Le avventure di Chiaffredo Bergia nella caccia ai briganti abruzzesi
- Autore: Paolo Gaspari
- Genere: Storie vere
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2025
- ISBN: 9788875419530
Davanti a lui, pianse tutta l’Italia. Quando il Carabiniere più decorato morì di broncopolmonite, il 2 febbraio 1892, tutti a Bari osservarono il lutto fino ai funerali. Era di stanza nel Sud, ma veniva da Paesana, sotto il Monviso, nel Cuneese e il suo cognome derivava dal francese berger, pastore. Se oggi lo conoscono in pochi, l’instancabile storico ed editore udinese Paolo Gaspari lo ha tratto dall’anonimato di oltre un secolo in cui era scivolato, dopo essere stato un mito per gli allievi dell’Arma: da semplice arruolato a capitano per meriti di servizio. Le avventure di Chiaffredo Bergia nella caccia ai briganti abruzzesi è un saggio della collana Storica delle Edizioni Gaspari (marzo 2025, 176 pagine), con la prefazione di Gianni Oliva, numerose foto in bianconero nel testo e immagini e riproduzioni anche a colori in due inserti.
Una considerazione, anticipata dall’autore di questa ricerca, induce a riflettere sul significato unificante della sua memoria. Al momento della morte, da poco cinquantunenne, Bergia affratellava tutta l’Italia - eretta a Regno unitario solo trent’anni prima - da Bari, dov’era stato riassegnato alla Legione della Benemerita, alle sue Alpi, in cui nasce il Po, fiume identitario. Eppure, è stato dimenticato, in un Paese che non celebra gli “eroi combattenti” - come osserva Gaspari - ma “l’eroe vittima”: Salvo D’Acquisto quando va bene, perché vengono elevati a quel ruolo perfino i fucilati della Grande Guerra (disertori compresi), nel nome di una martirofilia indiscriminata, che si estende con accenti acritici e neoborbonici ai presunti resistenti meridionali affrontati dai “Piemontesi” come Bergia, nella repressione del brigantaggio antiunitario. Per farsi un’idea di chi fossero e cosa facessero i briganti, la testimonianza coeva di storici come Antonio Lucarelli e Marc Monnier dovrebbe valere più della pubblicistica revisionista sudista di moda nel primo Duemila. Sarebbe bene andare a rileggere Francesco Saverio Nitti e non si dovrebbe dimenticare la delusione del generale Borjes, per la condotta predatoria e non insurrezionale delle bande.
Bergia agì contro quelle formazioni, che variavano da gruppi organizzati ad accolite di tagliagole. L’Arma celebra tuttora la sua fama, tale da farlo diventare ancora in vita protagonista non solo dei fatti di cronaca della seconda metà del 1800,
anche delle fantasie popolari che lo individuarono come il simbolo della Giustizia in perenne lotta contro il male.
Nacque il 1 gennaio 1840 a Paesana (CN), in una famiglia umile e svolse lavori umili, anche da emigrato nella vicina Francia. Analfabeta, trovò la determinazione d’imparare a leggere, scrivere e fare di conto, per l’umiliazione di dover firmare con la croce. Retto da un forte senso del dovere (fu determinante nel neutralizzare due criminali), nel 1860 rientrò in Italia, scrive Oliva, e fece domanda nell’Esercito del Regno Sardo, Corpo dei Reali Carabinieri. Ammesso alla Scuola Allievi, avviò trentadue anni di carriera, prima nella Legione di Chieti, poi in quella di Bari.
In Abruzzo, all’indomani dell’unificazione nazionale, la sua esperienza individuale si trasforma in storia dell’Arma.
Sono gli anni del brigantaggio meridionale. Sul sito www.carabinieri.it si legge ch’ebbe
subito a che fare con le tante piccole masnade feroci che infestavano ancora il Meridione.
Promosso vicebrigadiere, nel 1867 assunse il comando della Stazione di Campotosto (AQ) e catturò il brigante Andriani. Nel 1868 sgominò la banda Palombieri, sulle montagne tra le province dell’Aquila e di Teramo. Due anni avanti operò a Vasto (CH) dove, nel bosco della Dogliola, riuscì ad avere ragione della banda D’Alena e di quella del famigerato Pomponio, che per quasi dieci anni aveva terrorizzato le popolazioni. Nel luglio 1871, cadde nel Sulmonese in un agguato insieme a tre Carabinieri, ma con audacia e perizia riuscì a capovolgere la situazione e a catturare Croce Di Tola e i gregari di una banda ormai di criminalità comune. Venne promosso maresciallo e nel 1880 ufficiale, prima sottotenente fino a capitano nel dicembre 1891, a Bari. Da due mesi era il suo grado, quando venne contagiato da una forte influenza, con complicanze respiratorie che lo portarono alla morte.
Durante la sua prestigiosa carriera ebbe numerosissimi riconoscimenti non solo dalle autorità pubbliche ma anche di provenienza popolare.
Tantissime le decorazioni, tra le quali una Croce dell’Ordine Militare di Savoia, una medaglia d’Oro al valor militare, tre d’Argento, due di Bronzo. Un giornale dell’epoca lo raccontò “prode fra i prodi, valoroso fra i valorosi”, asceso da “umili principi” ad esempio per la gioventù nazionale.
L’Italia subito dopo l’impresa dei Mille è ben descritta da Gaspari. Quando Chiaffredo, rientrato a Paesana (con 80 centesimi in tasca), fu arruolato nel Distretto militare di Saluzzo il 12 dicembre 1860, l’ordine pubblico nel Regno viveva una fase drammatica. A Isernia, oltre agli eccidi di garibaldini e liberali da parte di bande di ex soldati borbonici, l’episodio cruento del 30 settembre vide l’incendio del palazzo del sindaco patriota unitario Stefano Iadopi. Al figlio diciannovenne vennero cavati gli occhi, prima d’essere sgozzato e fatto a pezzi.
Tra l’autunno e l’inverno 1861 si consumò la prima violenta ondata del brigantaggio, tra l’Alto Molise e il Sannio. Nel 1862 l’epicentro si spostò in Basilicata, Capitanata e Irpinia, zone con pochissime carrozzabili dove operavano bande a cavallo forti anche di centinaia di uomini, mentre nell’Abruzzo agivano piccole bande di grassatori.
Il ventunenne Bergia non era forse a conoscenza di cosa accadeva e dell’esercito inviato per reprimere questa guerriglia, ma ricordava il premio ricevuto dalla Gendarmeria francese per avere catturato i due assassini a Tolone.
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