Il 30 maggio 1943 Cesare Pavese scrive una delle lettere destinate a rimanere attuali ben oltre il proprio tempo. La destinataria è Fernanda Pivano, traduttrice e scrittrice di cui Pavese si innamora senza essere corrisposto.
I due si erano conosciuti per la prima volta anni prima, tra i banchi del liceo D’Azeglio di Torino, dove Fernanda studia mentre Pavese, allora ventiseienne, è supplente di italiano e latino. La scintilla d’amore in Cesare scoppia però quando Fernanda è ormai una brillante studentessa universitaria. Il loro rapporto certamente è segnato da slanci, incomprensioni e dalla differenza di età, ma anche da una profonda stima reciproca. Nelle lettere emerge spesso un Pavese premuroso, capace di alternare l’affetto dell’innamorato alla sensibilità del maestro che desidera accompagnare una giovane donna all’inizio della sua carriera professionale e personale. L’amore di Pavese per Fernanda supera la carnalità spostandosi in una dimensione a tratti paterna, con l’intenzione di guidare dolcemente la sua amata, senza tuttavia risultare paternalistico, anche grazie alla vena umoristica e sarcastica dello scrittore torinese. Leggiamo il testo della lettera, pubblicata nella raccolta Lettere 1924-1944, pubblicata da Einaudi nel 1947.
Il testo della lettera a Fernanda Pivano
Cara Fern,
la Sua lettera mi ha molto commosso e se potessi prenderei subito il treno per provarLe che non è vero che la circondi il gelo e l’ostilità. Ma non capisco perché si trovi tanto male proprio adesso che sa di poter lavorare nove ore al giorno e quindi pressoché mantenersi. Non ha sempre aspirato all’indipendenza? A meno che Le succeda come a tutti: una volta ottenutala, non sa più che farne. Si ritorna cioè a quanto Le ho sempre consigliato: si faccia una vita interiore – di studio, di affetti, d’interessi umani che non siano soltanto di «arrivare», ma di «essere» – e vedrà che la vita avrà un significato. Io non ho potuto muovermi anche perché abbiamo avuto i
questurini in casa per parecchio tempo – una nostra impiegata è stata arrestata – e s’immagini le grane.
Cara Fern, la solitudine che Lei sente si cura in un solo modo, andando verso la gente e «donando» invece di «ricevere» (è la solita sacrosanta predica). Non che io aneli di essere quello a cui Lei dovrebbe donare – tanto più che i doni che Lei potrebbe farmi non sarebbero ancora la soluzione ma aumenterebbero il pasticcio. Si tratta di un problema morale prima che sociale e Lei deve imparare a lavorare, a esistere, non solo per sé ma anche per qualche altro, per gli altri.
Fin che uno dice «sono solo», sono «estraneo e sconosciuto», «sento il gelo», starà sempre peggio. È solo chi vuole esserlo, se ne ricordi bene. Per vivere una vita piena e ricca bisogna andare verso gli altri, bisogna umiliarsi e servire. E questo è tutto.
La nostra posizione qui è molto precaria. Il padrone ogni tanto fa progetti per riportare la baracca in Piemonte – che non mi dispiacerebbe. Ma intanto – tira e molla – non faccio più niente e non ho più pace. La smetta con quella stupida storia dell’assegno. Pensi piuttosto a tradurre l’“Addio”, e con l’assegno si comperi un monopattino. Coraggio e arrivederci.
Il messaggio di Cesare Pavese
Questa lettera nasce da un momento di sconforto per Fernanda. Ha appena conquistato un traguardo importante nel mondo editoriale: nel 1943 pubblica la traduzione in italiano di Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, superando la censura fascista. Eppure, anziché sentirsi realizzata, avverte un senso di vuoto e di solitudine.
La risposta di Pavese colpisce ancora oggi per la sua lucidità:
Non ha sempre aspirato all’indipendenza? A meno che Le succeda come a tutti: una volta ottenutala, non sa più che farne.
In poche righe lo scrittore coglie una contraddizione profondamente umana: il sentimento di delusione di una donna viene universalizzato, in modo assai contemporaneo, espandendolo alla condizione che accomuna tutti gli esseri umani, fino a fornire una visione ancora straordinariamente attuale. Spesso immaginiamo che il raggiungimento di un obiettivo possa coincidere con la felicità, ma quando quel traguardo viene raggiunto, scopriamo che il problema non era arrivare, bensì comprendere che farsene di ciò che si conquista.
Pavese, con la mansuetudine e la tenerezza che contraddistingue la sua scrittura, fornisce alla giovane amata una preziosa lezione di vita, che funge da antidoto in grado di poter sopperire alle fatiche del lavoro e dell’esistenza:
Si faccia una vita interiore – di studio, di affetti, d’interessi umani che non siano soltanto di «arrivare», ma di «essere» – e vedrà che la vita avrà un significato
In una società che misura il valore delle persone attraverso i risultati, prestigio e riconoscimento sociale, Pavese suggerisce una prospettiva diversa: non vivere per accumulare successi, ma per diventare qualcuno.
In questo senso, non è importante agire in funzione di un obiettivo concreto e materiale come la carriera o il denaro, ma il vero segreto per dare un senso alla corsa insensata della vita è fare tesoro delle esperienze e di ciò che otteniamo non per dimostrarlo agli altri, ma per crescere moralmente. Solo in questo modo è possibile vivere in serenità e in accordo con chi ci circonda.
Ma il nucleo più toccante della lettera riguarda il tema della solitudine, assai legato a quello dell’indipendenza. Ebbene, Pavese propone un ulteriore rimedio, forse il più dolce ed efficace di tutti, stemperandone la sentenziosità e sfumatura paternalistica grazie alla classica punta sarcastica del nostro:
Cara Fern, la solitudine che Lei sente si cura in un solo modo, andando verso la gente e «donando» invece di «ricevere» (è la solita sacrosanta predica).
[...]
Per vivere una vita piena e ricca bisogna andare verso gli altri, bisogna umiliarsi e servire. E questo è tutto.
Quel sentimento di solitudine e smarrimento può essere alleviato solamente uscendo da se stessi e dal proprio egoismo, interessandosi agli altri, donando il nostro tempo, energie e affetto.
Oggi, questo messaggio di altruismo e apertura verso l’altro appare attuale più che mai: in un’epoca in cui l’individualismo e l’ascesa economica e sociale sono gli unici valori considerati validi, ascoltare se stessi e gli altri e concedersi a loro può essere una prospettiva molto più appagante per l’anima.
Infine, colpisce che queste parole siano state scritte proprio da Pavese, che ha fatto proprio della solitudine uno dei temi centrali della propria opera e della propria vita: in questo senso, la lettera non è scritta da chi già ha superato determinate difficoltà, ma da chi ne conosce profondamente il peso e ormai ha imparato a conviverci. La morte prematura per suicidio di Pavese, avvenuta sette anni dopo, rende le parole di questa epistola ancora più forti e autentiche, che rendono ancora più evidente la sua lotta continua contro la solitudine e il senso di vuoto.
Letta ai giorni d’oggi, la lettera non appare come una lezione di vita moraleggiante, bensì una riflessione di due persone che cercano, ognuna a modo suo, un significato nell’esistenza, utile come spunto per sopravvivere al mondo sempre più veloce e individualista contemporaneo.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Si faccia una vita interiore”: la lettera di Cesare Pavese a Fernanda Pivano
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