Nel saggio L’umorismo del 1908, Luigi Pirandello sfrutta in chiave patetica una coppia anagraficamente asimmetrica per spiegare la differenza tra comicità e umorismo. Oggi li chiamano con ironia cougar e toy-boy. La prima è una donna matura sopra gli anta - quali? - che non ha intenzione di appendere al chiodo erotismo e femminilità con uomini più giovani. Il secondo è un ragazzo attraente che intrattiene una relazione con una donna più grande.
Comicità e umorismo nella storia della “vecchia signora, coi capelli ritinti” raccontata da Pirandello
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Immaginate di vedere per strada una donna avanti negli anni che vuole sembrare una ragazzina: trucco e parrucco pesanti, i capelli di un colore artificiale. Aggiorniamo il quadretto in versione 2.0 con l’aggiunta di un tacco 12, extension e unghie finte. La reazione istintiva e superficiale è una bella risata.
Non si tratta di cattiveria, di mancanza di rispetto, di quell’ageism di importazione statunitense da intendere come discriminazione sociale basata sull’età. Non dimentichiamo che il testo risale agli albori del Novecento. Ridiamo d’istinto perché la donna è il contrario di ciò che dovrebbe essere alla sua età.
Definita “avvertimento del contrario”, questa reazione è propria del comico che, univoco, non si chiede il perché delle cose. Dopo però sopraggiunge la riflessione ad avanzare ipotesi di comprensione. Magari la donna soffre, si sente inadeguata, cerca come può di mantenere al suo fianco un uomo più giovane. Allora non ridiamo più perché abbiamo colto il suo dramma interiore insieme alla maschera che ha deciso di indossare. Subentra in noi il “sentimento del contrario” proprio dell’umorismo, che ha un doppio senso di marcia dal riso al pianto. Un dispiacere sincero. Un riso amaro di comprensione. Una reazione mista che tiene in sospeso l’osservatore.
Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa impressione comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s’inganna che, parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico.
Il “sentimento del contrario” nella poetica pirandelliana
Diamo uno sguardo al saggio e alle principali applicazioni sul campo dell’arte umoristica riscontrabile nella produzione narrativa e teatrale tra il 1904 e il 1925 e, per aiutare gli studenti, tralasciamo la polemica con l’estetica crociana.
Il “sentimento del contrario”, infatti, è parte integrante della poetica e della produzione di Luigi Pirandello, perché permette di cogliere attraverso la riflessione la complessità del reale e le sue contraddizioni dietro l’apparenza fenomenica, come dimostra il passo in esame. Non solo. Fa sì che tutta la produzione pirandelliana si attesti sul grottesco e la pietà a scandire una folla di antieroi.
Quanto a intreccio e caratterizzazione dei personaggi, prevale la disarmonia, la contraddizione, il grottesco, il ridicolo, il dissonante. Ricordate l’occhio storto, metaforico, di Mattia Pascal e l’umanità sghemba che popola le novelle? Sghemba come il cappello di Silvia Caporale, la coinquilina di Adriano Meis a Roma. Oppure pensiamo all’esemplarità del primo romanzo L’esclusa (1901), la storia di una donna cacciata di casa dal coniuge perché ritenuta adultera e non lo è, che invece viene riaccolta a braccia aperte dal marito quando il tradimento l’ha commesso davvero. Paradigma di una concezione polimorfa della realtà in cui l’individuo resta intrappolato nel ring tra vita e forma.
La priorità della riflessione nella creazione artistica determina uno sviluppo ragionativo a tesi, quello che alcuni detrattori accusano di cerebralismo. I testi vengono destrutturati dall’interno e presentano un impianto aperto che non conclude. Di fatto, cari lettori, così è se vi pare, perché in Pirandello una verità univoca non la troverete mai.
Il linguaggio è quotidiano: per mettere a fuoco le storture di una vita insensata all’insegna del relativismo gnoseologico non occorrono il bello stile e gli escamotage della retorica classica. Sotto la spinta di forze contrarie, a volte l’io perde la sua integrità come accade al povero Vitangelo Moscarda che, per inciso, è un raro esempio letterario di personaggio dismorfobico. Altre volte l’io si sente estraneo a se stesso, come il protagonista della novella La carriola che, di fronte alla targa sulla porta di casa con tanto di nome e titoli professionali, non si riconosce, vittima di una depersonalizzazione a intermittenza. Altre ancora si ingegna come può per prendersi di straforo una mini vacanza dall’esistenza.
Prendiamo il Belluca ne Il treno ha fischiato. C’è il comico quando sembra delirare in manicomio dopo un ricovero coatto. Subentra il sentimento del contrario quando il lettore viene a conoscenza del grigiore e della fatica del ménage del personaggio, che trova nella fantasia la sua camera di decompressione.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La “vecchia signora imbellettata”: il celebre brano di Pirandello su umorismo e comicità
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