- Autore: Rosario Salvati
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2025
Non è un romanzo lungo, è un racconto intenso, a tratti intimo e introspettivo, di un dramma individuale condiviso da tanti, nel passato. Oggi non si può capire cosa significasse essere chiamati “figli di NN”, ma fino a buona parte della seconda metà del Novecento era una condanna sociale pesante. Una colpa di chi non aveva nessuna colpa, secondo le società bigotte di tanti secoli addietro, intransigenti, inflessibili con il sesso e i suoi derivati. Il partenopeo Rosario Salvati ne ha tratto ispirazione per realizzare La ruota degli esposti, pubblicato in autunno da Graus Edizioni (Napoli, ottobre 2025, collana “Tracce”, 74 pagine).
Chiaro fin dal titolo il riferimento ai bambini abbandonati, per lo più illegittimi e in età neonatale. La gente li chiamava orfanelli, trovatelli; “esposti” (alla carità altrui, pubblica o religiosa), dopo l’arcaico “proietti” (gettati). Burocraticamente, venivano denominati “figli di NN”, dall’annotazione sui registri anagrafici o parrocchiali “nomen nescio”, tradotta nell’espressione popolare spregevole “figli di nessuno”.
Nell’antica Roma, anche in età imperiale, spesso gli appena nati da madri servili venivano poggiati in terra. Se il padre naturale o il pater familias li sollevava in braccio, significava che riconosceva il nato/a dalla schiava e poteva essere accolto/a in casa. Diversamente, veniva “esposto” fuori dell’uscio, alla generosità del caso o, al contrario, a qualsiasi fatalità. Meno crudelmente, lo si lasciava esposto al pubblico presso la columna lactaria: qualche donna senza figli avrebbe potuto prendersene cura, adottarlo.
Col passare dei secoli, dopo l’affermarsi della religione cattolica, più dell’abbandono, che avrebbe dovuto far considerare il piccolo come una vittima, prevalse la riprovazione sociale. Non lo si vedeva come un esserino indifeso e incapace di provvedere a se stesso: era il “frutto della colpa”, marchiato dalla condanna pubblica di un’unione sessuale indebita, scandalosa. Per lo più nascevano da relazioni illegittime (adulterio, rapporti extraconiugali, unioni irregolari, violenze), in parte minore erano abbandonati per povertà assoluta, da donne e famiglie indigenti o troppo numerose. La pietas collettiva fece sì comunque che qualche istituzione pubblica o privata-religiosa si occupasse degli sfortunati. Crescendo in quegli istituti, non certo negli agi, sarebbero diventati comunque braccia da fatica o brave lavoratrici.
Col tempo, vennero registrati con cognomi che in Italia andavano dagli Esposito ai Proietti, i Trovato (allevati in brefotrofio, orfanotrofio) o i Diotallevi, Casadei, Pregadio (affidati alla protezione divina).
La ruota, adottata originariamente in Francia, venne introdotta a Roma nel 1178 da Papa Innocenzo III, addolorato dai tanti piccoli cadaveri annegati nel Tevere. La fece attivare presso l’Ospedale di Santo Spirito in Sassia, dove faceva accogliere gli esposti. Era un cilindro per metà cavo che girava sull’asse, un meccanismo semplice ed efficace, usato per introdurre cibi e scambiare oggetti tra l’esterno e i conventi di clausura. Una campanella consentiva di richiamare da fuori l’attenzione di chi era all’interno. Prima dell’abolizione (1865), si arrivò a contare circa 1200 ruote in Italia, per dare una misura del fenomeno.
L’insistenza sulla storia degli esposti, in questa recensione, deriva dalla viva emozione che l’autore dice d’avere provato davanti all’unica autentica ruota conservata a Napoli. È ben custodita, col massimo rispetto (ma inattiva dal 1875), nella Chiesa neoclassica dell’Annunziata, vicino Forcella. Nel marmo, nelle pietre e nel legno, il luogo reca impresse le angosce di tante donne in tanti secoli, che hanno toccato profondamente Rosario. Ha sentito di dover mettere su carta quello che provava e cosa poteva essere accaduto. È nata una poesia, la preghiera che ha immaginato rivolta dalle mamme affrante, in una cappella dell’edificio religioso, alla Madonna dei Repentiti. È la patrona della maternità, chiamata affettuosamente “Mamma chiatta” dai napoletani. Nessuna allusione, la statua lignea non è affatto extra large: è così che a Napoli venivano soprannominate le balie, loro sì prosperose. Da quella preghiera è derivato il racconto, aggiunge, arricchito ulteriormente in forma di copione teatrale. Teatro nel teatro, perchè si parla di una rappresentazione scenica in allestimento (un po’ alla Pirandello).
C’è ’na malincunìa latente in questo piccolo libro, sentimento provato da non pochi tra i comprimari della storia. È una tristezza giustificata, impressa da scelte e omissioni. Deriva dal vissuto del protagonista ed è legata alla famiglia d’origine (al nonno, in particolare). Però, la vicenda triste di Salvati è storia d’amore, di legami non rafforzati dalla compartecipazione, dal crescere o invecchiare insieme, ma tesi dalla consapevolezza d’essere oggetto o soggetto di un atto non definitivo, non fatale, un gesto carico d’affetto sofferto e che che ha garantito un futuro, una dignità, un diritto alla vita. Tuttora, a qualcuno vengono negati, purtroppo, per tanti motivi, che non è dato ricostruire qui, visto che invece, in queste pagine, a vincere è la speranza. E la vita.
La Ruota dell’Annunziata ha cessato di funzionare nel 1875. Pensate che siano cessate le nascite clandestine? Il sagrato della Chiesa ha svolto ugualmente quel compito, nottetempo, ricevendo fagotti, che mani pietose ma animi sofferenti non volevano tradire.
Rosario Salvati è nato a Napoli nel 1960. Laureato in lettere moderne presso l’Istituto Universitario Orientale, insegna nella scuola media. Da giovanissimo si è distino in esperienze da attore, in scena con protagonisti del teatro. Esercita tuttora con passione la recitazione e la scrittura di testi teatrali e narrativa per la scuola.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La ruota degli esposti
Interessante questa ricostruzione tanto più che parte da una storia personale ed intima dello stesso autore per assumere dimensioni più ampie e un carattere universale.
Leggendo questa dettagliata recensione non ho potuto non pensare alla storia della poetessa Maria Grazia Calandrone e della sua ricerca documentaria e psicologica narrata nei suoi libri Splendi come vita e Dove non mi hai portata. Una forma moderna di abbandono di un bambino sotto la pressione di crudeli leggi sociali.