- Autore: Davide Cortese
- Categoria: Poesia
- Anno di pubblicazione: 2021
Il volto di Davide Cortese ha qualche cosa di candido e al contempo di "ferroso", come una statua di ottone e appunto di ferro. Chi scrive trova questi ventuno componimenti molto pieni di senso, ma anche di una solitudine costante e sicuramente condivisa. Questa è una silloge che come un’eco ritorna, come mentre si gioca al gioco dell’oca. Il titolo prezioso e pericoloso è Zebù bambino (Terra d’ulivi, 2021, nota di lettura di Mattia Tarantino) e si apre come una sessione di poker senza saper giocare. Davide Cortese è nato a Lipari, poi ha studiato all’università di Messina e infine a Roma. Chissà, viene da chiedersi, a cosa assomiglia Roma alle persone che vivono guardando e lavorando sulle Isole?
La fede religiosa del poeta è un come una sorta di privilegio, ma anche, al contempo, la condanna a vita è un cliché. Il poetare di queste pagine si sfrangia, assomiglia a un Giano bifronte immobile, tenuto per forza. Anche alle amicizie non si può negare attenzione; o in caso contrario diventerà sfiducia, risentimento.
Lo sguardo di Cortese è centrale; nelle immagini che ho trovato c’è quella sua "maschera di ferro" di cui abbiamo già scritto. Pur di non cadere in un vieto sentimentalismo, il poeta si ricorda del mare, ma non esagerando mai. Neanche quando si vuole essere onesti:
Nei suoi lascivi giochi / si accompagna a dannati rei / che sebbene lo conoscano / si chiedono "chi sei sei sei?"
Nella poesia più bella sembra quasi che non sappiamo tenere alta la coppa, perché noi esseri umani siamo giunti a partner sbagliati. Il titolo dei versi è Nei lascivi giochi e poi, più avanti, c’è un altro componimento col titolo Sei una schiappa, Sei grasso, Sei brutto. Qui, viene chiamato in causa un bambino mortificato, brutto e grasso; manca il senso della comunità, di chi dice senza imbarazzo sei brutto. E sembra che in questa poesia ci sia la morte del desiderio, ma ci si domanda anche qual è il nostro futuro, bello e allucinante.
Una manciata di ossimori, la parte formale dei versi non inficia l’anima di Cortese né di altre confessioni religiose; soprattutto non lo avrebbe voluto Galloni uno scompenso, morto a venticinque anni. A lui è dedicata la silloge, avendolo Cortese avuto come primo lettore.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Zebù bambino
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