- Autore: Flavio Raviola
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2025
Una vita che comincia come una fiaba - un bimbo sottratto ai nemici che lo volevano uccidere - continua con la buona sorte fedele compagna e finisce col non avere concretizzato. Per l’irrequietezza, le conquiste assicurate con le vittorie. Quel bambino, poi condottiero e sovrano, è stato capace di battere eserciti di Roma prima di Annibale. Pirro. Il re greco che dall’Epiro sfidò la potenza di Roma: questo il volume in cui il prof. Flavio Raviola (insegna storia greca nell’Università di Padova) approfondisce analiticamente il corso del potere e delle imprese del sovrano epirota, per i tipi Salerno Editrice, del gruppo Carocci (Roma, gennaio 2025, collana Profili, 448 pagine).
Un saggio importante, sotto certi aspetti imponente, una ricerca destinata indubbiamente non al consumo di massa. Si tratta di una pubblicazione accademica; lo conferma il modo in cui il volume è strutturato, con le note tutte in una sezione dopo l’ultimo dei sette capitoli e con quasi novanta pagine seguenti di fonti, bibliografia, cartine, indici dei nomi e dei luoghi.
Riassumendo in breve la storia di Pirro, che si presume nato nel 319 a.C. dal sovrano dell’Epiro Eacida, gli eventi ci dicono che venne cacciato dal regno dopo aver regnato giovanissimo per alcuni anni (307-303). Riuscì a riprenderlo con l’aiuto egiziano, nel 297, e a liberarsi di Neottolemo, sul trono con lui. In lotta contro la Macedonia per l’indipendenza, perse gran parte dei possedimenti nel 282. Affascinato da una politica di potenza, intervenne in aiuto di Taranto contro Roma, che riuscì a battere in due grandi battaglie, ma non a sconfiggere. Vinse infatti a Eraclea nel 280 (oggi la lucana Policoro) e ad Ascoli (Satriano, l’anno dopo, nel Foggiano, in Puglia), senza riuscire però a indurre i Romani alla pace.
Raggiunse la Sicilia, chiamato dai Greci d’Italia minacciati dai Cartaginesi, per affrontare i punici, il vero avversario che lo interessava. Li costrinse a ritirarsi nella sola Lilibeo (dalle parti dell’attuale Marsala), ma i tentativi di espugnarla risultarono vani. Dovette rientrare a Taranto per il malcontento degli stessi Magnogreci nel suoi confronti. Sconfitto a Benevento da Roma (275 a.C.), decise di tornare in Epiro, dove attaccò le forze congiunte di Macedonia e Sparta, cadendo in battaglia ad Argo, nel 272. Alla sua morte, l’Epiro restò spossato e senza capacità di ripresa.
Plutarco, come ricorda il prof. Raviola, tratteggiò il carattere di Pirro insistendo sulla febbrile smania d’azione, il dinamismo aggressivo, l’offensivismo incessante e al tempo stesso la tendenza costante a non portare a termine le azioni intraprese, a fermarsi a un passo dal successo, per impegnarsi in un’altra impresa, destinata a finire in maniera altrettanto fallimentare. “Affascinante, ma insidiosa” questa rappresentazione del connazionale vissuto quasi quattro secoli prima, operata dal grande storiografo dell’antichità nelle Vite parallele.
Su questa falsariga, il docente di Padova mette in risalto le contraddizioni: si capisce perché il re dell’Epiro si battesse contro tutto e tutti per difendere i diritti sul regno. Del resto è coerente con l’aspirazione di sempre al trono macedone, obiettivo naturale sotto il profilo storico e dinastico. Ma cosa l’ha spinto all’avventura in Occidente nel 280 a.C.? Perché attaccare i Romani? Perché spostarsi in Sicilia e sfidare Cartagine per l’Africa? E poi ancora aggredire la Macedonia e poi Sparta?
Non si comprende fino in fondo la sottovalutazione troppo clamorosa della potenza di Roma e della tenuta “elastica” della dominazione cartaginese in Sicilia.
Il Pirro di Raviola è “in cerca di un ruolo”, mentre l’eredità di Alessandro è ancora contesa in Macedonia e risulta ormai assegnata a successori stabili in Egitto e Asia. Il giovane sovrano epirota si sente all’altezza della conquista del trono macedone. Lo perde poco dopo, ma Taranto minacciata da Roma invoca il suo aiuto. In Italia sconfigge i Romani, poi si lancia alla liberazione della Sicilia dal dominio punico. Re dell’isola, ma incapace di ottenere una vittoria definitiva sui Cartaginesi, rientra in Italia, dov’è battuto dai Romani. Torna allora all’assalto del regno macedone. Se ne impadronisce, ma una spedizione in Peloponneso gli è fatale. Pirro è insomma un bellicoso monarca greco che confidando nelle sue eccezionali doti militari formula disegni ambiziosissimi, non incoerenti ma inaccostabili in un disegno complessivo.
Era dotato di qualità caratteriali straordinarie: rara la sua capacità di soffrire e incassare, di riprendere la lotta, di rialzarsi e uscire dall’angolo, di tornare all’attacco a testa bassa, al punto che gli riuscì di riprendersi e impossessarsi per qualche anno del reame macedone, quanto meno di una sua porzione significativa.
È poco noto e molto curioso che la sua storia sia cominciata con una fuga, improvvisata sotto l’incalzare della necessità, all’ultimo momento: un pugno di uomini - nobili, dignitari, qualche servitore – e poche nutrici strappano alla morte un bimbo di appena due anni, correndo per monti, vallate e brevi pianure per sottrarre alla cattura il piccolo figlio di Eacide, il re dei Molossi (la più importante etnia epirota) e dell’Epiro tutto appena deposto da una sollevazione generale del paese e forse da una congiura di palazzo. Gli inseguitori sono sgherri della fazione avversa, che aveva chiamato al potere i figli di Neottolemo, esponenti della linea di discendenza regale parallela e concorrente. I fuggitivi cercano di raggiungere Megara, in alta Macedonia, convinti di trovarvi rifugio, ma quando sembrano a un passo dalla salvezza un corso d’acqua in piena li separa dalla cittadina. Impossibile attraversarlo...
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Pirro. Il re greco che dall’Epiro sfidò la potenza di Roma
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