Luchino Visconti (a sinistra), la copertina del libro "Lo Straniero" (Edizione Bompiani), Albert Camus (a destra), foto di pubblico dominio da Wikimedia
Tra i capolavori più citati della letteratura mondiale figura Lo straniero di Albert Camus, scomparso prematuramente a soli 46 anni in un incidente stradale. Molti critici lo collocano a pieno diritto tra i cento libri più belli mai scritti e non possiamo che essere d’accordo. La sua scrittura è, prima di ogni altra cosa, ammaliante (forse è proprio questo l’aggettivo che meglio la rappresenta), asciutta, quasi spoglia, eppure capace di trattenere il lettore dalla prima all’ultima riga. Vorrei però offrire una prospettiva diversa, mettendo a confronto questo libro straordinario con un altro capolavoro, non della letteratura ma del cinema: Lo straniero diretto da Luchino Visconti nel 1967 e interpretato da Marcello Mastroianni.
Chi ha letto il libro e apprezzato il film non potrà non notare quanto Visconti sia aderente al testo. Le scene, i dialoghi e la progressione che dalla veglia funebre porta al sole di Algeri, e poi alla cella, seguono con scrupolo la pagina. Eppure, proprio dentro questa fedeltà si annidano differenze sottili e, lo ammetto, anche personali, su cui vorrei soffermarmi.
La prima riguarda il concetto stesso di giudizio. Leggendo Camus, difficilmente ci sentiamo in dovere, o in diritto, di giudicare Meursault. Anzi, ogni lettore resta colpito dal momento del processo in cui si perdono di vista le ragioni per cui l’imputato è sotto accusa, cioè l’uccisione di un uomo, e ci si interroga soltanto sul perché non abbia provato dolore per la morte della madre. È un cortocircuito che il romanzo rende quasi naturale: la società non processa un assassino, processa un uomo che non recita il lutto come ci si aspetta da lui.
Guardando il film, questa sensazione sembra venire meno, per una ragione per così dire ontologica: il libro ci porta dentro, il film ci lascia fuori e ci rende spettatori. Il romanzo ci affida la voce di Meursault, la sua logica, la sua indifferenza; lo schermo ci mostra invece un volto, un corpo, una distanza. Assistendo al processo, ci scopriamo allora anche noi gli occhi dei giudici, dei magistrati, dei presenti in aula riuniti per giudicare Meursault. Senza accorgercene, scrutiamo quell’uomo impassibile alla ricerca di un segno di colpa, e così facciamo, seduti in sala, ciò che l’accusa fa nell’aula di tribunale.
Chi esce dal romanzo, insomma, si sente un po’ straniero; chi esce dal film rischia di sentirsi un po’ innocente. Per questo credo che leggere prima il libro e poi guardare il film sia un piccolo esperimento morale. Sulla pagina proviamo compassione, o almeno comprensione, per Meursault; sullo schermo, quasi senza volerlo, lo giudichiamo. La pellicola ci rivela così quanto sia facile condannare quando si guarda da fuori, e quanto sia difficile, invece, quando si è dentro.
Forse è questo il lascito più prezioso del confronto. Camus ci insegna che la verità di un uomo non si lascia ridurre alle sue apparenze; Visconti, involontariamente, ci mostra quanto sia forte la tentazione di fermarci proprio lì, alla superficie. Due capolavori, dunque, che non si ripetono ma si completano e che messi uno accanto all’altro ci interrogano sul nostro modo di guardare alle cose.
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Lo straniero” e l’arte di giudicare da lontano: Camus e Visconti, libro e film a confronto
Lascia il tuo commento