“Johannes Maria de Anversa Fecit V K.(arolus) Imperator”: per una volta, hanno un nome e una città dei Paesi Bassi d’origine le mani di un profanatore dell’arte. Il soldato di Carlo V ha lasciato la firma nel dipinto da lui sfregiato a Villa Chigi-Farnesina, in Trastevere, dov’era penetrato a caccia di preda, con gli altri saccheggiatori dell’armata imperiale. Cinquecento anni dopo, un restauratore ha scoperto il graffito inciso sulla parte inferiore di uno splendido dipinto del Sodoma, a un metro di altezza. L’eccellente tecnico è Antonio Forcellino, autore di un suggestivo saggio storico sulla violenza subita dalla Città Eterna e dai Romani nel VI secolo: Roma, il sacco del 1527. Le donne, gli uomini e l’arte di fronte alla furia dei Lanzichenecchi, pubblicato in primavera da HarperCollins Italia (maggio 2026, 268 pagine).
Un scritta incisa nell’intonaco con un robusto coltello, poi occultata da qualcuno con una stuccatura, sotto uno strato di patina scura. Oltre a quello nella villa del banchiere, un altro graffito in un palazzo cardinalizio in via del Governo Vecchio ha sollevato la curiosità del più prestigioso restauratore italiano e tra i maggiori studiosi europei d’arte rinascimentale.
La storia del Rinascimento è la passione della sua vita, sottolinea nella presentazione del volume. Ha voluto per questo approfondire quanto avvenuto cinque secoli fa, ma è stato volutamente rimosso dalla memoria capitolina. Tre anni di studio su documenti d’epoca per scoprire cosa lo legasse
a quel Giovanni di Anversa che aveva graffiato l’affresco del Sodoma e all’Albertus Lauchensis che aveva segnato le modanature dell’affresco di Palazzo Nardini, con altri anonimi soldati spagnoli o lanzichenecchi che avevano sfregiato l’affresco del cardinale.
Nel 1527, scrive, Carlo V di Spagna ha mandato i suoi eserciti a punire il papa Clemente VII e la città di Roma, senza comprendere lui stesso, “imperatore cristianissimo (almeno così disse)”, a quale inusitato castigo stesse esponendo la Città Santa, quale apocalisse di dolore e distruzione stava per esserle inflitta. L’Italia era disunita, frammentata in centinaia di famiglie nobiliari, gelose, avide e in lotta tra loro, schierate con l’uno o con l’altro dei potenti avversari che si affrontavano nella penisola, per consolidare ognuno il proprio dominio in Europa.
Il pontefice (della famiglia Medicea fiorentina) aveva cercato di ostacolare in Italia gli Asburgo iberici unendo Francia, Stato Pontificio, Venezia, Firenze e Milano nella Lega di Cognac (1526). In risposta, era calato un esercito numeroso di Carlo, guidato dal duca di Borbone. Dopo un breve assedio, le mura di Roma vennnero forzate nei pressi del Vaticano, la mattina del 6 maggio 1527. Da Porta San Pancrazio, gli imperiali sciamatono verso il Borgo. Il connestabile Carlo di Borbone venne ucciso da un colpo d’archibugio: nessuno tenne più a freno i mercenari centro europei. Accanto agli spagnoli, l’esercito imperiale schierava infatti soldati di ventura lanzichenecchi, di fede luterana,
che tentarono a Roma quella che oggi definiremmo una pulizia etnica, eliminando senza pietà soprattutto gli esponenti del clero cattolico, monache e preti ai quali inflissero ogni sorta di violenza.
Chi prese il comando, il “furbissimo” Giovanni da Urbina, incoraggiò alla strage, urlando l’incitazione scolpita nella mente dei poveri assediati: “Carne Carne! Vittoria Vittoria!”.
Sorprende la scarsa resistenza, sopraffatta in brevissimo tempo. Il papa si salvò riparando in Sant’Angelo con alcuni prelati attraverso il Passetto di Borgo, mentre 147 guardie svizzere si sacrificavano per coprirlo. Resteranno circondati nella fortezza in 950. Tutti dormivano vestiti, dividendo le camere, solo il papa conservava uno spazio, mentre fuori era l’inferno in terra, la realtà superava in orrore la più mostruosa delle fantasie.
Quanto si susseguì in città è “quasi irraccontabile e allo stesso tempo monotono nella propria atrocità”. I vincitori andavano a caccia di bottino, di ricchezza e di sangue, sfogando gli istinti sessuali più bestiali. Nel primo giorno, passarono a fil di spada 5mila uomini, secondo i testimoni. Infuriava l’odio religioso, una celebrazione del trionfo della fede dei luterani contro l’empietà dei cattolici romani. Seguirono sette mesi di terrore. I soldati, anche spagnoli, saccheggiavano chiese, palazzi nobiliari e monasteri. Profanavano reliquie, distruggevano opere d’arte, infierivano sulla popolazione, stuprando, uccidendo, facendo prigionieri nobili e chiedendo enormi riscatti. Tra morti, carestia ed epidemie al seguito delle truppe - peste compresa - la popolazione di Roma perse quasi un terzo dei suoi abitanti in un bagno di sangue senza precedenti (nemmeno nelle invasioni barbariche) che cambiò i destini d’Italia e d’Europa (anche artistici, per la fuga di talenti da Roma). Un evento tanto tragico da essere consapevolmente o inconsapevolmente censurato anche dall’iconografia contemporanea, premette Forcellino. Le ragioni? Troppo traumatico per chi l’aveva vissuto e troppo imbarazzante per l’imperatore e tutti i soggetti coinvolti - principi, politici e condottieri - la cui meschinità ed egoismo contribuirono a colorare il Tevere col sangue dei bambini innocenti tirati fuori dagli ospedali di carità, delle monache strappate dai conventi, dei frati, dei preti e dei cittadini romani, carne da macello per giorni e giorni nelle mani di un esercito imbevuto di odio, che dava sfogo ad ogni sadismo immaginabile e inimmaginabile.
Era nato come un semplice regolamento di conti strategico e militare dell’imperatore Carlo, che avendo favorito l’elezione al papato del cardinale de’ Medici nel conclave del 1523 si sentiva tradito dalla sua politica filofrancese. Tracimò in una tragedia apocalittica, per una serie di circostanze, perché da un certo momento in avanti “la politica non ebbe più il controllo degli eventi”.
- Autore: Antonio Forcellino
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: HarperCollins
- Anno di pubblicazione: 2026
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Roma. Il sacco del 1527
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