la fotografia ritrae il giornalista Alcide Pierre Grandguillot (immagine libera da diritti).
La cessione del Veneto nel 1866 è uno di quegli episodi della storia italiana che tutti ricordano nelle sue linee essenziali, ma che pochi si fermano ad approfondire. Nelle sintesi scolastiche la vicenda appare semplice: l’Italia combatte la terza guerra d’indipendenza (20 giugno-12 agosto 1866) contro l’Austria, viene sconfitta a Custoza (24 giugno 1866) e a Lissa (20 luglio 1866), ma grazie alla vittoria della Prussia a Sadowa (3 luglio 1866) ottiene ugualmente il Veneto. È un riassunto corretto e utile per raggiungere un primo livello di comprensione, ma che lascia nell’ombra quel difficile intreccio diplomatico in cui la Francia di Napoleone III (1808-1873), per alcune settimane, tentò di conservare un ruolo decisivo negli equilibri italiani, mentre sulla stampa francese riaffiorarono persino progetti che sembravano appartenere ormai al passato: la creazione di una confederazione italiana o addirittura la ricostituzione di una repubblica veneta (o di un viceregno, a seconda degli articolisti).
Per comprendere la portata di quegli ipotetici progetti bisogna partire appunto dalla battaglia di Sadowa del 3 luglio 1866, che segnò il crollo della supremazia austriaca in Germania. La sconfitta fu tanto devastante da costringere Francesco Giuseppe (1830-1916) a cercare rapidamente la pace. L’Imperatore d’Austria, tuttavia, non era disposto a consegnare direttamente il Veneto al Regno d’Italia, contro il quale le sue armate avevano riportato successi militari significativi.
La soluzione fu trovata attraverso la mediazione francese, che oggi può essere studiata nella sua complessità consultando il volume Il problema veneto e l’Europa 1859-1866, Documenti diplomatici: Francia, a cura di Georges Dethan (Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, 1967). In estrema sintesi, l’Austria cedette formalmente il Veneto non all’Italia, ma all’Imperatore dei francesi, Napoleone III. Era una distinzione eminentemente diplomatica, ma tutt’altro che irrilevante. Giuridicamente la sovranità passava infatti a Parigi, e soltanto in un secondo momento sarebbe stata trasferita agli italiani. Per un certo lasso di tempo, dunque, la Francia esercitò formalmente un’autorità sovrana sulla Venezia.
Napoleone III presentò questa soluzione come un atto di alta politica europea. Il suo obiettivo, sosteneva, era quello di restituire il Veneto “a se stesso” (teniamo a mente queste parole), affinché fossero gli abitanti della regione, mediante suffragio universale maschile, a decidere liberamente il proprio destino. L’Imperatore si proponeva come garante del principio di nazionalità, di cui egli aveva fatto una bandiera, e rivendicava ancora una volta il ruolo della Francia quale protettrice dell’indipendenza italiana.
Naturalmente, dietro questo linguaggio idealistico si celavano precisi interessi politici. Napoleone III uscì fortemente ridimensionato dalla guerra austro-prussiana (14 giugno-22 luglio 1866). La rapida vittoria della Prussia escluse la Francia dalla ridefinizione dell’equilibrio tedesco ed espose la debolezza della diplomazia napoleonica. Conservare almeno il ruolo di arbitro nella questione italiana significava mantenere una qualche influenza sul futuro della penisola. Una pubblicazione dell’Ufficio storico del Comando del Corpo di Stato Maggiore dell’esercito italiano, risalente al 1909, spiega che durante il 1866
La situazione era tanto più pericolosa, poiché la decisione d’invadere le provincie [sic] venete, presa sin dal 29 giugno [1866] dai generali [Alfonso] La Marmora [1804-1878] e [Enrico] Cialdini [1811-1892] nella conferenza tenuta a Parma, avrebbe indubbiamente suscitato gravi complicazioni, se la Francia avesse fatto il minimo atto di possesso sulla Venezia e se l’imperatore Napoleone non avesse usato di tutta la sua personale influenza per fermare lo slancio bellicoso del popolo francese, ingelosito dalle inattese vittorie prussiane.
(Complemento alla storia della campagna del 1866 in Italia, Vol. I)
Le speculazioni dei giornalisti francesi su un Veneto separato
L’ambiguità della formula diplomatica della Venezia “restituita a se stessa” alimentò a suo tempo una straordinaria fioritura di ipotesi politiche. Anche lo storico Mario Isnenghi, commentando un diario del 1866 redatto da Letizia Pesaro Maurogonato (1851-1912), ritiene che “per qualche momento può essere balenata anche l’ipotesi di una Venezia francese…” (Il diario di Letizia 1866, Novacharta, 2004).
L’offensiva giornalistica francese a sostegno di una Venezia separata dal Regno d’Italia ebbe principio nel giugno del 1866, e su questo argomento è fondamentale la relazione di Philippe Gut L’unité italienne vue de France (D’après trois périodiques français d’audience nationale), apparsa nel 1982 nel volume 1861-1887. Il processo d’unificazione nella realtà del paese - Atti del L Congresso di storia del risorgimento italiano (Bologna, 5-9 novembre 1980).
Fra i primi pubblicisti a mettere in luce la possibilità di uno stato veneto separato vi fu Henri Vrignault (1831-1884), che sulle colonne del quotidiano “Le Monde” sostenne che la situazione consentisse finalmente di riprendere il progetto di una confederazione italiana sotto l’influenza di Parigi. Era un’idea cara a numerosi ambienti cattolici e moderati francesi sin dal 1859: un’Italia organizzata in diversi stati, coordinati in forma confederale, capace di limitare il peso del regno sabaudo e soprattutto di garantire la sopravvivenza del potere temporale del Pontefice.
Ancora più interessante fu la posizione di un altro giornalista francese, Jean-Baptiste-Victor Coquille (1820-1891). Egli rifiutava l’idea che la Francia dovesse limitarsi a consegnare il Veneto al Regno d’Italia: se Napoleone III aveva davvero ricevuto la sovranità sulla provincia, sosteneva Coquille, aveva anche il dovere morale di consultarne gli abitanti prima di qualsiasi trasferimento. Il suffragio universale maschile, dunque, avrebbe dovuto offrire una scelta reale: annessione all’Italia oppure restaurazione della Repubblica di Venezia. Era un’applicazione rigorosa del principio di nazionalità, interpretato però in senso contrario rispetto alle convinzioni del nazionalismo unitarista italiano.
Léopold de Gaillard
Questa proposta trovò un sostenitore ancora più deciso in Léopold de Gaillard (1820-1893), autorevole collaboratore della rivista cattolica “Le Correspondant”. La posizione da costui espressa su “Le Correspondant” nel luglio 1866 merita particolare considerazione, perché rappresenta la più significativa elaborazione intellettuale tra gli articoli che affrontarono la questione di un possibile “ritorno della Serenissima” (vedasi il saggio di Arthur Hérisson, La défense du pouvoir temporel de la papauté (1861-1871), in Pour le pape-roi: Les catholiques français et l’unification italienne (1856-1871), Publications de l’École française de Rome, coll. Bibliothèque des Écoles françaises d’Athènes et de Rome, 2023).
Va chiarito che Gaillard non era un nostalgico della Serenissima, né un sostenitore dell’Austria. Egli era un cattolico liberale francese profondamente ostile all’unificazione italiana così come si stava realizzando sotto la monarchia sabauda. Ai suoi occhi il Regno di Sardegna si era espanso costruendo uno stato eccessivamente centralizzato, ostile alla Chiesa e destinato inevitabilmente a rivolgersi contro Roma. Perciò costui guardava con favore a tutte quelle soluzioni che potessero frenare l’avanzata del Regno d’Italia.
La rinascita della Repubblica di Venezia costituiva, nel suo ragionamento, una possibilità che potremmo definire “storicamente valida”, con un suo fondamento “identitario”. Non si trattava semplicemente di restaurare un’antica istituzione per spirito antiquario. Al contrario, Gaillard riteneva che il Veneto possedesse ancora una propria individualità politica, culturale ed economica, distinta sia dall’Austria che dal Regno d’Italia. A giudizio del polemista, la Francia ricevendo formalmente la Venezia, avrebbe potuto favorire la ricostituzione di uno stato veneto indipendente, eventualmente inserito in una più ampia confederazione italiana.
In realtà, però, lo stesso Gaillard mostrava scarso ottimismo circa la concreta realizzazione di questo progetto, che ovviamente avrebbe potuto scatenare ulteriori guerre. Era consapevole che in Europa la corrente maggioritaria dell’opinione pubblica liberale era fermamente orientata verso il sostegno all’unificazione italiana e che il riconoscimento internazionale acquisito dal Regno d’Italia rendeva sempre più difficile qualsiasi soluzione alternativa. La sua proposta aveva dunque il carattere di un auspicio più che di una reale previsione politica.
Non bisogna però sottovalutare il significato di queste prese di posizione e dei dibattiti che produssero. Esse dimostrano come, nell’estate del 1866, il destino del Veneto fosse ancora percepito come una questione aperta. La futura annessione all’Italia non appariva inevitabile a tutti gli osservatori; pareva esistessero ancora spazi, almeno teorici, per immaginare assetti diversi della Penisola.
Alcide Grandguillot: un giornalista al servizio di Napoleone III
Come riportato in un precedente articolo dedicato all’argomento, gli scritti giornalistici apparsi in Francia trovarono eco anche nella Penisola. Tuttavia è importante evidenziare il fatto che tra i pubblicisti francesi che sembravano sostenere l’idea di un protettorato veneto separato dal Regno d’Italia non c’erano solo dei romantici che scrivevano a ruota libera, ma anche un uomo che godeva di un importante credito presso Napoleone III: Alcide Pierre Grandguillot (1829-1891), direttore del “Constitutionnel”. Costui e il suo giornale si occupavano già da anni della situazione di ciò che restava del Regno Lombardo-Veneto. Il giornale romano “Il Vero Amico del Popolo”, nel supplemento al numero del 22 dicembre 1860, segnala:
Il Constitutionnel, in un articolo di Grandguillot intorno all’Austria ed alla Venezia, constata che la ricerca di una soluzione internazionale indica che sentesi prossima una crisi, di cui l’Europa intera sembra temere sempre lo scoppio nella guerra. Grandguillot è convinto che la saggezza dei governi preverrà una lotta ormai senza scopo. La situazione dell’Austria e della Venezia è deplorabile. È impossibile mantenersi nello stato attuale.
Questo giornalista d’oltralpe quindi non fu né un “austriacante”, né un legittimista; nel 1866 era semplicemente un intellettuale al servizio di Napoleone III.
Demetrio Diamilla: in missione per conto dell’Italia
Notizie importanti riguardo all’azione di Grandguillot ci vengono dall’agente segreto italiano Demetrio Diamilla Muller (1826-1908), il quale nel luglio del 1866 fu inviato a Parigi dal presidente del consiglio Bettino Ricasoli (1809-1880) – il Barone di ferro – per mediare con l’Imperatore Napoleone III (che Diamilla già conosceva personalmente) una soluzione pacifica ai contrasti diplomatici inerenti la questione del passaggio del Veneto all’Italia tramite la Francia (Luigi Fallani-Lucia Milana, Diamilla Demetrio, in DBI, Vol. 39, 1991). La spinosa faccenda aveva finito per creare livori tra il governo francese e quello italiano, il quale – ovviamente – desiderava presentare l’annessione delle province venete come una conquista dignitosa.
La camicia rossa Augusto Elia (1829-1919), nei suoi Ricordi di un garibaldino (1904), scrive:
Ricevere la Venezia come un dono dalle mani dell’imperatore dei francesi feriva nel più vivo l’amor patrio degli italiani, non solo, ma avrebbe potuto dar motivo a dubbi ingiuriosi sulla fede dell’Italia verso la Prussia sua alleata. D’altro canto ricusando, e continuando la guerra a dispetto dell’imperatore dei francesi, v’era la possibilità di vederci venir contro la Francia armata nel Veneto o altrove!
E, più avanti, lo stesso memorialista aggiunge:
il generale Cialdini confermava che il 7 [luglio 1866] di sera avrebbe gettati i ponti e passato il Po. Per questi fatti l’imperatore Napoleone era adiratissimo, e ci fu poco che la Città regina dell’Adriatico non vedesse sventolare sul campanile di S. Marco e sui forti della sua laguna la bandiera napoleonica ed a suo presidio le truppe francesi. Per scrupolo di lealtà il barone Ricasoli d’accordo con S. M. il Re e col generale La Marmora si opponeva alla firma dell’armistizio senza averne prima ottenuto l’assenso del Re di Prussia alleato in quella campagna, e l’imperatore Napoleone aveva già ordinato che due navi da guerra con truppe da sbarco «La Provence» e «L’Eclaireur» partissero per Venezia con ordini suggellati. Ubaldino Peruzzi [1822-1891], visto che al conte [Costantino] Nigra [1828-1907] nostro ambasciatore a Parigi non era riuscito di parare il grave colpo, consigliò a Ricasoli di mandare a Parigi il Diamilla Muller conosciuto fin da giovinetto da Luigi Napoleone quando era principe, e che aveva elevate amicizie a Parigi fra le quali quelle di Alcide Grandguillot direttore del giornale officioso «Costitutional» [sic] e del generale [Émile Félix] De Fleury [1815-1884], perché vedesse di scongiurare questo affronto all’Italia. Questi accettò la delicata, quanto difficile missione e seppe riuscire a risparmiare alla patria una nuova umiliazione e danni non lievi.
Le petizioni a Napoleone III per un Veneto francese
Diamilla riversò le sue esperienze di agente italiano in due volumi pubblicati inizialmente in forma anonima: Politica segreta italiana, stampato per la prima volta a Torino nel 1880, e Roma e Venezia. Ricordi storici d’un romano, del 1895, apparso come “appendice” del primo libro e poi direttamente allegato alla terza edizione di Politica segreta italiana del 1897 (la quale riporta la firma dell’autore).
Nel saggio Garibaldi e Herzen (1932), Leone Ginzburg (1909-1944) scrisse di un “moderato, a cui si deve la compilazione della Politica segreta italiana, e non è – come fu stampato di recente – il Diamilla-Muller”. Ma in realtà intendeva dire che la prima edizione del libro, quella del 1880, fu revisionata da un curatore. Nell’avvertimento dell’edizione del 1897, infatti, Diamilla spiega:
Nel 1880 depositai presso gli editori Roux e C. la preziosa serie di documenti autografi che hanno costituito il volume edito in quell’anno istesso sotto il titolo: Politica segreta italiana, 1863-70. Insieme agli autografi presentai pure gli schiarimenti indispensabili per tesserne la storia nel modo più conforme alla verità, senza piani preconcetti e senza apprezzamenti partigiani, parendomi ormai venuto il tempo di chiarire esattamente l’opera d’ogni singolo fattore del nostro risorgimento nazionale. La compilazione del volume venne quindi affidata ad un egregio scrittore, non meno noto per le doti dell’ingegno che per quelle dell’animo, il quale, per ragioni che non sta a me indagare, volle conservare l’anonimo.
Venendo a ciò che realmente c’interessa, sia in Politica segreta italiana che in Roma e Venezia, Diamilla afferma che nel luglio 1866 raccolse in un telegramma diretto al governo italiano le seguenti notizie (evitiamo al lettore un pedante confronto filologico e citiamo dall’edizione di Roma e Venezia pubblicata da Roux Frassati e C. nel 1895):
Il governo francese ispira gli organi ufficiosi della stampa per influire sull’opinione pubblica contro il rifiuto dell’armistizio per parte dell’Italia, specialmente contro il rifiuto di ricevere la Venezia dalle mani della Francia [...] Noto amico, per incarico dell’imperatore, sta scrivendo opuscolo politico à sensation col titolo: La France, l’Italie et les Venitiens, nel quale spiegansi concetti severissimi per l’Italia.
Il “noto amico” a cui allude Diamilla è proprio Alcide Grandguillot, con cui egli si confrontò. Commentando quelle notizie, il nostro informatore segnala anche che da Venezia erano state spedite a Napoleone III delle petizioni con cui si chiedeva che il Veneto diventasse un protettorato francese. Per pesarle adeguatamente, le riflessioni dell’autore vanno riportate per intero. Citiamo ancora da Roma e Venezia, in ragione del taglio autobiografico di questo secondo testo:
Per quanto volessi fare la dovuta tara a quelle notizie pel sistema francese in generale, che si esplica colla parola fanfaronade, le notizie stesse erano gravi e confermavano ampiamente l’ultimo telegramma dell’ambasciatore Nigra ricevuto dal Ricasoli. Fu somma ventura per me l’essere amico del Grandguillot, che era stato posto dallo stesso Napoleone alla direzione del giornale officioso, che aveva ricevuto incarico di scrivere l’opuscolo à sensation; di avere potuto con poche parole convincerlo della giustizia delle cause che volevo difendere; della gravità della missione affidatami; della soddisfazione morale per lui come per me di riuscire; chè egli mi promise tutto il suo appoggio. E [Grandguillot] cominciò a buttar giù a grandi pennellate un quadro sull’argomento. Mi assicurò che innumerevoli petizioni giungevano da Venezia all’imperatore; che in esse si conteneva preghiera che quella provincia fosse lasciata indipendente sotto il protettorato della Francia; che di esercitarlo la Francia né punto né poco curavasi, ma che non poteva disconoscere siffatta domanda essere una inevitabile conseguenza della politica generale del gabinetto italiano, la quale, a detta di Napoleone, era una politica di altro tempo, una politica fiorentina, di altalena, buona forse nel medio evo, ma da condannarsi allora all’ostracismo; che non solo nelle sfere governative, ma bensì anco nelle tendenze impresse alla pubblica opinione, l’Italia propendeva ora verso l’Inghilterra, ora verso la Francia; che una eguale incertezza era già stata fatale all’Olanda e alla Spagna, cagionando alla prima la perdita delle sue colonie, ed alla seconda quella di Gibilterra e del Portogallo; e che una politica lenta, fredda, dubbia, diffidente, avrebbe avuto in Italia anche più gravi e più funesti risultamenti.
Come si comprende, benché Diamilla non ritenesse plausibile un protettorato francese per il Veneto, anche solo l’esistenza di una simile ipotesi destò in lui forti preoccupazioni:
È agevole comprendere come questa specie di fantasmagoria, lungi dallo scoraggiarmi, mi pose nella necessità di adoprarmi a tutt’uomo e di fare mio pro di ogni benchè minimo espediente, pur di riuscire a scongiurare quell’uragano che, secondo il Grandguillot, stava per coprire di tenebre inattese il cielo d’Italia.
Napoleone III non manifestò mai apertamente la volontà di unire il Veneto ai possedimenti francesi, tuttavia Diamilla in Roma e Venezia si soffermò sul ruolo della politica segreta:
Giammai la politica segreta tenne un punto tanto importante nella storia come nella seconda metà di questo secolo. Il governo rappresentativo che, in teoria, avrebbe dovuto sopprimerla, in fatto la rese necessaria. Esaminando gli eventi, che negli ultimi cinquanta anni agitarono l’Europa e ne mutarono l’aspetto, pochi, nessuno forse, avvennero per iniziativa dei parlamenti, i quali altro non fecero se non deliberare sopra iniziative e progetti già concertati, e dare la loro approvazione a concetti politici che non sarebbe stato possibile modificare. Le maggioranze parlamentari servono a questo scopo, e l’abilità di chi trovasi al potere consiste appunto nel saperle guidare. Chi ha guidato l’Europa, tracciando ai popoli la via che è stata battuta, secondando naturalmente le aspirazioni dei popoli stessi, furono principi energici ed uomini di stato che li consigliarono: Vittorio Emanuele, Cavour – Luigi Napoleone – Palmerston, D’Israeli, Gladstone – Guglielmo I, Bismarck.
Nel 1867 il tipografo Giuseppe Carughi di Varese pubblicò un opuscolo intitolato Napoleone III e le sue idee politiche dal 1831 al 1866 fino alla circolare del ministro La Vallette, il cui autore si firmò con lo pseudonimo di Muzio Scevola. Si tratta di un testo polemico scritto da un sostenitore dell’unità d’Italia, ma che espone quello che poteva essere un ipotetico piano segreto francese:
questa doppia cessione del Veneto dall’Austria alla Francia, e dalla Francia all’Italia, non è stata una complicazione che ha prodotto le ambasce di tutta la Penisola e più ancora de’ Veneti, che, durante l’armistizio, vedendo retrocedere le truppe italiane, eran incerti del loro destino, e diffidando della diplomazia, temevano vedersi divisi dalla italiana famiglia? E le repressioni della polizia austriaca alla lor gioja, credendosi alla vigilia di esser liberi, e come tali padroni di esprimere il loro voto di essere italiani, sarebbero avvenute senza questo fatal ritardo solo a lui [s’intende Napoleone III, ndr] dovuto? Egli ha lasciato i Veneti liberi di pronunciare sul loro destino, e i Veneti, uomini e donne [in realtà il plebiscito veneto del 1866 fu a suffragio universale maschile, le donne non votarono, ndr], hanno pronunciato che sono italiani ed hanno voluto unirsi all’itala famiglia. Ma se nel Veneto vi fosse stato un forte partito per la Francia – nel qual caso la Francia non avrebbe avuto molto scrupolo a ritenerlo per sé, se le fosse stato possibile, o cambiarlo per l’Isola di Sardegna ove ci è stata una propaganda francese, come la sua stampa [i giornali francesi, ndr] ha spacciato bello e netto che la retrocessione all’Italia era un puro dono francese – o per l’autonomia con l’antica Repubblica di S.Marco, non sarebbe stato lo stesso, nell’uno o l’altro caso, che gettare il fatal pomo della discordia? Ma la sua grande idea della Confederazione si sarebbe realizzata, se non in tutto almeno in gran parte, e la Francia sarebbe diventata, per lo meno la tutrice del nuovo stato.
Effettivamente, pare ipotizzabile che l’obiettivo di una parte della stampa francese fosse anche quello di sondare il terreno per capire se esistesse, o fosse possibile creare, nel Veneto un partito secessionista e filonapoleonico – e il governo italiano sguinzagliò degli informatori anche per vigilare su queste azioni propagandistiche.
Fortunatamente per i Savoia, gli eventi procedettero con estrema rapidità e nella direzione voluta dal loro uomo Diamilla Muller. Il quale, sempre in Roma e Venezia, racconta che a un certo punto Napoleone III
Ordinò a Grandguillot di sospendere l’opuscolo intitolato la France, l’Italie et les Venetiens, di scrivere invece la Nota, secondo gli appunti rimessegli a Vichy, e mi consegnò un suo autografo, autorizzandomi di comunicarlo a Firenze. Questo prezioso documento era un communicato [sic] ufficiale da pubblicarsi nel Constitutionnel, per predisporre la pubblica opinione francese al subitaneo cangiamento della politica imperiale circa la Venezia.
Infatti, stando ai cataloghi delle biblioteche che ci è stato possibile consultare, non sembra esistere nel mondo alcun libro dal titolo La France, l’Italie et les Venetiens, pubblicato anonimamente o a firma di Alcide Pierre Grandguillot. Secondo quanto si legge in Politica segreta italiana, avrebbe dovuto trattarsi di “uno di quei soliti opuscoli, ai quali i reggitori degli Stati o dei Governi ricorrono come a strumento di agitazione”, ma il lavoro non fu mai portato a termine.
La cessione del Veneto
Anche a fine luglio del 1866 in Italia si continuava a temere lo sciovinismo francese, in una nota di Politica segreta italiana Diamilla ricorda: “a Parigi si fecero delle luminarie quando giunse la notizia di Lissa. E noi giustamente ce ne dolemmo”.
Il trattato austro-francese del 24 agosto 1866 stabilì le modalità della cessione del Veneto: l’Austria avrebbe consegnato il territorio a un commissario francese, il generale Edmond Le Bœuf (1809-1888), aiutante di campo di Napoleone III, e sarebbe poi spettato alla Francia trasferire l’autorità alle rappresentanze locali, in attesa della consultazione popolare. Rimase comunque un senso di sfiducia verso la Francia e il timore per le possibili azioni propagandistiche di eventuali suoi agenti attivi nel Veneto. Ancora l’8 settembre 1866, da Firenze, Ricasoli scrisse a Celestino Bianchi (1817-1885):
qualunque atto [da parte francese] che prendesse aspetto di dominio, qualunque atto che competesse al Governo civile sarebbe un affronto insopportabile, un affronto alla Corona e alla Nazione, un affronto che metterebbe in mano dei nemici dell’una e dell’altra le armi.
(Lettere e documenti del Barone Bettino Ricasoli, Vol. Ottavo, Le Monnier, 1893)
Nonostante la circolazione di articoli di giornale in francese e in italiano sulla possibile rinascita di una repubblica veneta (il cui peso sull’opinione pubblica, comunque, andrebbe verificato), nonché gli atteggiamenti antisabaudi di alcuni religiosi, nel Veneto non vi fu alcuna rivolta contro l’annunciato cambiamento politico.
Il 19 ottobre 1866 ebbe luogo a Venezia una cerimonia di straordinario valore simbolico. Le Bœuf ricevette formalmente la sovranità dal commissario austriaco, il generale Karl Möring (1810-1870), e la trasmise immediatamente a una commissione veneta composta dal Conte Luigi Michiel (1814-1904), Edoardo de Betta (1822-1896) e Achille Kelder.
Nel suo discorso, l’ufficiale francese insistette ancora una volta sul rispetto della sovranità popolare. Napoleone III, dichiarava, conosceva da tempo le aspirazioni dei veneti ad unirsi al Regno d’Italia; proprio per questo aveva voluto lasciare che fossero essi stessi a manifestare liberamente la propria volontà. L’atto conclusivo ripeté la famigerata formulazione diplomatica con cui la Francia dichiarava di “rimettere la Venezia a se stessa” affinché le popolazioni, padrone del proprio destino, esprimessero mediante suffragio universale il desiderio di essere annesse al Regno d’Italia.
Il plebiscito per l’unione delle province venete all’Italia – atto puramente simbolico a fronte di una cessione già irrevocabilmente decisa – ebbe luogo il 21 e 22 ottobre 1866 e diede come esito 641.758 voti favorevoli contro 69 contrari e 370 nulli. Un risultato che non lasciava alla Francia alcuno spazio di ambiguità. Anche se (per assurdo) avesse vinto il No, inoltre, un’ipotetica occupazione francese del Veneto avrebbe scatenato prima uno scandalo internazionale e poi, probabilmente, un nuovo conflitto europeo.
Nel libro Il comune di Venezia negli ultimi otto mesi della dominazione austriaca (1867) e nella Relazione della giunta municipale provvisoria di Venezia sul reggimento sostenuto negli ultimi quattro mesi dell’anno 1866 letta nell’adunanza del Consiglio Comunale il 31 maggio 1867, pubblicazioni ufficiali del municipio di Venezia, non si accenna ad alcun problema serio in città durante il passaggio di poteri, né all’azione di un “partito francese” in laguna o in Terraferma.
Aurelio Saffi conferma Diamilla
Riguardo la vicenda delle petizioni indirizzate dai veneti a Napoleone III per una Venezia indipendente, però, il dibattito tra gli scrittori non si spense col voto del 1866 e riprese, ad anni di distanza, con la pubblicazione della Politica segreta italiana di Diamilla Muller.
Oltre che di Napoleone III e di Mazzini, Diamilla fu anche amico di Aurelio Saffi (1819-1890), il quale riconobbe più volte come veritiere e attendibili le sue memorie concernenti fatti dell’unificazione. Nel Proemio al XIV volume degli Scritti editi e inediti (1885) di Mazzini, Saffi citò e confermò la testimonianza contenuta nel libro Politica segreta italiana affermando, riguardo le trattative del 1866 tra il governo italiano e Napoleone III, che
Maggior resistenze opposero il Ricasoli e gli amici suoi: ma, intanto, le forze austriache ingrossavano alla frontiera e nelle valli tirolesi; il quadrilatero era ancora in loro mano; i Veneti chiedevano ad alte grida di venire accolti, in qualunque modo, nel seno della famiglia italiana; oltre di che v’eran tra quelli che, mossi da vecchie borie municipali, fomentati forse da mene napoleoniche, vagheggiavano l’idea di costituire della Venezia uno Stato indipendente sotto la protezione francese, e ne correvano istanze supplichevoli a Parigi.
Lo stesso testo introduttivo di Saffi, nel 1902, fu poi riedito nell’ottavo volume dei suoi Ricordi e scritti, pubblicati a cura del Municipio di Forlì.
La critica di Carlo Tivaroni
Carlo Tivaroni (1843-1906), storico, ma prima di tutto combattente del risorgimento, accolse con sdegno la narrazione delle petizioni indipendentiste rivolte dai veneti a Napoleone III, e nell’ultimo volume della sua Storia critica del risorgimento (L’Italia degli italiani, Tomo III, 1897) polemizzò:
Napoleone aveva voluto eziandio che la cessione fosse seguita da un plebiscito, evidentemente perché egli voleva che il Veneto figurasse come quegli che si dava spontaneamente e liberamente all’Italia e non perché, secondo [quanto] diceva Grandguillot a Muller, e Saffi nel XIV volume degli Scritti di Mazzini registra come frumento secco “Napoleone riceveva innumerevoli petizioni da Venezia perché fosse lasciata indipendente sotto il protettorato della Francia”, “mossa di vecchie borie municipali” che non è mai esistita, volendo il Veneto tutto senza eccezioni l’Italia e non già una miserabile indipendenza.
È opportuno a questo punto interrompere la citazione, che riprenderemo più avanti.
Raccontando il processo risorgimentale, Tivaroni era mosso da precisi intenti ideologici, tuttavia in apertura a questo ultimo volume della sua fatica maggiore egli annuncia di aver prodotto “una miniera di notizie” e non può permettersi di trascurare a bella posta una vicenda. Restando fedele al rigore che s’era imposto, lo storico non poteva negare categoricamente che le petizioni a Napoleone III fossero esistite, smentendo Muller solo perché l’idea di uno stato veneto gli faceva rabbia. Concludendo la frase, Tivaroni arrivò addirittura ad ammettere che nelle province venete vi fossero anche degli indipendentisti, riconoscendo che il progetto di ciò che lui definiva una “miserabile indipendenza” era “pensiero tutt’al più di qualche conservatore cretino, sistema che lo avrebbe fatto più servo di prima dello straniero”.
La testimonianza di Luigia Codemo
Checché ne dica Tivaroni, oltre a Diamilla abbiamo altre fonti sull’esistenza di un “partito francese” nel Veneto del 1866. Ne parlò ad esempio il console francese Léon Pillet (1803-1868) in una comunicazione del 6 luglio 1866 inviata da Venezia, in cui affermò che nella città di San Marco c’era chi festeggiava gridando: “Noi siamo francesi!”
Due giorni dopo, in una lettera, la scrittrice trevigiana Luigia Codemo (1828-1898) conferma che tra i veneziani benestanti c’erano effettivamente dei francofili (citiamo da Pagine famigliari artistiche cittadine (1750-1850), 1878):
Soltanto in alto, nelle persone tirate a pulimento o nuovo o vecchio, c’è qualche brutto segno. X s’è quasi accoppato investendo un tavolino nell’uscir dal caffè, per correre addosso al console francese, a fargli salamelecchi di buon suddito… così altri. Miserabili!... e volean apparire i protoquamquam del liberalismo…e tali li terranno, perché la potenza abbaglia. Ma si accorgeranno prestissimo quanto vale chi, appena ci si toglie la livrea dell’Austria, curva il dorso a metter quella francese.
Però, nella stessa missiva, ella aggiunse che il partito francese era debole:
s’odono perfin le donnette dire: "Francesi poi no!..."
sebbene vi fossero forti timori diffusi: “Tutti sentono la progressiva, tremenda potenza della Francia (se è vera) e credono che la diventi l’Impero Romano".
I documenti dell’Archivio Alberto Cavalletto
Tra i grandi protagonisti della cessione della Venezia al Regno d’Italia spicca la figura del padovano Alberto Cavalletto (1813-1897), guida del Comitato Politico Centrale Veneto, ossia il gruppo clandestino che, a partire dal 1859, lavorò, con la propaganda e con l’azione, per preparare il terreno per l’unione al regno sabaudo. Tantissimi documenti di Alberto Cavalletto sono conservati presso la Biblioteca Civica di Padova (Sezione di Conservazione e Ricerca) e rappresentano una fonte importantissima per ricostruire la storia del processo risorgimentale. Chi scrive ha provato a consultare quelle carte per cercare notizie riguardanti il “partito francese” presente nel Veneto, ma non è riuscito a reperire nulla di significativo. Va però ribadito che si tratta di una quantità immensa di manoscritti, che per essere analizzata a fondo richiederebbe una vita intera di studio.
L’esplorazione dell’Archivio Alberto Cavalletto, tuttavia, non è stata affatto vana. Egli era infatti amico di Diamilla Muller, e ovviamente durante i travagliati giorni del 1866 si tenne in stretto contatto con l’agente segreto in missione a Parigi. Nell’archivio si conserva un fascicolo contenente tre lettere inviate da Diamilla a Cavalletto (la segnatura è: Biblioteca Civica di Padova, Archivio Alberto Cavalletto, Epistolario, 4614, Muller Diamilla D.E.), le quali ci forniscono informazioni preziose.
Il 28 aprile 1891, da Torino, Diamilla inviò a Cavalletto (che all’epoca era deputato) una dozzina di copie di un proprio opuscolo intitolato Il riscatto della Venezia, che ha per sottotitolo “Prologo-preparazione-epilogo, ricordi di un testimonio [sic]”. Il riscatto della Venezia fu pubblicato senza nascondere il nome dell’autore; lo scritto apparve inizialmente a puntate sulla Gazzetta di Venezia, allora diretta da Ferruccio Macola (1861-1910), nei numeri del 20 luglio, 1 e 2 agosto 1890 e poi in un fascicolo unico stampato lo stesso anno dalla tipografia Roux e C. di Torino.
Una delle dette 12 copie dell’opuscolo è conservata nell’Archivio di Stato di Padova e riporta la dedica manoscritta: “All’Onor e Signor Comm. Cavalletto Ing. Alberto”.
Da Roma, il 17 aprile 1895, in un’altra lettera a Cavalletto (che intanto era diventato senatore), l’ex agente segreto evidenziò che di quel libello gli stava particolarmente a cuore un aspetto:
Il riscatto della Venezia enumera i miei titoli pei quali aspiro con orgoglio a poter dedicare anche gli ultimi anni della mia vita al servaggio di quelle nobili provincie.
Questi “titoli” di cui Diamilla si fregia sono innanzitutto l’aver combattuto nel Veneto durante il 1848 “colle divisioni romane”, in secondo luogo “D’avere contribuito, dal 1860 al 1866, a preparare il definitivo riscatto della Venezia, quale intermediario fra S.M. Vittorio Emanuele e Giuseppe Mazzini”. E infine “D’aver ottenuto, nel 1866, dall’Imperatore Napoleone che rinunciasse a fare atto di possesso, come aveva deciso di fare, della Venezia cedutagli dall’Austria”. Sono parole nette che suggeriscono che Napoleone III avesse delle intenzioni molto serie, parole che Muller forse non si sentì di pubblicare.
Il testo de Il riscatto della Venezia presenta infatti una versione più moderata da questo punto di vista, anche se effettivamente in esso l’autore si attribuisce un ruolo decisivo nella cessione:
Alle 6 ant. del 14 luglio giunsi a Parigi. Alle ore 8 ant. avevo già parlato con Alcide Grandguillot, allora direttore del Costitutionnel. […] Io fui ricevuto a Vichy da Napoleone la sera del 15 luglio, dopo pranzo. Gli esposi la situazione, il desiderio del Governo italiano, i pericoli d’una occupazione francese, benché momentanea, nel Veneto. Toccai specialmente il tasto dell’affetto che l’Imperatore aveva sempre nutrito per l’Italia. L’indomani mattina 16 luglio, Napoleone ordinò che si telegrafasse lungo tutta la costa italiana e a Venezia, per revocare gli ordini che portavano le due navi da guerra la Provence e l’Eclaireur, che erano d’inalberare la bandiera francese a Venezia e di sbarcare alcune compagnie. I segnalamenti semaforici raggiunsero le navi a Santa Maria di Leuca; quelle navi giunte a Venezia trovarono al Consolato francese la revoca dei primi ordini e nuove istruzioni che non compromettevano, neppure in apparenza, le aspirazioni italiane. È facile comprendere quali sarebbero state le conseguenze d’una occupazione francese della Venezia, anche momentanea, e quali mene sarebbero state organizzate dai nemici d’Italia a suo danno.
Benché tutte queste reminiscenze siano affascinanti (anzi, soprattutto in ragione di ciò), non bisogna mai abbassare la guardia quando si ha a che fare con della memorialistica, che per altro potrebbe essere compromessa dallo spirito di protagonismo di chi l’ha prodotta.
Non è insignificante il fatto che nella lettera del 17 aprile 1895, Diamilla chieda al senatore Cavalletto se, in ragione dei tanti meriti, potesse trovargli “un cantuccio in un collegio”. L’ex agente segreto era infatti intenzionato a mettersi in politica, col proposito, tra le altre promesse, di “combattere con tutte le forze qualunque partito nero [così all’epoca si indicavano i cattolici intransigenti, ndr] o rosso [le sinistre, ndr], che tendesse a disfare l’unità politica della Nazione". Chi di preciso egli volesse tacciare di secessionismo non è dato a sapersi.
Alcuni mesi dopo, il 30 agosto 1895, sempre da Roma, Diamilla spedì a Cavalletto una bozza di stampa che definì “una copia del mio libro Roma e Venezia, che sarà pubblicato”. Era un atto dovuto, poiché nel testo di Roma e Venezia Diamilla inserì la lettera di risposta che Cavalletto gli aveva scritto da Roma il 1° maggio 1891, in cui il politico lo ringraziava per il dono delle copie de Il riscatto della Venezia, lodandone il contenuto assieme a quello del libro Politica segreta italiana, che egli aveva ugualmente apprezzato. È rilevante che Cavalletto – uno dei grandi burattinai del 1866 – non abbia avuto nulla da obiettare sul racconto delle petizioni indipendentiste dei veneti. Anche questo è un dato di cui va tenuto conto.
Chi inviò le fantomatiche petizioni?
Ma chi potevano essere gli autori delle fantomatiche petizioni di cui parla Muller?
La stampa monarchica italiana, e in parte quella cattolica francese, cercarono di attirare sui repubblicani dei vaghi sospetti di mire sovversive. Sicuramente la testata repubblicana genovese “Il Dovere”, organo della propaganda mazziniana, nel numero 36 di sabato 8 settembre 1866 usò parole ambigue:
Preparato così il terreno, Lamarmora scende, e lascia al Ricasoli il compito di far ingoiare all’Italia la pillola fetidissima. Ed ecco Bonaparte che scrive al Re d’Italia in aria di pacificatore e patrono universale di popoli e di governi, e il Re d’Italia s’inchina riconoscente, e si dispone a ricevere la consegna del Veneto da un Commissario francese che è già arrivato, compiendo prima la formola [sic] di un plebiscito. E non è che ai Veneti si lasci libertà di scelta; ma si mettono in un dilemma acuto come due punte di lance avvelenate: o annessione al regno d’Italia, o Viceregno separato. Per la repubblica non vi è scelta.
E nel settembre 1866 il giornale transalpino “La France” – sproloquiando – accusò addirittura Mazzini di voler scatenare un colpo di stato nel Veneto. Ma la tesi di un complotto dei repubblicani – mazziniani o garibaldini – contro l’unità d’Italia, che essi consideravano il bene superiore da conseguire, è priva di qualsiasi fondamento. Ne Il riscatto della Venezia, Muller scrisse:
L’obbiettivo [sic] di Mazzini era duplice: prima quello di rivendicare affatto la nazionalità, di compiere l’Unità d’Italia, principale scopo del suo ardente e profondo pensiero; secondo di approfittare degli errori e delle deficienze del Governo monarchico per far propaganda repubblicana. Mazzini però, se amava il suo ideale repubblicano, adorava ancor più l’Italia, e al compimento di questa avrebbe anche quello sacrificato.
Secondo la maggioranza dei rivoluzionari, invece, i colpevoli di tutti i complotti erano sempre i cosiddetti “clericali”. Ma, in questo specifico caso, potevano davvero c’entrare qualcosa? Va tenuto conto che nel 1866 i cattolici intransigenti veneti non avevano più fiducia nell’Austria (che ormai consideravano corrotta dal liberalismo) e meno ancora in Napoleone III. Nella sua Continuazione alla storia universale della Chiesa Cattolica dell’Ab. Rohrbacher (Vol. II, 1879), lo storico cattolico intransigente padovano Pietro Balan (1840-1893) ribadisce che il Clero veneto – tranne alcune eccezioni isolate – non si oppose al plebiscito dei “piemontesi”:
Nel Veneto il clero, nuovo della nuova vita, sperò, che ottenuto il desiderio dei liberali, si lasciasse quieta la Chiesa, e quindi consigliò si dessero i suffragi per l’unione al Piemonte; con questo intese adoperare prudenza ed ossequio a chi veniva signore per forza di trattati; non tutti così spiegarono la cosa, né mancò chi la trasse a significati che non ebbe mai.
Comunque, nel 1880 la rivista dei gesuiti “La Civiltà Cattolica” (Vol. IV della serie undecima) recensì il libro Politica segreta italiana di Muller, e l’anonimo redattore si soffermò sulla questione delle petizioni a Napoleone III col fine di screditare le modalità con cui si era svolto il plebiscito veneto del 1866:
Neppure dispiace d’imparare in queste pagine come, prima del plebiscito, che fece passare la Venezia dalle mani del Bonaparte in quelle del re Galantuomo, il famoso Alcide Grandguillot, uno degli scribi più informati delle secrete cose del Bonaparte, assicurasse in Parigi il Muller, spedito colà officiosamente dal ministero Ricasoli, che «innumerevoli petizioni giungevano da Venezia all’imperatore; che in esse si conteneva preghiera, che quella provincia fosse lasciata indipendente, sotto il protettorato della Francia, e che di esercitarlo la Francia né punto né poco curavasi; ma che non poteva disconoscere siffatta dimanda essere una inevitabile conseguenza della politica generale del gabinetto italiano.» Il fatto merita di essere notato, perché dimostra che giudizio si debba fare, siccome di tutti i plebisciti antecedenti e conseguenti, così di quello in virtù del quale la Venezia, supplicante prima il Bonaparte per l’autonomia, si gittò poi festosamente nelle braccia del Galantuomo.
A chi avrebbe giovato uno stato veneto?
Ma allora, chi poteva avere interesse alla creazione di uno stato veneto?
Una suggestione potrebbero forse suggerircela alcune notizie fornite da Flavio Andreis, scrittore con alle spalle trent’anni di attività come direttore di Istituti Italiani di Cultura all’estero (dal 1975 al 2005), nel suo libro Un passato che non passa. Trent’anni al di là delle Alpi (Albatros, 2022).
Negli anni Novanta, Andreis conobbe dei personaggi particolari: alcuni discendenti di patrizi veneti emigrati in Austria dopo il 1866. Il memorialista spiega:
Di “sangue blu” a Innsbruck era il conte Giuseppe Mondani Bortolan [1927-2011]. Cognome inconfondibilmente italiano, anzi, veneto, capitò un giorno nel mio ufficio con piglio sicuro, ma sorridente, affabile e gentile. […] trovammo il tempo per sapere un po’ di più su quello che mi intrigava (e che d’altronde immaginavo), e cioè per quale motivo un conte evidentemente più italiano che austriaco vivesse lì, in Tirolo, nel suo “castello” e si considerasse austriaco. Guardandomi dritto negli occhi, mi rispose franco, senza esitazione, che la sua famiglia si era stabilita là dopo che il Veneto fu unito (annesso, secondo lui) all’Italia e aggiunse con naturalezza: “perché il Veneto doveva diventare Italia?”
Proseguendo nell’esposizione dei suoi ricordi, l’autore spiega:
È noto che altri avevano preso quella decisione dopo che le province italiane dell’Austria furono unite all’Italia durante il Risorgimento.
Anche a Vienna, Andreis conobbe una nobildonna di origini venete:
Non ricordavo di averla notata in precedenti occasioni. Mi avvicinai e mi presentai. Lei rispose gentilmente con voce sommessa, in buon italiano con una certa inflessione tedesca, dichiarando il suo nome e cognome. Mi colpì il suo cognome perché mi suonava come uno dei più comuni che dettero più di un doge alla Serenissima Repubblica di Venezia. Sorridendo glielo feci notare. Lei, senza scomporsi, ammise che era effettivamente così e che la sua famiglia aveva optato per restare austriaca dopo l’unione del Veneto all’Italia nel 1866.
Quando le province venete erano diventate parte dell’Impero d’Austria, seguita Andreis,
I delegati di Venezia chiesero l’iscrizione dei patrizi come principi nel Libro d’Oro della nobiltà. Ottennero un rifiuto, ma gli fu benignamente concessa l’ammissione come conti. A quanto si sa buona parte dei patrizi veneziani rifiutarono sdegnosamente, ma altri accettarono. Questo sembra essere stato il motivo della loro scelta di restare austriaci anche dopo l’unificazione del Veneto all’Italia nel 1866, e quindi anche della famiglia di quella signora viennese.
È possibile che tra i promotori delle misteriose petizioni ci fossero semplicemente dei patrizi veneti, o anche dei comuni borghesi, desiderosi di conservare o tutelare i loro interessi familiari? È sempre importante ricordare che la documentazione certa (che al momento ci manca completamente) va distinta in maniera molto netta dalle, pur legittime, ricostruzioni ipotetiche.
Al momento il mistero rimane, ma la verità potrebbe anche essere lì che ci aspetta negli archivi.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Petizioni indipendentiste nel Veneto del 1866? Le memorie di Demetrio Diamilla
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