- Autore: Noam Chomsky
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2026
Anche se il dato sfugge alle moltitudini letargiche del pianeta, gli Stati Uniti ostentano un imprinting imperialista. Dopo il suicidio assistito dell’Unione Sovietica e la fine conseguente del bipolarismo geopolitico, le manie di controllo americano sul resto del mondo hanno potuto conclamarsi senza credibili contraltari. “Mi piace finire prima un lavoro. Forse tornando dal Medio Oriente, una delle portaerei potrebbe fermarsi a Cuba” ha sproloquiato da poco Donald Trump, spiegando a seguire come per gli USA assumere il controllo dell’isola sarebbe stato un gioco da ragazzi.
Con l’intento di assegnare consistenza storica all’avvilimento procuratomi dai deliri dello sceriffo biondo, ho attraversato le pagine del saggio ultimo di Noam Chomsky e Vijay Prashad edito da Meltemi (traduzione di Maria Elena Scandaliato). Si intitola Su Cuba. Riflessioni su 70 anni di lotta e rivoluzione, e mette i brividi. Indigna, inoltre. Rivela e disvela. Istruisce. E fa montare di più il sangue alla (mia) testa.
Come è successo che una nazione edificata su interventismo guerrafondaio e prevaricazione reciti sermoni su libertà e democrazia al resto del mondo? Come è successo che ci siamo assopiti al punto da averlo permesso, al punto da non cogliere la mistificazione implicita al concetto di “esportazione della democrazia” armi in pugno? Politica e giornalismo di stampo atlantista annoverano ventriloqui e burattini al soldo del potere (economico) connivente ai diktat di quello che una volta si chiamava lo Zio Sam.
Per questo silenziano le pagine più scomode della storia americana. Sorvolano sui crimini di guerra, il colonialismo, le manipolazioni e gli scandali interni, sui golpe sudamericani benedetti dagli CIA. Sulle menzogne che ritraggono Cuba come nazione dittatoriale, arretrata, comunista, omofoba (ancora oggi, oggi che il matrimonio omosessuale e persino l’adozione sono consentite per legge). A tal proposito: quanti insegnanti progressisti proporranno la lettura di Su Cuba, fosse anche come lettura extra-curriculare consigliata? Il saggio a due voci – Chomsky e Prashad - racconta l’isola resiliente come nessuno la racconta mai. Un’sola condannata a (r)esistere. A una copiosa declinazione - implicita ed esplicita - di violenze: invasioni, Baia dei Porci, embarghi, isolamento, minacce mediatiche, e questo sin dall’alba degli anni Sessanta. In un pianeta genuflesso ai voleri e ai poteri degli Stati Uniti si contano come sparute le nazioni capaci di tanto. Cuba è un simbolo di tenacia anticapitalista: paga a un prezzo sempre più elevato l’orgoglioso rifiuto dell’ingerenza statunitense. A più di settanta anni dalla rivoluzione, l’isola resta l’esempio più longevo di socialismo realizzato.
[Chomsky] Nel dicembre 1960, gli Stati Uniti cessarono l’importazione di zucchero cubano e le relazioni diplomatiche furono interrotte il 3 gennaio 1961. Il 5 dicembre 1960, un mese prima di dover lasciare l’Avana, l’ambasciatore statunitense Borsal definì gli elementi della politica statunitense – insieme a “i suoi alleati latino-americani e NATO” – nei confronti di Cuba in poche frasi: (a) inasprimento delle sanzioni economiche; (b) massiccio aumento della propaganda democratica; (c) rafforzamento e incoraggiamento dell’opposizione cubana; (d) cessazione delle relazioni diplomatiche con Cuba e infine, se necessario per raggiungere l’obiettivo, (e) interdizione dell’assistenza sino-sovietica.
E se ancora non bastasse, di nuovo Chomsky a pagina 50:
Il governo degli Stati Uniti ha sponsorizzato il terrorismo. Robert Kennedy avvertì che un’invasione su vasta scala di Cuba avrebbe ucciso un sacco di persone. Un membro dello staff del Consiglio di sicurezza nazionale suggerì che, se ci fossero state incursioni contro Cuba condotte in modo disordinato e con l’uccisione di innocenti, ciò avrebbe potuto produrre una pessima pubblicità in alcuni paesi amici. È questa l’unica obiezione morale sollevata dall’establishment statunitense. Il problema con l’uccidere un sacco di persone quando si invade un paese è che si subisco molte critiche. Questo è il problema. Non il fatto di uccidere. Nel 1971, l’amministrazione Nixon introdusse [a Cuba, ndr] un virus della peste suina africana, causando un’epidemia.
Come dovrebbe essere chiaro a questo punto, la vera storia di Cuba si snoda in parallelo all’accanimento americano nei confronti della sua regione più ribelle. Prendendo in esame radici, milieu ed evoluzione del socialismo cubano, Noam Chomsky e Vijay Prashad destrutturano l’imbroglio storico delle narrazioni ufficiali. Ripeto: quelle che spacciano Cuba come una dittatura. Quelle che la eleggono a epitome del fallimento comunista. Mistificazioni calunniose discendenti da una studiata e insistita “cultura della crudeltà” sviluppata in progress nei confronti dell’isola.
[Chomsky] Le dichiarazioni di Obama erano interessanti. Disse di voler portare la democrazia a Cuba con mezzi pacifici, attraverso la normalizzazione delle relazioni. Ciò a cui realmente pensava, però, era una rivoluzione colorata per indurre i cubani a diventare ossessionati del consumo di beni e servizi statunitensi, sai, rendere i ragazzini dipendenti da Instagram o da qualunque altra cosa. Come delle belle scarpe da ginnastica che possono comprare. Probabilmente la sua idea di portare “la democrazia’ a Cuba era questa, invece che massacrare di fame i cubani. Questo avrebbe ricondotto Cuba nell’orbita degli Stati Uniti. Non si trattava di un cambio di strategia, ma di un cambio di tattica. Lo stesso era accaduto con Carter. È stata la strategia costante della politica statunitense, quella di integrare Cuba agli Stati Uniti.
Immune da morgane atlantiste, Su Cuba restituisce densità a una storia dibattuta spesso in malafede: in un’epoca di impasse geopolitica, inquadrare il “caso cubano” da ottiche difformi da quelle occidentali (cioè americane), potrebbe significare riflettere sullo iato assai precario che passa “tra diritto all’autodeterminazione, propaganda e rapporti di forza globali.”
Il testo è propedeutico e di caratura disalienante. Si avvale inoltre dei limpidi contributi di Miguel Mario Diaz-Canel Bermudez (Prefazione) e di Maria Elena Scandaliato (Introduzione).
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Su Cuba. Riflessioni su 70 anni di lotta e rivoluzione
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