Parlare degli anni Settanta italiani non è mai un esercizio neutro. Spesso il racconto di quel decennio oscilla pericolosamente tra due estremi altrettanto mistificatori: da un lato la semplificazione mediatica e forcaiola, che riduce un complesso fermento sociale e politico a una mera galleria di orrori e violenze; dall’altro la rimozione difensiva o la nostalgia edulcorata di chi visse quegli anni da posizioni di comodo, privo di uno sguardo d’insieme capace di cogliere la portata tellurica di quel movimento. In questo panorama saturo di luoghi comuni, Aggrappati al cielo di Sergio Bianchi, pubblicato da Milieu Edizioni (2026), si impone come un’opera letteraria e di testimonianza fondamentale, un testo che si inserisce con forza nel solco tracciato da grandi affreschi collettivi dedicati alle lotte di quegli anni.
Il romanzo si apre e si chiude con un’immagine visiva di rara potenza poetica: un riquadro di cielo solcato dal volo di aironi cenerini e dalla scia bianca di un aereo invisibile. All’interno di questa cornice atmosferica e sospesa si dipana una narrazione che affonda le sue radici esattamente nel giorno successivo alla strage di piazza Fontana. Da quel preciso istante – tredici anni e quattro mesi prima che la parabola si compia definitivamente – prende vita il racconto in prima persona del protagonista, una voce che unisce destini personali, militanza e vicende collettive. Non siamo di fronte a un memoir intimista racchiuso nei confini angusti dell’io, ma a un’opera corale in cui la Storia con la S maiuscola irrompe nelle esistenze quotidiane, le plasma, ne detta i ritmi e, inevitabilmente, ne esige il conto.
L’elemento di maggiore interesse e rottura del romanzo risiede nel modo in cui Bianchi affronta il tema del movimento e della marginalità sociale. Chi animava quelle lotte non proveniva dai salotti buoni, ma dalle periferie, dai luoghi di lavoro alienanti, dai quartieri operai dove la sopravvivenza economica si mescolava a un profondo senso di insofferenza verso l’ordine costituito. Leggendo il testo si avverte chiaramente la lezione che lega l’autore a figure di spicco della neoavanguardia come Nanni Balestrini: il rifiuto radicale del lavoro salariato inteso come sfruttamento bestiale non è una teoria astratta, ma un dato corporeo, materiale, viscerale. I giovani protagonisti del romanzo pretendono tutto, rifiutano l’esistente e cercano di rovesciare i rapporti di forza prima di essere inevitabilmente schiacciati dalla reazione del mondo dei padri e dalle maglie strette della repressione statale.
La forza di Aggrappati al cielo sta anche nel rifiuto di ogni forma di revisionismo o di assoluzione consolatoria. Le pagine di Bianchi non cercano sconti, non celano gli errori, le derive e i momenti di smarrimento o di "impazzimento finale" che portarono una parte del movimento dalla speranza di trasformare radicalmente la società verso vicoli ciechi e soluzioni tragiche. L’illegalità, la violenza e il conflitto non vengono edulcorati né messi in scena per mero sensazionalismo scandalistico, ma ricondotti alla loro radice storica di esercizio di un contropotere che attraversa Potere Operaio, l’Autonomia, le occupazioni di fabbrica (come la Mirafiori degli anni caldi), i collettivi femministi, fino alle sezioni speciali e al carcere.
Dal punto di vista stilistico, la scrittura di Sergio Bianchi adotta una soluzione di grande coerenza etica ed estetica. Sposando l’idea che la rivolta debba esprimersi anche attraverso la lingua, l’autore riduce al minimo indispensabile i dialoghi e adotta una scelta radicale: l’abolizione quasi totale della punteggiatura tradizionale. Restano i punti e i punti interrogativi a scandire il testo, trasformando la prosa in un flusso serrato, compatto, quasi ossessivo, che restituisce al lettore l’urgenza e la velocità febbrile di quegli anni. La lingua parlata dai militanti, aspra e diretta, diventa essa stessa strumento di conflitto di classe e di rifiuto delle gerarchie formali.
Accanto alle grandi tappe storiche — da piazza Fontana al ’77, dal sequestro Moro alla disillusione degli anni Ottanta — il romanzo sa ritagliarsi spazi di intensa umanità. Emergono la scoperta della letteratura (con continui rimandi e passeggiate tra le pagine di autori amati), la musica, i legami d’amicizia e d’amore, o le fughe nei luoghi marginali della Valdossola. E quando la tempesta finalmente si placa, il libro non si rifugia in un finale consolatorio, ma dedica pagine di straordinaria durezza alla conta dei cocci, a ciò che rimane sui corpi e sulle coscienze quando i sogni d’assalto al cielo si infrangono contro la durezza della sconfitta.
Aggrappati al cielo si dimostra così un’opera letteraria di altissimo profilo, capace di dimostrare come la narrativa possa scavare nella verità di un’epoca con un’efficacia preclusa alla semplice saggistica. Senza pentimenti di comodo ma con la lucidità di chi non ha smesso di interrogarsi sul senso di quel fuoco, Sergio Bianchi ci consegna il ritratto di una generazione che ha avuto il coraggio di osare l’impossibile, ricordandoci che l’unico vero errore, forse, è stato quello di non averci provato abbastanza. Un libro necessario per fare i conti, senza sconti, con un rimosso storico che continua a interpellare il nostro presente.
- Autore: Sergio Bianchi
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2026
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Aggrappati al cielo
Lascia il tuo commento