Matilde Serao ha 38 anni ed è all’apice del successo quando Ugo Ojetti si reca nella sua casa a intervistarla.
L’intervista sarà inserirà nel suo primo libro Alla scoperta dei letterati, edito in prima istanza dalla Fratelli Dumolard Editori di Milano, nel 1895. Si tratta di una serie di ritratti di scrittori in quel momento celebri (tra i quali anche Carducci, Fogazzaro, Verga, D’Annunzio) in forma di intervista (genere ancora agli albori allora) che, per l’originalità della proposta, tra reportage e critica letteraria, lo farà diventare subito famoso.
L’intervista di Ojetti alla Serao nel 1894
È il dicembre del 1894, la Serao, tra l’altro, ha già pubblicato il romanzo Fantasia (1883), ha scritto la vibrante inchiesta giornalistica Il ventre di Napoli (1884), sposato Edoardo Scarfoglio (1885) con il quale ha quattro figli; ha fondato con lui “Il Mattino” (1892); ha pubblicato Il paese di cuccagna (1891).
Scriverà ancora moltissimo fino alla sua morte, il 25 luglio 1927, quando finirà la sua vita a causa di un infarto al suo tavolo di lavoro, dopo aver pubblicato, in totale: sedici romanzi, venticinque raccolte di novelle, numerosissimi articoli di giornale (e aver fondato ben tre testate giornalistiche nazionali: “Il Corriere di Roma”, “Il Giorno” e già citato “Il Mattino”, nonché alcune riviste).
Ojetti introduce l’intervista con un’accurata descrizione del suo ampio e luminoso studio pieno di libri – ben ordinati su lunghe tavole o in armadi chiusi o scaffali girevoli – nel quale Matilde lo accoglie, raggiunto attraverso molte sale “lussuosamente addobbate con arte” nel quale è facile immaginare la scrittrice intenta a lavorare, dietro i vetri che si affacciano prima su una loggia ricca di vasi e arbusti e poi su un ampio cortile nel quale domina un platano altissimo.
Recensione del libro
Il ventre di Napoli
di Matilde Serao
Il romanzo italiano secondo la Serao e Firenze capitale italiana
L’intervista comincia dopo che entrambi accendono le sigarette e si concentra sul romanzo italiano, che – secondo Matilde – faticherà a nascere, come è dimostrato dalla sua risposta che si concentra anche sull’importanza della formazione di una cultura nazionale ancora inesistente e per cui sarebbe stato meglio avere Firenze e non Roma come capitale:
Voi mi domandate del romanzo italiano. Il romanzo italiano non può esistere, per ora; tutti i romanzi che noi facciamo sono parti, elementi, coefficienti del futuro romanzo italiano integro e perfetto; essi sono, se non per altro, per l’argomento essenzialmente regionali. Prendete una classe speciale: l’aristocrazia. Ebbene l’aristocrazia siciliana che il Verga e il de Roberto descrivono, non è differentissima dalla aristocrazia napoletana che ho descritta talvolta io? Insomma una ragione tutta etnica si oppone alla formazione del romanzo italiano e credo ciò sarà per molto tempo, perché manca il punto o il mezzo di concentrazione, di unificazione […] La capitale, Roma. Parole. Roma è Roma e sarà sempre Roma, non sarà mai la capitale di Italia, non sarà mai la terza Roma che sarebbe davvero troppo piccola cosa in confronto alle altre e troppo malamente limiterebbe la immensità di lei quasi divina. Un’altra città sarebbe stata, anche a vantaggio della formazione di un’arte e di una coltura nazionale, capitale ottima d’Italia: Firenze. Per la lingua che vi si parla, per le tradizioni sue letterarie, per i costumi suoi veramente italici, per la sua storia politica, per la sua posizione geografica sarebbe stata l’ottima capitale.
Sulla lingua italiana e i pregiudizi di genere
A negare la formazione di un romanzo italiano è inoltre la questione della lingua italiana, che non è abbastanza vivace e calda da preservare le opere dalla corruzione del tempo. Grande è la consapevolezza della scrittrice di non saper scrivere bene, ma solo in una delle lingue che allora si parlavano a Napoli e, contemporaneamente, quella che proprio quella linga – nella quale scriveva – le permetteva di dare vivacità al suo linguaggio incerto e di infondere calore nelle sue opere, tale da renderle capaci di resistere all’oblio del tempo:
Guardate qui a Napoli: abbiamo tre lingue, una letteraria, aulica, sognata, non reale; una dialettale viva, chiara pittorica, sgrammaticata, asintattica; una media che dirò borghese che è scritta dai giornali, che ripulisce il dialetto sperdendone la vivacità e tenta imitare la lingua aulica senza ottenerne la limpidezza. Io che sono stata tanto accusata di scrivere in una lingua cattiva imperfettissima, io che anzi confesso di non saper scrivere bene, ammiro in ginocchio chi scrive bene, chi fissa le idee sue in quella prima lingua aulica e lucente […] Io credo con la vivacità di quel linguaggio incerto e di quello stile rotto di infondere nelle opere mie il calore, e il calore non solo vivifica i corpi ma li preserva da ogni corruzione del tempo. Questo io penso. Le altre opere (e sono poche) redatte nel linguaggio purissimo e gelido vivranno? Noi quattro (intendo Verga, de Roberto, me e un po’ Capuana) accusati di scorrettezza abbiamo un pubblico che ci segue e ci legge: perché nella posterità dovremmo morire? Il romanzo è recente forma d’arte, e non ci sono argomenti storici in contrario. Staremo a vedere.
Purtroppo, anche in letteratura continuano a persistere numerosi pregiudizi di genere, che spesso ostacolano la giusta valutazione della scrittura delle donne; per la Serao si sono aggiunti per lungo tempo anche quelli relativi all’assenza di una formazione regolare, la diversità rispetto al canone verista, il suo avvicinamento al romanzo d’appendice, al misticismo, allo psicologismo; addirittura la sua eccessiva napoletanità, e ciò non ha certo favorito una valutazione oggettiva della sua produzione letteraria e non.
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Serao e l’impreparazione degli editori
La Serao usò in maniera intelligente e spregiudicata i nuovi mezzi di comunicazione, promuovendo i suoi scritti e ottenendone fama internazionale: curò prima la Rassegna Teatrale per il “Giornale di Napoli”, poi alcune rubriche letterarie nelle quali dava consigli su opere da leggere, anche nelle altre testate citate. A un certo punto ottenne fama internazionale, alcune sue opere tradotte in francese e in inglese furono conosciute, apprezzate, ma anche ferocemente criticate.
Opportuna, quindi, la domanda posta da Ojetti sulle responsabilità degli editori nell’opera di promozione degli autori italiani, perché pochi e spesso inesperti. La risposta della Serao rincara la dose con argomentazioni sulle scarse o nulle potenzialità di sopravvivenza di un libro a causa della inesistente réclame da parte degli editori: nessuna informazione sui posti in cui si vende un libro, nessun invio dei cataloghi e a stento esposizione dei libri in vetrina. La soluzione potrebbe essere una cooperativa – con sede a Roma – tra autori provetti e noti che, partendo da un modesto capitale e buoni lavori di opere conosciute, le proponga a prezzi moderati e, in seguito, faccia posto anche ai giovani migliori.
Ojetti continua la sua intervista, durante la quale Matilde, parlando, solleva spesso i capelli dalla fronte:
sempre libera e bella sotto il diadema dei capelli nerissimi, diritti.
La religione, il naturalismo materialista, il misticismo e la figura di Cristo
Da poco erano stati pubblicati alcuni passi del libro Nel paese di Gesù , una sorta di réportage di un viaggio della Serao in Terra Santa, fra la primavera e l’estate del 1893, ricco di interessanti osservazioni storiche e politiche sulla situazione della regione, ma soprattutto un riuscito tentativo di far emergere l’anima dei luoghi che attraversa, i colori e i sentimenti di chi incontra e le zone più nascoste della propria anima.
Ojetti punta la sua attenzione sulla ricerca di un sentimento religioso che già la Serao – a suo dire – aveva manifestato chiaramente in una serie di articoli dal titolo I cavalieri dello spirito, per saperne di più. La risposta parte dalla costatazione del materialismo come forma artistica del naturalismo e dell’abuso della scienza, dell’orgia di vero, che in quel tempo spingeva alcuni al misticismo o all’idealismo:
La scienza, l’abuso della scienza, ha così prostrato la fantasia e anche l’arte, che l’ha fatta serva sua. Ora, dopo molti anni, sentiamo che la scienza non è bastata, o almeno non ci è bastata; noi che abbiamo voluto veder tutto, abbiamo visto appena uno su mille! Così uscendo dalla pura letteratura, laddove prima avevamo la Fede ora non abbiamo che un dubbio dolorosissimo, più doloroso dello scetticismo, perché questo in fondo ci acquieterebbe, quello ci flagella, ci spinge verso l’Inconosciuto e verso l’Inconoscibile, quasi in quelle tenebre fosse la salvezza nostra.
La Serao non si dichiara cattolica apostolica, come ha fatto Fogazzaro, perché non riesce ad accettare tutti i dogmi, ma si sente profondamente attratta e conquistata dalla figura di Cristo e dal desiderio di un ignoto metafisico:
Ma la figura di Cristo è una figura somma, superumana; e il mio viaggio in Palestina ha ribadito questo mio pensiero, il quale necessariamente mi sospinge fuori dell’umanità, in un desiderio di infinito, di ignoto, di soprasensorio.
Il popolo, la questione sociale e la fine dell’intervista
La seconda parte della risposta sposta l’attenzione sulla sua irrequietudine continua per l’aspirazione a un riscatto del popolo “fuori dalla faticata vita di tutti i giorni” e sul compito, che sente suo, di indicare la via per ottenerlo. In quest’ottica la religione non può più bastare:
Il soffrire ci unisca; noi e il popolo sentiamo comuni il soffrire, sentiamo sui colli nostri lo stesso giogo della umanità greve, della tristezza animale, della caducità. In questa comunione di dolore l’amore ci unisca.
Certo, la questione sociale non potrà essere risolta così, ma sarà certamente lenita. Anche perché nel Mezzogiorno la dinamica tra classi sociali è diversa:
E noi del mezzogiorno, dove la differenza delle classi è in realtà meno duramente sentita od imposta, dove la principessa scende a vedere e a soccorrere la sua portinaia che geme nei dolori del parto, possiamo meglio di altri cominciare questo movimento, questa sollevazione degli animi fuori dal profondo oscuro.
Ojetti sente provenire dalla camera vicina le voci festose dei figli della Serao che si rincorrono gioiose e si avviano insieme:
I quattro fanciulli lindi e bianchi saltavano di gioia avanti a un grande presepe popolato di pastori e di angeli e illuminato da tante candele rosse, bianche e turchine, e a volta a volta lo mostravano estasiati alla mamma o a me.
— Quant’è bello, eh? Ti piace? di’, ti piace?
L’intervista è finita.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Matilde Serao e la famosa intervista di Ugo Ojetti del 1894
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