I film di Martin Scorsese simboleggiano il sogno americano andato a male. Succede attraverso la messa in scena (iper)realistica della violenza e la ricerca delle sue radici: personaggi marginali – malavitosi di bassa tacca, balordi spiantati della Little Italy, tassisti psicotici, reduci del Vietnam... – diventano epitomi del malessere esistenziale che serpeggia sottotraccia alla società dell’opulenza per antonomasia. Ne consegue che molti film di Scorsese sono film di denuncia sociale, e - parimenti - riflessione sul senso di fallimento e del peccato. Si rivada, per intenderci, al plumbeo Main Streets degli inizi. Oppure a Taxi driver. A Quei bravi ragazzi, allo stesso Toro scatenato. In altre parole, Scorsese filma le zone d’ombra del capitalismo americano attraverso l’ispezione degli slum metastatici (esterni/interni all’animo dei personaggi) da esso generati. Lo fa trasversalmente a vertigini registiche e a un’asciuttezza narrativa che gli viene da influenze stilistiche francesi (Nouvelle Vague) e italiane (Neorealismo). L’antropologia della violenza scorsesiana si attesta come filo conduttore del suo cinema, è il medium mediante il quale i suoi personaggi si relazionano col mondo, al punto da caricarsi di valenze quasi ontologiche: c’è sempre una ragione - interiore e sociale - che in qualche modo giustifica l’agito brutale degli anti-eroi scorsesiani. Ha le sue buone ragioni Travis Bickle quando al vertice di una rabbia lungamente repressa stermina i papponi del bordello dove lavora la giovane prostituta Iris (Taxi driver). Ce le ha il comico sottostimato Rupert Pupkin che in Re per una notte sequestra Gerry Lewis per costringerlo a mandarlo in onda. Le ha persino il criminale psicopatico Cary che in Cape Fear vessa e sequestra a sua volta la famiglia del suo ex avvocato Browden. Insomma, Scorsese si è concesso escursioni in generi diversi da quelli a lui più congeniali del thriller o dei gangster movies ma la violenza – nella doppia accezione di violenza impartita e subita – segna l’impronta preponderante della sua filmografia.
Ritengo che anche i temi esaminati dal recente volume curato da Lorenzo Marmo per Marsilio (si intitola molto seccamente Martin Scorsese) possano affluire al movente portante sin qui individuato.
Gli ambiti emergenti dalle disamine proposte dal volume, quali l’identità italoamericana, le logiche malavitose, la mascolinità, l’ingiustizia sociale e l’indifferenza tipiche del sub-contesto urbano, possano infatti assumersi come declinazioni della violenza sotterranea che permea di sé la millantata democrazia americana. Concetto peraltro ribadito dal regista in un’intervista dell’agosto 2024 al quotidiano Avvenire:
quando mi sono trasferito a New York City, nella zona italo-americana di Little Italy, sono stato mandato a studiare in una scuola elementare delle Suore della Carità. Avevo sette o otto anni. L’area in cui vivevamo era un luogo difficile: Third Avenue, che è conosciuta come The Bowery. Adesso è davvero elegante, ma al tempo era conosciuta come ‘il miglio del diavolo’. Mulberry Street, che era alla nostra sinistra – Bovery era alla nostra destra –, era conosciuta come ‘il miglio degli omicidi’ [...] sono cresciuto in un contesto di violenza, anche se non ne ho fatto un’esperienza piena. Ero costantemente conscio del fatto che ci fosse. Era un fattore costante, una cosa seria. E così non andava mai presa con leggerezza. Davanti alla violenza mi interrogavo sulla nostra natura umana. Ma che diavolo siamo noi? Siamo fondamentalmente buoni o cattivi? Siamo esseri capaci di amore o capaci di violenza? E consideravo anche la rabbia, l’autodifesa, l’egoismo, l’intolleranza, la rabbia, l’odio. Ho dovuto vivere con un senso diffuso di violenza, e dunque anche sperimentando quella tipica eccitazione che alla violenza si accompagna. Sì, c’è un senso di eccitazione nella violenza, c’è un elemento di seduzione. E tu lo provi finché non arrivi a capire che non è questo il modo giusto di vivere. In un film, in un romanzo, in un quadro, bisogna affrontarla direttamente, in maniera esplicita, per comprenderne la seduttività. Se no non la capisci, non la fai capire. [...] La violenza è qualcosa da esplorare con serietà. Penso che si debba capire che la violenza faccia parte della nostra natura. Chi non è abituato a considerarla come parte di sé può restare scioccato quando la scopre. Ci si deve confrontare con la violenza. All’inizio io non sapevo come farlo, ma sentivo che nei film dovevo mostrarla per com’è, in modo diretto, crudo.
Attraverso una minuziosa introduzione di Lorenzo Marmo (Immersione nel cinema di Martin Scorsese. Stile, forme, temi, pp. 9-60) e l’analisi di sei film del regista - sono Mean Streets (Laura E. Ruberto), Taxi Driver (Lorenzo Marmo), Toro scatenato (Arianna Vergari), L’età dell’innocenza (Ilaria A. De Pascalis), The Wolf of Wall Street (Valerio Coladonato), The Irishman (Francesco Sticchi) - il volume attraversa dunque forme e contenuti del cinema di Scorsese, evidenziandone l’impronta autoriale. Gli esiti sono eccellenti, per appassionati e studiosi di cinema dal palato fine.
L’ultima parola esplicativa è del curatore Lorenzo Marmo, che solleva un’ulteriore e suggestiva costante del cinema scorsesiano, quella riguardante l’immagine allo specchio che in Scorsese assume significati transmediali. Scrive Marmo:
la concreta presenza di specchi diventa strumento espressivo per raccontare lo sdoppiamento del soggetto, anziché la conferma dell’identità. Il massimo esempio di questo discorso è contenuto, naturalmente, in Taxi driver, ma in generale lo specchio costituisce probabilmente il più importante e ricorrente marchio autoriale di Scorsese: lo ritroviamo in Raging Bull (Toro scatenato, 1980) come in The Aviator (2004) o in The Wolf of Wall Street (2013), e sempre con la funzione di concretizzare una forma di smarrimento.
Il saggio è ricco di brillanti intuizioni di questo tipo.
- Autore: Lorenzo Marmo (a cura di)
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Marsilio
- Anno di pubblicazione: 2025
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