Il romanzo risale al 1984 e dal finto perbenismo borghese trae succosi spunti collaterali di osservazione. Per dirla in altro modo: sottotraccia al poliziesco investigativo firmato da John Wainwright cova un ritratto di borghesia in nero, attualissimo in quanto sempiterno.
E adesso gli ingredienti portanti della trama, per ciò che è lecito rivelare senza sciupare le sorprese finali: la vacanza fuori stagione di una sfilacciata coppia borghese – lui affermato ma ordinario tipografo, lei che gli fa da acidula e stressogena consorte - sfocia d’improvviso in tragedia. La donna cade giù da una scogliera (chissà se scivola, chissà se viene spinta) mentre l’uomo la osserva precipitare senza muovere un dito, meno che mai lanciare grida di aiuto. Del resto il luogo è isolato, e il terreno scivoloso, un po’ come i pensieri di John Dubury, più che altro impedito dallo sgomento. Con l’avanzare delle pagine, avanza anche il dubbio che tale inazione possa però discendere da un piano uxoricida. Ad agevolare il sospetto un testimone inatteso, un simil-fricchettone emotivo (di certo un tipo tutt’altro che borghese) e perciò poco credibile, che afferma di avere assistito all’omicidio dal cannocchiale attraverso cui intendeva osservare gli uccelli.
Quanto agli accenni alla storia sarà bene fermarsi a questo punto, e concentrarsi sul nucleo autoriale del romanzo: John Wainwright conosce a memoria il fatto suo (prima di darsi alla scrittura è stato poliziotto), gioca quindi con le convinzioni del lettore come il gatto col topo. Dapprima innervandolo tra le pagine del diario e la psiche di Duxbury (l’ordinario marito borghese di cui sopra), quindi chiamandolo a testimone ulteriore del percorso investigativo di un sergente votato alla giustizia, a qualsiasi costo. L’indagine del detective procede di pari passo allo scavo psicologico dei soggetti coinvolti – attori e spettatori, protagonisti e semplici comparse – con l’obiettivo di riesaminare un caso in fondo già risolto (la morte della donna è stata già archiviata come accidentale). Ma Maude Duxbury, moglie rompiscatole del mite e fedele (?) John Duxbury, è stata davvero vittima di un incidente fortuito? O invece lo è stata di un piano ordito dal marito, secondo i canoni classici – coppia in apparenza felice, luogo isolato, nessun testimone, quanto meno che lui sappia - dell’omicidio perfetto? Il lettore si fa le proprie idee, per poi disfarle - spiazzato di continuo - funzionalmente alla rivelazione finale.
Davvero un bel procedere narrativo, di conseguenza un leggere appassionante. Sintetizza acutamente Carlo Osta in postfazione:
Cul-de-sac non è semplicemente un whodunit; è piuttosto un’immersione claustrofobica in un microcosmo di verità nascoste e ipocrisie borghesi, dove il crimine non è un incidente isolato ma il sintomo di un malessere sociale profondo […] Attraverso le sue pagine, Wainwright non si limita a narrare un’indagine, ma offre uno sguardo penetrante nelle dinamiche umane che si celano dietro il crimine. Con un’attenzione meticolosa verso le psicologie dei personaggi e una profonda critica sociale, l’autore crea un’opera che travalica i confini del genere poliziesco per diventare una riflessione sulla moralità, l’isolamento e la faticosa ricerca della verità in un mondi di apparenze.
Meglio di così soltanto l’ideale dieci e lode che assegno a un romanzo che - parafrasando Simenon - non si dimentica davvero.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Cul-de-sac
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