Nella foto in copertina, il marinaio è giovanissimo, indossa la divisa ordinaria invernale di oltre ottant’anni fa, il berretto è blu, sul nastrino in tessuto si legge “Scuola Furieri”. In una delle fotografie all’interno, appare più maturo, in tenuta estiva, “pizza” bianca e maglietta candida sotto il camisaccio, con nastrino poco leggibile, s’intravvede “Regia”. Nelle due immagini è ritratto il sottocapo furiere Giovanni Dominici, la cui guerra sui sommergibili, nel primo biennio del secondo conflitto mondiale, è raccontata a cura del figlio Michele in un volume edito dalla casa editrice lucchese Tralerighe Libri, del prof. Andrea Giannasi: La guerra di un sommergibilista italiano. Le vicende del Macallè, del Ferraris e del Perla. Mar Rosso 1940-Bordeaux 1941 (marzo 2025, 102 pagine, con alcune illustrazioni in bianconero in appendice).
Il figlio è musicista, chitarrista e bassista, autore di cinque album. Spazia tra il punk, il rock e il funk. Esperienze del tutto diverse da quelle del padre, che aveva tenuto, scrive, alla “vita in mare, alla disciplina militare e soprattutto ad insegnare alle reclute”. Entrambi di gennaio, capricorni, “teste dure. Avere 23 anni nel 1940 e nel 1989 sono due pianeti diversi, tanto, troppo?”. Da quando Giovanni non c’è più, Michele ha letto e riletto gli appunti, per cercare di capirlo, nelle sue scelte.
Come si può verificare dai nomi delle unità citate nel sottotitolo, il sottocapo Dominici è stato a bordo di battelli della LXXXI Squadriglia Sommergibili in Africa Orientale Italiana, di stanza in Eritrea, operanti nel Mar Rosso durante la Seconda Guerra Mondiale. La flottiglia, di base a Massaua, schierava otto sommergibili, sei di piccola crociera, 1200 tonnellate di dislocamento massimo (Archimede, Galilei, Torricelli, Ferraris, Galvani, Guglielmotti) e due costieri, sotto le 900 tonnellate (Perla e Macallè). Tutti non erano stati affatto costruiti per operare nelle condizioni ambientali in cui vennero a trovarsi. Il regime monsonico creava condizioni meteomarine per le quali questi scafi non erano progettati. La maggior parte accusò gravi problemi: l’apparato elettrico era messo a dura prova dall’elevatissima umidità ambientale e il cloruro di metile, che riempiva gli impianti di condizionamento, era un gas tossico insidioso, le perdite provocarono diversi episodi d’intossicazione degli equipaggi.
I periodi d’imbarco sul Macallè, sul Ferraris e sul Perla coincidono con i tre macro episodi che resero note queste unità nel 1940-41, a cominciare dal naufragio del primo, incagliato sull’isolotto di Bar Mousa Kebir il 15 giugno 1940. Il Ferraris, su cui era stato trasferito, subì un attacco con cariche di profondità tra il 16 e il 17 agosto. Dominici venne poi aggregato all’equipaggio del sommergibile Perla, che nell’Etiopia occupata dagli inglesi completò il periplo dell’Africa per raggiungere dal mar Rosso la base atlantica Betasom della Marina Italiana a Bordeaux, in Francia, nella Gironda. Grande impresa nautica, tra il 28 febbraio e il 21 maggio 1941. A settembre il sommergibile rientrò in Italia, forzando Gibilterra e ormeggiando a Cagliari il 3 ottobre.
Tornando al Macallè, già prima dell’incaglio, quasi tutto l’equipaggio era rimasto intossicato per una fuoriuscita di cloruro di metile. Il 12 giugno 1940, nella prima missione di guerra, qualcosa cominciò a turbare la navigazione diurna in immersione, fino ad allora tranquilla. Il personale di prora e di poppa dette segni d’irrequietezza, di malessere. I sintomi erano quelli che denuncia Dominici, che nei turni di riposo riposava in cuccetta nella camera lancio-avanti. Si sentiva oppresso da un senso di nausea, stanchezza, abbattimento psichico e non sapeva darsene la ragione, né gli era mai capitato, durante il lungo periodo a bordo dei sommergibili. Fu necessario sostituire qualche marinaio di guardia perché incapace di stare più di qualche minuto al suo posto. Alcuni avevano conati di vomito, altri, troppo irrequieti, andavano ad aprire o chiudere a caso le valvole di emersione e immersione, con grave pericolo per il sommergibile. Alla sera, in superficie, si notò un miglioramento, perché il comandante aveva permesso a tutto l’equipaggio di salire a turno in coperta per respirare aria pura. Ci si mise anche una burrasca, con mare a forza 5 e dense nuvole all’orizzonte.
La mattina del 13, nuova immersione, in una zona pericolosa, per le innumerevoli secche, scogliere e banchi sabbia. Dopo alcune ore di navigazione, il malessere generale crebbe e qualche marinaio dette segni di pazzia. La causa era il mortale cloruro di metile, che esalava da qualche perdita negli spazi chiusi del sommergibile. Ma il guasto era introvabile. Ormai più della metà del personale era out, comandante e ufficiali compresi. “E sempre si navigava”. Emersero ancora la sera del 13, caricarono le batterie e proseguirono la navigazione, ma successe “il fattaccio”. Verso le due del mattino, venne rovesciato di schianto dalla cuccetta. Un panico immenso invase tutti. Si trovarono rovesciati per tre quarti, motore fermo, tutto intorno fracassato. Li avevano colpiti? Una mina? Costretti sul fondo, in attesa di un’atroce morte per asfissia? Una sola certezza: erano “ancora vivi”, una decina, a prora, ma con la porta stagna della camera di lancio chiusa. A sommergibile rovesciato, non si poteva aprire senza un concorso dall’altra parte... I marinai naufraghi sopravvissero sopra un isolotto per sette giorni, fino all’arrivo dei soccorsi. Epico anche il racconto dell’interminabile bombardamento con bombe di profondità, 347 esplosioni, nelle acque dello stretto di Gibilterra. Ricorda le scene del film "Uboot 96".
- Autore: Giovanni Dominici
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2025
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La guerra di un sommergibilista italiano. Le vicende del Macallè, del Ferraris e del Perla. Mar Rosso 1940-Bordeaux 1941
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