Relazione della mia prigionia in terra francese (10 giugno-13 luglio 1940). Diario del veneziano Capitano Angelo Ghezzo
- Autore: Francesco Carraro, Claudio Simonato (a cura di)
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2024
Poco meno di un mese e mezzo in mano ai Francesi, nella Seconda Guerra Mondiale, quanto basta per non dimenticare il trattamento subìto, “più che bestiale”. Documenti e memorie di quella pesante esperienza sono stati ritrovati solo fortuitamente, ottant’anni dopo, in casa della figlia del direttore di macchine sul piroscafo Tagliamento, nel 1942-43. Hanno ispirato la ricerca storica proposta nel volume pubblicato dalla casa editrice il Prato, di Saonara-Padova, nella collana collana “Tracce del Novecento”, Relazione della mia prigionia in terra francese (10 giugno-13 luglio 1940). Diario del veneziano Capitano Angelo Ghezzo (dicembre 2024, 136 pagine, con foto, cartine e documenti d’epoca riprodotti in bianconero nel testo), a cura del nipote Francesco Carraro e del conservatore del patrimonio culturale Claudio Simonato, trevigiano.
Venezia, 27 giugno 1893, 22 aprile 1943: sono le coordinate biografiche dell’ufficiale mercantile militarizzato dalla Regia Marina, perito con l’intero equipaggio della motonave trasformata in nave appoggio, silurata al largo dell’isola di Pianosa dal sommergibile britannico Saracen. Una famiglia votata alla marineria da generazioni, i Ghezzo. Anche il padre di Angelo era capitano pilota del Lloyd Triestino e armatore il nonno omonimo. Il daltonismo aveva costretto però il giovane veneziano a rinunciare alla carriera di coperta (non distinguendo le luci rosse e verdi, di via a dritta e sinistra nelle imbarcazioni) e a optare per gli studi motoristici. Lontano dalla plancia, diventò un direttore e ingegnere di macchina molto capace, un esperto di meccanica navale.
L’ing. Carraro e l’amico Claudio hanno provveduto a trascrivere il resoconto della prigionia del nonno materno, dopo il ritrovamento degli appunti autografi e del testo dattilografato successivamente, scoperti dopo la morte della mamma Annamaria, che li custodiva in un armadio. Costituiscono una testimonianza impietosa dei campi di prigionia francesi della Seconda Guerra Mondiale e sono anche un tributo a un uomo di tempra, “preciso, austero, saldo nei valori della famiglia, sempre operoso e capace di reagire agli eventi”. Le memorie vennero riprese dal quotidiano veneto “Il Gazzettino”, nell’ottobre del 1940. Il racconto del capitano Ghezzo era adattato come una specie di storia settimanale e considerevolmente “rivisto e accomodato”, pieno di orpelli e saturo di retorica fascista. La testata volle esprimere così il suo zelante ossequio nei confronti del regime mussolinano.
Verbosità ed enfasi risultano inesistenti invece nel testo originale, in cui si può cogliere semmai la spiccata inclinazione dell’estensore a soffermarsi sui dettagli di tanti aspetti (si pensi alla descrizione puntuale delle baracche del campo di prigionia, per numero, letti e strutture). La professione lo aveva abituato a misurare tutto. Era il capitano di macchina a dover provvedere a calcolare il carbone o l’olio combustibile per il viaggio, stimare la quantità e qualità di pezzi di ricambio da caricare a bordo, misurare le temperature e le pressioni, fissare i turni per i fuochisti. Nel corso della cattività, quest’attitudine si tradusse nel rilevare, contare, dimensionare, anche per vincere la noia e l’inedia.
Durante la mia prigionia, ho voluto vergare queste pagine a ricordo indelebile di un trattamento finamente malvagio, ignobile e più che bestiale, che la signora Francia, la grande nazione civile, ha saputo infliggere ai prigionieri civili dei piroscafi italiani.
Erano gli equipaggi delle navi mercantili italiane sequestrate a Marsiglia e a Port de Bouc. Infatti, commettendo l’ennesima delle negligenze e approssimazioni di quel conflitto, all’entrata in guerra contro gli anglofrancesi l’Italia non provvide a richiamare in Patria per tempo i mercantili nazionali, sparsi dovunque. Il 10 giugno 1940, ben 256 navi vennero sorprese lontane dalle nostre acque, con 6mila marittimi a bordo. Secondo l’ufficio storico della Marina Militare, si è trattato del 35% della flotta commerciale tricolore, peraltro le unità più moderne. Il naviglio che a quella data era nei porti di nazioni nemiche venne catturato, quello nelle nazioni non coinvolte rimase neutralizzato, per evitare la cattura da parte della Gran Bretagna. Dal 1937, a bordo del piroscafo Tagliamento, Ghezzi aveva compiuto numerosi viaggi in Francia, Jugoslavia, Grecia, Africa. Il 10 giugno la nave era ormeggiata nel porto di Marsiglia; venne fatto prigioniero dai francesi e subì due mesi di reclusione in luoghi diversi, tra cui l’Arena di Béziers e il campo di concentramento di Saint-Cyprien, fino alla liberazione il 13 luglio 1940. Nei giorni d’internamento, tra fame, sporcizia, maltrattamenti e umiliazioni, scrisse in segreto il suo diario di prigionia, su carta di recupero. I frammenti del diario originale su cui apparivano le annotazioni erano parti di fogli che spesso i prigionieri mettevano sotto i vestiti, come isolante termico (lo fanno tuttora i ciclisti, prima di affrontare una discesa, per difendersi dal vento).
Carraro e Simonato hanno approfondito il testo originale, corredandolo di note, per ampliare, approfondire e anche precisare alcune delle informazioni. Non si può trascurare che sia stato redatto in condizioni psico-fisiche particolari, durante la privazione della libertà personale e in un momento storico particolare, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, negli gli anni bui del regime fascista. Per questo, avvertono i curatori, alcune frasi o termini oggi potrebbero risultare “spregiativi e fuorvianti”. Il loro lavoro, precisano:
non vuole avere nessuno scopo di natura politica, intende soltanto restituire alla memoria storica quanto è accaduto al protagonista ed ai prigionieri italiani in Francia nell’estate del 1940.
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