Il passato non è mai morto. Non è nemmeno passato.
Questa è la lapidaria sentenza che come un gancio consente di appendere tutta la catena, il groviglio delle vicende e delle vite, che Faulkner dipana in Requiem per una monaca, ripubblicato da La nave di Teseo nel 2026 nell’intensa traduzione di Carlo Prosperi.
“Requiem per una monaca”: trama e tematiche del romanzo
La trama, bipolare come molti dei personaggi che affiorano dalle montagne dialettiche di Faulkner, sciorina la vicenda, torbida e pruriginosa, di una governante nera, Nancy, incline alle droghe e alla prostituzione. Nun (monaca) in un’arcaica accezione sta per prostituta, richiama anche la celebre sentenza nell’Amleto (atto terzo, scena prima) “Get thee to a nunnery”, pronunciata dal principe di Danimarca rivolto a Ofelia - “Entra in un convento”, letteralmente, ma gergalmente può voler dire “Rinchiuditi in un lupanare”. Nancy uccide la bambina di cui avrebbe dovuto prendersi cura, nella casa di una famiglia dell’oligarchia del Sud degli USA, dove prestava la sua opera come governante.
L’altro polo narrativo, solo apparentemente sconnesso da quello dell’omicidio, ci presenta la storia della mitica contea di Yoknapatawpha, da cui Marquez trasse la sua visione di Macondo, che dal feudalesimo più denso, in una ridda di vicende - in parte sanguigne in parte metafisiche - finiscono per imboccare, non senza difficoltà, il tunnel per i tempi nuovi.
Tuttavia ogni idea di progresso è vana, ogni tendenza verso un futuro che annichilisce il passato è illusoria; il passato non muore, non passa, tutto è un unicum monolitico e l’idea di sviluppo è inane. Temple, la mamma della bambina uccisa, ha avuto un passato che grava ineludibile e determina il presente, così come il feudalesimo economico ed etico segna il DNA di Yoknapatawpha. In particolare, il torbido passato di Temple, che Faulkner ha già narrato in Santuario, irrompe nell’attualità: osserviamo Temple, pruriginosa adolescente forse non ancora donna ma di certo non più ragazza, che immaginiamo morbida e cioccolatosa, in macchina, con alla guida colui che diventerà poi sui marito ubriaco fradicio, avere un incidente: la vettura finisce contro un albero che dei contrabbandieri di alcol, da cui il giovane si stava recando per procurarsi da bere, avevano abbattuto di traverso sulla strada. Temple cade così nell’azzardata disponibilità del gruppo di malavitosi contrabbandieri, cani sciolti della notte, che la salvano ma la rapiscono; infine, la chiudono in un bordello. Il capo della gang, le cui voglie non sono più supportate dal vigore e che la deflora con una pannocchia di granturco, la getta tra le braccia di un suo sottoposto, mentre egli gode per interposta persona, individuo che poi uccide quando si avvede che tra i due giovani compare lo spiraglio flebile di un amore.
Faulkner ci parla da dietro le righe: il bene non ha la presa del male, è faticoso, opaco, tedioso, il male appare luminoso e accattivante, ammalia e ti prende come in un vortice.
Perché a Temple il male piaceva […] Lui ha l’aria indomita, è bello, attraente per le donne, tutt’altro che imprevedibile perché sai esattamente quello che fa, speri solo che questa volta non lo faccia. Ha un che di duro, di spietato, non di immorale ma di amorale.
Dopo la fine del processo e la condanna dell’omicida Nancy, l’avvocato della difesa convince Temple a recarsi in piena notte dal Governatore del Mississippi per confessare ciò che è stato il suo passato, che fornisce un senso diverso al gesto di Nancy, e far commutare la pena dell’omicida. In un dialogo intenso e drammatico emerge una diversa verità: la governante non era stata assunta per salvarla dalla strada ed eventualmente redimerla, ma per poter parlare di bordelli e copule, di uomini nudi, di sudore e umori, ma soprattutto per farsi tenere bordone per le tresche di contrabbando erotico della padrona di casa.
Se la ricorderà anche lei Temple: la brillante debuttante che come scuola di perfezionamento frequentò un lupanare di Memphis?
Temple aveva deciso di prendere a calci tutta la sua vita di melassa, di rispettabilità di polistirolo, di un matrimonio luminoso con un giovane ricco: voleva lasciare tutta questa fuffa e fuggire con il suo amante, fratello di colui che nel bordello la prendeva per il godimento del capo della banda.
Qui interviene la Governante che desidera salvare la padrona dalla ricaduta, dal risucchio della strada, e non trova altro mezzo del sacrificio della figlia di Temple. Il romanzo ricalca il solco della tragedia greca: di fronte al dramma la donna usa ogni arma, anche quella dell’infanticidio, e riecheggia il mito di Medea.
Perché no? I filosofi e altri ginecologi non ci ricordano forse che la donna reagisce con qualsiasi arma a disposizione, persino i suoi figli?
Ma tutto è vano. Per Temple non esiste redenzione dal passato che non passa e la colpa della governante non sarà emendata, pagherà il fio dei sui peccati - e di quelli degli altri - sul patibolo. Ed è alla luce del presente che interpretiamo il passato, e questo non consente di far progredire il tempo verso il meglio. In Faulkner ogni dialettica, il processo che elimina le contraddizioni dalla storia, è mera finzione, un’illusone in cui è caduto tutto il pensiero occidentale, da Eraclito a Marx passando da Hegel.
Il romanzo è costituito da tre blocchi che contengono ognuno un atto teatrale; di fatto ha ispirato una pièce di Camus tuttora riportata in scena, aperto da una parte in prosa prettamente faulkneriana. Periodi che possono arrivare anche a una pagina, incidentali che richiamano digressioni di digressioni, una punteggiatura che sfida ogni assioma del linguaggio: l’opera trasforma la sintassi in un labirinto per rappresentare la vita, essa stessa un dedalo di eventualità mutuamente escludentesi.
In questa opera, sulfurea e dionisiaca, c’è tutto Faulkner (e oltre, e oltre…).
Recensione del libro
Requiem per una monaca
di William Faulkner
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Il passato non è mai morto. Non è nemmeno passato”: torna in libreria “Requiem per una monaca” di William Faulkner
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