La toponomastica di Roma ha un fascino tutto suo. Pensiamo a via in Lucina, che probabilmente deve il suo nome al tempio dedicato a Giunone Lucina, la dea protettrice delle partorienti e delle nascite. Qui nacque e si spense giovanissimo, minato dalla tisi, il poeta crepuscolare Sergio Corazzini (1986-1907).
In occasione dell’anniversario della sua nascita, che cade il 6 febbraio, vi proponiamo la sua ultima lirica La morte di Tantalo, forse dettata alla madre Lina pochi giorni prima della scomparsa; un testo che ha il passo di un testamento spirituale, di un rassegnato congedo dalla vita. E che risuona di oscurità simboliste, in cui la critica ha ravvisato alcune anticipazioni de L’isola di Giuseppe Ungaretti, la poesia onirica ambientata in un locus amoenus che fa parte della raccolta Sentimento del Tempo del 1933.
Riguardo ai modelli, il Baldacci osserva:
Non va dimenticato l’apporto che la poesia crepuscolare ricevette da quei poeti francesi, o di lingua francese, che sogliono chiamarsi simbolisti e intimisti. In questa direzione i nomi sono assai noti: sono quelli che, anche recentemente, Sergio Solmi, autore di un’importante prefazione a una ristampa delle Liriche del crepuscolare Corazzini, ha riproposto: “Samain, Maeterlinck, poi Rodenbach, Charles Guérin, Jammes, infine Tristan Klingsor e Lafourge".
Tantalo: il mito greco scelto da Corazzini
Se Desolazione del povero poeta sentimentale – posta in apertura della silloge formato mignon Piccolo libro inutile, che raccoglie otto testi di Sergio Corazzini e alcuni dell’amico di sempre Alberto Tarchiani – è una dichiarazione di poetica, il componimento La morte di Tantalo si configura come un testamento spirituale. Venne pubblicato postumo il 28 giugno 1907 sulla rivista bimensile “La vita letteraria”, attualmente custodita nell’emeroteca della Biblioteca Nazionale di Roma.
Come si legge sulla Treccani, Tantalo è
Protagonista di uno dei miti greci più diffusi, rappresentato spesso nell’arte classica con molte varianti e spiegazioni. Nella versione più comune del mito, Tantalo, figlio di Zeus e di Plutide (o Plutò), fu re di Lidia o di Frigia, padre di Pelope e di Niobe. Uccise Pelope per imbandirlo al banchetto degli dei, chiese vita uguale agli dei, rubò l’ambrosia e il nettare, rapì Ganimede e si macchiò di altre colpe. Anche le pene attribuitegli sono varie: secondo la nèkyia [n.d.r. evocazione dei morti a scopo divinatorio] omerica, Tantalo nell’oltretomba è un vecchio che sta dentro un laghetto presso alberi protendenti rami carichi di frutta, ma è sempre affamato e assetato perché l’acqua si ritira e il vento porta in aria i rami.
Dal mito deriva l’espressione “supplizio di Tantalo” a indicare la frustrazione di un desiderio destinato a rimanere inappagato. Nello specifico si tratta della tortura psicologica di non poter raggiungere ciò che si trova a portata di mano come il cibo e l’acqua, cui venne condannato il mitico eroe dopo aver rivelato agli uomini i segreti degli dei. Dante, nel XIII e XIV canto del Purgatorio punisce così i golosi. Ma attenzione, perché rivisitando il mito Corazzini non si sofferma solo sulla punizione di Tantalo, ma sulla sua morte, e questo cambia prospettiva di indagine.
La domanda è: la morte è una liberazione o un’ulteriore fonte di inquietudine?
Novello Tantalo – e un Tantalo cristallizzato nell’adolescenza che rima con futuro –, il poeta, a causa della salute, non ha potuto assaporare le promesse della vita in termini di progettualità, sentimenti, affetti, che si allontanavano con il progredire della malattia. La figura mitologica di Tantalo compare con lo stesso significato metaforico anche nel sonetto L’anelito vano del 1904, di cui riportiamo la seconda terzina:
Ma voce suona: Uomo, tu sei Tantalo, nel tristo lago, che i polposi frutti mai con l’ugna e co’ denti avidi afferri.
“La morte di Tantalo”: testo della poesia
Noi sedemmo sull’orlo
della fontana nella vigna d’oro.
Sedemmo lacrimosi in silenzio.
Le palpebre della mia dolce amica
si gonfiavano dietro le lagrime
come due vele
dietro una leggera brezza marina.
Il nostro dolore non era dolore d’amore
né dolore di nostalgia
né dolore carnale.
Noi morivamo tutti i giorni
cercando una causa divina
il mio dolce bene ed io.
Ma quel giorno già vanìa
e la causa della nostra morte
non era stata rinvenuta.
E calò la sera su la vigna d’oro
e tanto essa era oscura
che alle nostre anime apparve
una nevicata di stelle.
Assaporammo tutta la notte
i meravigliosi grappoli.
Bevemmo l’acqua d’oro,
e l’alba ci trovò seduti
sull’orlo della fontana
nella vigna non più d’oro.
O dolce mio amore,
confessa al viandante
che non abbiamo saputo morire
negandoci il frutto saporoso
e l’acqua d’oro, come la luna.
E aggiungi che non morremo più
e che andremo per la vita
errando per sempre.
“La morte di Tantalo”: analisi e significato della poesia
Il componimento presenta sei strofe di versi liberi in prevalenza endecasillabi; a seguire novenari e decasillabi; ottonari e settenari in numero uguale. Saltano all’occhio due dati. Il primo è la lunghezza maggiore rispetto alla media dei testi corazziniani. Il secondo è l’adesione tra forma e contenuto, a delineare l’atmosfera sospesa in una specie di anticamera della morte, analoga a Toblack dei sonetti omonimi, un luogo di cura, “divina terra” dove attendere la fine come osserva il Solmi.
Poiché ogni testo dalla vocazione simbolista comporta ampi margini polisemici, vi proponiamo il senso complessivo, tralasciando il tecnicismo di criticità interpretative. Il poeta immagina di trovarsi dopo la morte in un luogo bello e accogliente in compagnia della sua anima (questo sottende il termine “amica”), ma piangono, il cuore gonfio di tristezza. Perché? Perché non trovano una ragione al male, al dolore, alla morte che spezza la tensione verso i sogni e le disillusioni proprie della gioventù e dell’umanità. Infatti sarebbe riduttivo ricondurre all’autobiografismo la specificità di Corazzini, come accade per Leopardi.
Dal verso 17 in poi, il simbolismo diventa più irto a causa del bifrontismo della morte, che ora sembra porre fine alle sofferenze, ora lascia intravedere margini di inquietudine suggeriti dal verbo “errare” all’ultimo verso.
La morte di Tantalo è un appello alla vita e al contempo un congedo pieno di nostalgia che si apre a un orizzonte ultraterreno, scritto da un ventenne che sa di non avere nessuna possibilità di guarigione, eppure sogna, vagheggia, rimpiange. Una lirica bellissima e struggente.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “La morte di Tantalo”: la poesia testamento spirituale di Sergio Corazzini
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