Bubuš
- Autore: Julia Kissina
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Voland
- Anno di pubblicazione: 2025
Il tempo che serve a un aereo di linea per attraversare l’Atlantico e il continente americano, collegando l’Europa a San Francisco, e il numero immenso di chilometri terresti che sorvola a piedi e piedi di altezza sono sufficienti per inglobare al loro interno tutto l’orrore e tutti i traumi, storici - quindi collettivi - e individuali, dell’esistenza umana. Lo sa bene, nei suoi viaggi di andata e ritorno, la protagonista e voce narrante di Bubuš, il romanzo di Julia Kissina edito nel 2025 all’interno del catalogo Voland con la traduzione di Valentina Parisi.
Chi sia la protagonista, non ci è dato troppo sapere. Sebbene ci parli in prima persona, descrivendoci in presa diretta la trappola tutta a spirali stritolanti nella quale è rimasta intrappolata, di lei sappiamo ben poco. Di certo ha una grande cultura, scrive e traduce, ha un figlio con un importante problema psichico e un passato che l’ha vista bazzicare città e capitali della parte più orientale dell’Europa. Il nome? Nelle pagine del romanzo ha quello poi scelto come titolo, ma è un appellativo che le è stato imposto, una scelta altrui.
Dopo un po’ cominciò a chiamarmi Bubuš. Bubuš era una sua trovata. Forse aveva inventato questa parola in base alla somiglianza con altre, francesi o russe. Ricorda un po’ babuška, mi spiegò. Babuška è ritenuto un termine molto russo. Be’, meno male che non mi chiamava matrioska! Io avevo la sensazione che fosse un nome preso in prestito, che qualcun altro si chiamasse così – tale infatti era la facilità con cui gli scivolava sulla lingua. E, dal momento che quel nome non era mio, dovevo portarlo come un abito altrui, che non era affatto della mia misura.
Ad appiopparle il nome è stato Andy, un omaccione che le è comparso di fronte sotto forma di un’immensa schiena durante una specie di conferenza, e del quale è rimasta stregata al punto da mandare all’aria la relazione precedente (e il corrispettivo viaggio già organizzato in Asia) e abbandonare il figlio, sempre più murato nella sua schizofrenia, per partire alla volta di San Francisco, dove Andy vive. Ma già prima del viaggio, l’uomo inizia a mostrare i sintomi di una folle ossessione nei suoi confronti: chiamate incessanti, controlli sui social, minacce imbevute di frasi amorevoli. L’orizzonte è soffocante, ma la futura Bubuš sale comunque sul volo e si ritrova sulla costa occidentale degli States.
Andy è un poeta beatnik con un poderoso passato tutto incrostato dai fumi dell’alcol, adesso sempre sul ciglio della bancarotta. Vanta una vita da vero esponente della beat generation, una sequenza infinita di relazioni e relative acrobazie sessuo-sentimentali degne delle migliori pagine di Henry Miller e una verve che avrebbe fatto invidia al Bukowski più incallito, eppure sembra disdegnare tutta questa tradizione americana e mettersi da solo al petto le medaglie della sua unicità, della sua grandezza. In realtà è solo un agglomerato di bugie, paure e ossessioni: maniaco di grandezza, cospiratore, nullafacente creatore di fantasmi, vede un pericolo dietro ogni angolo e un nemico da stendere al tappeto perennemente alle spalle. I peggiori, fra questi ultimi, sono i milioni di amanti della sua Bubuš, tutti creati dalla sua immaginazione malata, e una sua ex fiamma che ha ancora le chiavi di casa e che potrebbe, da un momento all’altro, affondare un coltello nel cuore della protagonista, vendicandosi per la perdita del suo amato.
Le pagine del romanzo sono una descrizione insieme grottesca e onirica delle orripilanti giornate che Bubuš è costretta a passare al fianco dell’uomo, murata dentro il suo appartamento e condiscendente a ogni sua richiesta, capace di involarsi seguendo gli scoppi di puro entusiasmo di quest’ultimo per poi piombare dentro i pozzi scuri delle sue ossessioni. Nemmeno il bagno, unico spazio intimo nel quale ritirarsi e chiudersi a chiave, o le notti, passate accanto al corpo addormentato dell’uomo, possono dare requie alla donna: la casa infatti sembra infestata dal trauma più grande di tutti, la madre di Andy, un’ebrea sopravvissuta all’olocausto durante il secondo conflitto mondiale, la cui essenza, eterea ma consistente, continua a muoversi e chiacchierare fra quelle quattro pareti, camminando sul soffitto a orari improbabili coi tacchi e rubando calze dalla finestra. “È difficile vivere con una persona ripiegata sul suo trauma”, si legge, eppure la prigione non lascia scampo, e Bubuš si fa sempre più di marmo al fianco di Andy.
Impergolata in un intreccio di questioni etiche ed esistenziali, priva di volontà, giacevo sul fondo nella speranza che tutto si risolvesse da sé. E, mentre sopra di me passavano le bufere, giunse la risposta. Con mia madre facevo lo stesso. Quando lei mi terrorizzava, io colavo a picco, mi fingevo morta, come certi coleotteri che si spacciano per pezzetti di legno. Noi due vivevamo insieme, vegetavamo allo stesso modo: lui era la bufera, io – il pezzetto di legno.
Fra avventure picaresche e incontri improponibili, in mezzo a uragani e mummificazioni, galleristi d’arte folli, amici infidi e scomparsi, disegni avanguardistici stipati in soffitta che parrebbero valere milioni, social strumentalizzati, timori di un’imminente apocalisse e fiumane di zombie tumefatti dalle droghe, Bubuš è il racconto di una discesa negli abissi più infernali fra i quartieri più marginali delle megalopoli statunitensi e le capitali europee, scritto con uno stile onirico e gotico che fa sorridere a denti stretti, ma soprattutto annaspare. Bubuš scappa!, ci si ritrova a sussurrare ogni dieci pagine, mentre anche noi lettori e lettrici ci impietriamo dentro questo circo dell’ossessione megalomane di un secondino tanto buffo quanto impietoso.
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