In servizio nell’Ufficio Scorte della Questura di Palermo, poi più di vent’anni nella Sezione Catturandi del capoluogo siciliano, fine carriera all’Antidroga, sempre della Mobile palermitana e ancora nelle scorte. Francesco Mongiovì è orgoglioso della sua vita in Polizia e ha voluto raccontarla per dimostrare che il cancro criminale si può affrontare e contenere, anche dove più forte. Ha pubblicato un libro sulla sua esperienza antimafia: Uomo di Stato. La mia vita in Polizia, dalla scorta a Falcone agli arresti di Brusca e Provenzano, a cura del giornalista veneto Stefano Marina e con la prefazione dell’ex capo della Polizia di Stato Franco Gabrielli, un volume Oligo Editore, marchio de il Rio di Mantova (maggio 2025, collana “Narratori”, 212 pagine).
È palermitano Mongiovì, sovrintendente capo in pensione della PS. È nato un 19 luglio, trentatré anni prima del tragico attentato del 1992 in via D’Amelio, costato la vita al giudice Borsellino e a cinque agenti della scorta (compresa Emanuela Loi), cinquantasette giorni dopo la strage di Capaci, in cui avevano perso la vita Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti Montinaro, Dicillo, Schifani.
Classe 1959, ricorda bene gli anni Ottanta, quando a Palermo c’era ogni giorno almeno un morto ammazzato: da una parte i cosiddetti uomini d’onore che si facevano la guerra tra loro, dall’altra gli uomini dello Stato, dell’informazione, della società civile, che morivano sotto i colpi dei mafiosi. In quegli anni, persero la vita il giornalista Mario Francese, i commissari di Polizia Boris Giuliano e Beppe Montana, i magistrati Cesare Terranova e Rocco Chinnici, il presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, il procuratore Gaetano Costa, il segretario regionale del PCI Pio La Torre, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il vicequestore aggiunto Ninni Cassarà. Una carneficina. Un numero folle, rispetto alla media degli assassinati dalla criminalità organizzata nello stesso periodo in altre città italiane ed europee.
Mongiovì, Ciccio per gli amici, Franco in famiglia, è entrato in Polizia superando il concorso nel 1987. Sei mesi di scuola a Bolzano, poi la sede di servizio nella sua città. In Alto Adige aveva conosciuto Rocco Dicillo, venticinquenne pugliese di Triggiano, pari corso, stessa aula didattica, morto nel 1992 a Capaci, di scorta a Falcone. Franco confessa, “prima di tutto a se stesso”, che conoscere Rocco e poi vederlo morire a Capaci gli ha provocato una grandissima sofferenza, uno dei dolori più atroci della vita, una ferita ancora aperta che non guarirà mai.
Nel 1988, dopo quattro mesi da agente in prova, Ciccio fece domanda per il corso di formazione Scorta e Tutela personalità, in Sardegna, ad Abbasanta. Centinaia di ore d’esercitazione, tanta pratica oltre alla necessaria teoria: guida di autovetture blindate, non fermarsi mai nel punto voluto dagli attentatori, speronare altre auto, salire e scendere da quelle in corsa, muoversi con lo scortato a piedi. Uso delle armi e tantissimo addestramento al tiro al bersaglio. Finchè Falcone era stato in servizio a Palermo, Mongiovì aveva fatto parte della scorta sulla vettura Quarto Savona 15, ma il giudice era stato trasferito al Ministero a Roma e lui aveva cambiato servizio. Il pomeriggio del 23 maggio 1992, quando si diffuse la notizia di un’esplosione sul percorso delle auto dall’aeroporto alla città, raggiunse l’autostrada con un collega, in moto, guidandola come un pazzo, con angoscia. La descrizione di ciò che trovò è impressionante.
Arrivati a Capaci, davanti ai loro occhi si presentò una scena che ancora oggi fatica a descrivere. Non c’era più traccia di asfalto: cemento sgretolato, macchine capovolte, massi ovunque, nuvole di polvere. Un’immagine più lunare che terrestre. In quell’orrore spaventoso, la Fiat Croma bianca di Falcone era inclinata a muso avanti in un grande cratere, il vano motore scoperchiato dall’esplosione, coperto di sassi e di terra. L’aria puzzava di materiale chimico combusto, zolfo, cherosene. Nella prima auto accartocciata, i corpi di tre colleghi immobilizzati nello scheletro di metallo, schiacciati tra la plastica, il ferro, il legno, le vernici, l’olio del motore, la benzina. Dietro la Croma, nessuno all’interno della terza auto, danneggiata ma non distrutta (feriti, Corbo, Capuzzo e Cervello sopravvissero).
Nemmeno sessanta giorni dopo, è stato testimone di un altro incubo, in via D’Amelio. Corpi dilaniati, brandelli, un seno sopra un balcone al primo piano, una mano al terzo, un dito mozzato a terra, a un lato degli agenti che piantonavano la via. “Collega, fai attenzione dove metti i piedi” . Alle 16.58, erano scoppiati novanta chili di esplosivo, in una Fiat 126 parcheggiata davanti al palazzo dalla mamma di Borsellino. Le automobili bruciarono, appartamenti furono sventrati, il cemento disintegrato.
Entrando in Polizia, era motivato a fare il suo percorso: Scorte, Catturandi, Narcotici, a disposizione per la sicurezza del Paese e di una città in particolare, Palermo, che viveva momenti di buio. Oggi, quando incontra le scuole, qualche ragazzo chiede se rifarebbe ancora il poliziotto: risponde sempre di sì, perché diversamente da altre pur valide occupazioni, vuol dire garantire il bene degli altri, il bene comune, il bene di chi nemmeno conosci ma che ha bisogno di te. Ricompense? Materiali davvero poche, morali tantissime. Dopo la cattura di Giovanni Brusca, “lo scannacristiani” (ora in libertà, per lo sconto di pena da pentito), la gente esultava davanti alla Questura di Palermo, alcuni piangevano di gioia, ringraziavano. Rimane dentro, ti fa sentire cosa vuol dire essere un uomo al servizio dello Stato.
- Autore: Francesco Mongiovì
- Genere: Storie vere
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2025
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Uomo di Stato. La mia vita in Polizia, dalla scorta a Falcone agli arresti di Brusca e Provenzano
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