- Autore: Elif Shafak
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Rizzoli
- Anno di pubblicazione: 2016
- ISBN: 9788817097611
Imponente voce femminile della narrativa turca e mondiale, Elif Shafak con Tre figlie di Eva (Three Daughters of Eve, Rizzoli, 2016, trad. di Daniele A. Gewurz e Isabella Zani) conferma il suo interesse per culture diverse e lontane. In particolare, mette a fuoco il ruolo della donna nelle società mediorientale e occidentale, dipingendo personaggi femminili come fossero l’una una sfumatura cromatica dell’altra. In un mosaico di nuances, si delineano posizioni emotive e mentali in gradazione rispetto a temi centrali quali la religione, la concezione di Dio, le tradizioni e la posizione delle donne nella società.
In Tre figlie di Eva la dimensione archetipica affiora come una trama sotterranea che struttura il romanzo oltre il livello realistico. Le tre protagoniste possono essere lette come declinazioni di un unico principio femminile molteplice, richiamando la figura di Ecate, dea liminale raffigurata con tre volti con lo sguardo verso diverse direzioni, custode delle soglie, dei crocicchi, delle scelte e delle contraddizioni. Come Ecate, le figlie di Eva abitano l’incrocio tra fede e dubbio, desiderio e colpa, appartenenza e solitudine.
Ancora una volta l’autrice conferma la propria particolare maturità narrativa nell’analisi mistica, che supera la mera riflessione giungendo a un’approfondita contemplazione del sacro. La trama si dipana tra Istanbul e Oxford, in un’alternanza temporale narrativamente strutturata. Ecate riaffiora nuovamente come rappresentazione archetipico-mitologica delle fasi della vita, tra passato, presente e futuro, oscillando tra sentimenti di inquietudine e apparente benessere, in cui si insinua una violenza feroce, inattesa, che apre e conclude simbolicamente il romanzo in una ciclicità di eventi. La riflessione oscilla tra Medioriente e Occidente, tra osservanza religiosa e ateismo, tra l’ostentazione della femminilità e la sua negazione, nel timore di prendere posizione e nell’urgenza di conciliare gli opposti.
Il romanzo è sì la storia di tre donne, così diverse tra loro eppure in qualche maniera capaci di convivere con le altrui differenze, ma è anche la storia di una protagonista, Peri, divisa in tre, un’unica donna generatrice di tre identità in cerca di conciliazione. In questo orizzonte simbolico emergono altre figure mitologiche rivelanti, prima fra tutte Eva stessa, come archetipo dell’origine e della trasgressione.
Il femminile trasgressivo evoca anche la dea Lilith, figura mitologica meno nota di lontane origini mesopotamiche legata al vento rappresentante la tempesta, l’adulterio e il male, ripresa poi dalla cultura ebraica e posta al fianco di Adamo come sua prima compagna. Dunque una Eva ante-litteram, primordiale, distruttiva, ma anche libera come il vento, l’Ombra, simbolo di identità non conciliata, di rifiuto del compromesso: non cerca redenzione, non torna indietro. È l’archetipo della donna che paga il prezzo dell’indipendenza, ma non rinnega la scelta. Lilith funziona come “ombra necessaria” in un sistema narrativo femminile tripartito.
Atena, dea priva di infanzia e nata direttamente dalla testa di Zeus, incarna l’emblema della razionalità, che resta aderente ai dettami vincolanti della tradizione con le difficoltà che comportano determinati codici comportamentali. Infine Persefone, come immagine della discesa agli Inferi e del ritorno al mondo sensibile, dea Kore che abbraccia il compromesso tra luce e ombra, incarna il femminile di fronte al dilemma tra la propria realizzazione e la fedeltà alle radici, nella necessità di trovare una conciliazione.
A-ha, come pensavo. Sei mezza e mezza.
Le tre ragazze non sono altro che la proiezione del proprio sé frammentato: la peccatrice, la credente, la mediatrice. Ma anche colei che vide il Male, colei che sentì il Male e colei che fece del Male.
Il divario tra la persona che portava dentro di sé e quella che ci si aspettava che fosse le sembrava più ampio che mai. Percepiva la distanza, in tutta la sua incolmabilità, fra l’ambiente da cui proveniva e quello verso cui desiderava dirigersi.
La trasversalità della protagonista Peri-Persefone, tra osservanza e trasgressione, percorre una verticalità identitaria intersecata dall’orizzontalità delle altre tre Peri: quella del passato, quella del presente e quella del futuro.
Dopotutto era stata davvero un’altra ragazza, una Peri diversa dalla donna che era diventata, quella che fu prima la studentessa preferita di Azur e, più avanti, la causa della sua rovina.
Queste Peri-tre figlie di Eva si muovono lungo la linea del tempo in un processo di metamorfosi interiore. Shafak utilizza così il mito non come ornamento, ma come chiave di lettura profonda dell’identità femminile contemporanea, frazionata e plurale, sempre in bilico tra luce e ombra. Il romanzo è anche la storia speculare dei tre figli di Adamo: anche le figure maschili possono essere lette in chiave archetipica, non come personaggi psicologicamente dominanti ma come principi simbolici che orientano, o ostacolano, il percorso delle protagoniste. Da un lato Shafak descrive un marito-mediatore che riecheggia la figura di Efesto, sposo storpio di Afrodite: non esercita potere, ma offre uno spazio di ascolto e di cura, rappresentando la possibilità di una relazione paritaria e non autoritaria. Un altro aspetto del maschile si configura come l’archetipo del Sacerdote: un Hermes psicopompo, guida verso il sapere e la soglia del sacro, ma senza mai garantire approdo o certezza. Affascinante e pericoloso, pone quesiti più che fornire risposte, incarnando il sapere come seduzione e rischio. Infine la figura paterna, che tuttavia non garantisce la continuità della tradizione né l’autorità del potere, ma piuttosto la mette in discussione. Il padre ateo richiama l’archetipo del Titano Prometeo: figura di rottura con la tradizione religiosa, portatore di una razionalità intransigente che libera ma ferisce. Come Prometeo, sottrae il fuoco del pensiero critico alla tradizione della fede, pagando però il prezzo di una frattura affettiva, lasciando in eredità una libertà che non consola. Nel loro insieme, questi tre archetipi maschili disegnano non modelli, ma forze simboliche che mettono alla prova l’identità femminile del romanzo, contribuendo a quel campo di tensione che oscilla tra cura, conoscenza e negazione, in cui Shafak colloca la ricerca di senso delle sue protagoniste.
Le signore della buona borghesia […] non dicevano una parola men che corretta […] Gli uomini, invece, erano liberi di usare le parolacce […] il turpiloquio teneva insieme la specie dei maschi.
Tra gli uomini non emerge la figura di un fervido credente, poiché la questione dell’ubbidienza ai dettami religiosi è un fatto soprattutto femminile, una condizione che coinvolge la convinzione mistica fino a invadere la sfera emotiva, psicologica, privata e, in ultima analisi, prettamente sessuale.
Lei non sarebbe stata una sposa di quel tipo. Non avrebbe fatto la vita di sua madre. Non si sarebbe lasciata inibire, limitare, ridurre a qualcosa che non era. […] "Meglio se non sposo un uomo di queste parti".
Il confronto con il mondo occidentale, ciò che è fuori dai confini del mondo intimo e privato della delle radici originarie, è una costante della scrittura di Shafak, che invita a riflettere su concetti rilevanti del mondo globalizzato, ma anche di chi espatria in genere: interrogativi sulla propria identità e appartenenza che non trovano risposta se non nell’accettazione della dualità che comporta tale condizione, doppia appartenenza, doppia nostalgia.
[…] e adesso eccomi qua, più inglese del pudding di Natale ma fuori posto come una torta di datteri!
L’immaginario del cibo come linguaggio metaforico ha una forza profonda: è nutrimento, sostentamento infantile, cura e accoglienza, legato al materno e all’elemento vitale arcaico senza il quale non esiste vita. Shafak lo trasforma in simbolo di appartenenza e tradizione, parlando di cibi festivi e dolci che non sostengono il corpo, ma consolano la psiche, cullano e gratificano, trasformando il gusto in carezza emotiva. Il pudding inglese, con la frutta essiccata e la sua lunga preparazione di mesi in anticipo, annuncia la festa intima e religiosa del Natale; analogamente, la torta di datteri, dolce sobrio del Medio Oriente, basata sull’ingrediente primario del dattero usato tradizionalmente per spezzare il ramadan al tramonto, celebra il rito domestico più che quello pubblico. Entrambi i dolci richiamano il nutrimento che va oltre la sopravvivenza, diventando segno di cura, appartenenza e continuità, radicati nella sicurezza, nella familiarità e nell’intimità della casa.
Beata te! […] se hai nostalgia di casa vuol dire che da qualche parte una casa ce l’hai.
La distanza geografica è anche e soprattutto una distanza emotiva che permette a chi si allontana di percorrere il proprio processo di individuazione senza subire interferenze esterne. Tuttavia, le pressioni non provengono solo dall’esterno, ma siamo noi stessi a porre i limiti. Dunque una pressione esterna ma anche e soprattutto interiore. Liberarsene significa trovarsi di fronte a un vuoto da colmare solo ed esclusivamente con se stessi, una solitudine interiore che significa al contempo libertà e isolamento.
A Oxford, senza il peso della cultura di origine sulle spalle, si godeva la solitudine.
Interessante la riflessione sull’uso delle lingue, natia e straniera. La lingua madre è prima di tutto un’esperienza intima, esclusiva, viscerale, mentre esprimersi in una lingua straniera permette di dire “l’indicibile”, le parole non hanno lo stesso peso concettuale ed emotivo, come indossare una maschera che protegga il proprio vero sé dalla violenza dei sentimenti.
Era più facile - e per qualche verso meno offensivo - dire l’indicibile in una lingua altrui, come quando una va a una festa in costume e si lascia andare celata dal travestimento e dalla maschera.
La lingua straniera interviene come filtro dei retaggi culturali. La condizione dell’espatrio permette di liberarsi di obblighi imposti anche grazie all’uso di una lingua “altra”, esterna, relazionale; piuttosto la lingua di accoglienza è quella dell’individuazione, della trasformazione e dell’integrazione del Sé. Tuttavia, quest’ultima si rivela per l’espatriato anche l’ostacolo principale all’espressione dei sentimenti più profondi, un filtro dunque necessario e ineludibile al proprio percorso interiore, ma anche una barriera.
Le sue sensazioni […] non era certa di poterle esprimere a parole, men che mai di fronte a estranei e in una lingua che non era la sua.
Un’ulteriore riflessione verte sulla lingua come espressione dell’identità culturale di un popolo: prendendo ad esempio una discussione accesa, che infervora gli animi, in un Paese come la Turchia non fa che allentare i vincoli stilistici per lasciare spazio all’emotività, mentre in Inghilterra la forma è la prima preoccupazione del parlante:
Qui tutti si esprimevano in modo da mettere la forma, anziché il contenuto, al primo posto.
Un’analisi semplice e al tempo stesso estremamente profonda e significativa che, a ben guardare, contiene l’essenza della diversità tra il nord e il sud del mondo europeo occidentale.
A conclusione una riflessione sulle radici dell’espatriato:
Non è facile rimanere e non è facile partire. […] quelli che sarebbero rimasti […] avevano amicizie durature e ampie cerchie di conoscenze, mentre quelli che emigravano definitivamente si ritrovavano incompleti, come un puzzle a cui manca un pezzo essenziale.
Casa.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Tre figlie di Eva
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