La parola geniale suggerisce immediatamente l’invenzione, l’intuizione, la creatività, la capacità di trovare una soluzione nuova, ma suggerisce anche prodigio, eccezionalità, straordinarietà. Geniale anticamente si riferiva al genius, ovvero l’entità divina che accompagnava gli uomini (non le donne!) sin dalla nascita e che ne determinava la forza vitale, creativa, generatrice (gignere = generare). Solo dall’Illuminismo in poi geniale ha cominciato a riferirsi ad una caratteristica interna, ovvero all’ingegno, all’intelligenza umana.
Una lingua geniale dunque, per traslazione di significato, è una lingua capace di creare, una lingua viva fruttuosa, mutabile, persino accompagnata da un’aura divina. Proprio questa è la prospettiva che propone il tema legato alla Settimana della Lingua Italiana. Una lingua geniale è una lingua duttile, capace di accogliere, e tale aspetto possiamo osservarlo attraverso lo sguardo di chi non l’ha ricevuta come lingua materna. Chi proviene da un’altra lingua deve conquistare l’italiano sfidando tutto quell’apparato che per un parlante nativo è un automatismo. Proprio questa distanza può trasformarsi in una particolare forma di libertà: chi guarda una lingua dall’esterno talvolta riesce a vedere possibilità ormai divenute scontate per chi la parla da sempre.
Dismatria, imbarazzismo e portoliano
La letteratura italiana contemporanea offre numerosi esempi di questa capacità creativa. Scrittori e scrittrici allofoni hanno scelto l’italiano come lingua della propria espressione letteraria e, nel farlo, l’hanno sottoposta ad un processo di esplorazione del tutto nuovo. L’italiano diventa così una materia viva, disponibile a essere piegata, contaminata, reinventata. Alcune delle invenzioni più interessanti nascono proprio dal momento in cui una parola italiana sembra non essere sufficiente ad esprimere un’esperienza nuova.
Igiaba Scego ha dato un nome a una di queste esperienze con dismatria, termine che compare nell’omonimo racconto pubblicato nella raccolta Pecore nere. La dismatria diventa la condizione di chi si trova separato dalla propria terra, dalla propria origine, da quella che potrebbe essere definita una madre geografica e simbolica, la madre generatrice. Scego ha poi sviluppato ulteriormente questa riflessione, arrivando a parlare anche di una possibile bimatria, una condizione di doppia appartenenza.
La creazione linguistica diventa ancora più evidente nel caso di Kossi Komla-Ebri, scrittore togolese autore di Imbarazzismi quotidiani in bianco e nero. La parola imbarazzismo nasce da un gioco apparentemente semplice: all’idea di imbarazzo viene applicato il suffisso di -ismo, come se gli equivoci, gli stereotipi e le situazioni paradossali vissute dagli stranieri in Italia costituissero una vera e propria dottrina. L’ironia permette così di trasformare un’esperienza quotidiana in una categoria linguistica. Una parola inventata diventa uno strumento per leggere la realtà e per mettere in discussione, con leggerezza, quei comportamenti che spesso vengono considerati normali proprio da chi li mette in atto.
Cristiana de Caldas Brito porta questa possibilità ancora oltre con il portoliano, una lingua immaginaria nata dall’incontro fra portoghese e italiano. La scrittrice brasiliana non si limita ad inserire termini della propria lingua d’origine all’interno dell’italiano: immagina uno spazio linguistico nuovo, prodotto dalla sovrapposizione di due sistemi. Il portoliano rappresenta in questo senso qualcosa di più di un espediente letterario. Racconta una condizione esistenziale nella quale due lingue possono convivere nella stessa persona e generare una terza possibilità. La contaminazione, anziché essere considerata una perdita di purezza, diventa una forma di invenzione.
Diventare italiani, cercare una lingua e coabitare
Un’altra prospettiva interessante arriva da Laila Wadia, autrice di Come diventare italiani in 24 ore. Il diario di un’aspirante italiana. Il titolo stesso contiene una delle ironie più riuscite del libro: l’italianità viene trattata come se fosse una competenza da acquisire attraverso un rapido corso intensivo, completo di regole, comportamenti e istruzioni per l’uso. Wadia, nata a Bombay e trasferitasi in Italia, osserva gli italiani con quella particolare attenzione che appartiene a chi deve imparare dall’esterno ciò che per gli altri è spontaneo. Le formule di cortesia costituiscono uno degli esempi più interessanti. Per un italiano la distinzione fra Tu e Lei appartiene alla normalità quotidiana, tanto da essere utilizzata spesso senza alcuna riflessione consapevole. Per chi proviene da una cultura linguistica diversa, invece, scegliere fra le due forme significa imparare qualcosa sui rapporti sociali italiani e passare dal Lei al Tu non significa soltanto cambiare pronome, perché spesso comporta una trasformazione della relazione.
Un’altra scrittrice ha portato questa attenzione alla lingua fino a trasformare il rapporto con l’italiano nel centro stesso della propria esperienza letteraria. Jhumpa Lahiri, nata a Londra da genitori bengalesi e cresciuta negli Stati Uniti, ha scelto l’italiano dopo una lunga esperienza di studio iniziata per passione e progressivamente diventata una vera e propria immersione. La scelta appare ancora più sorprendente se si considera che Lahiri era già una scrittrice affermata in inglese, vincitrice del Premio Pulitzer. L’italiano non rappresentava dunque una necessità professionale: era una lingua cercata. L’autrice, abituata a padroneggiare l’inglese letterario, decide di mettersi nella condizione opposta: diventare apprendista nella sua lingua elettiva. La lingua per lei straniera diventa uno spazio nel quale poter essere diversa da quella che era stata nella lingua inglese. L’italiano è stato dunque in grado di offrire, così come è il caso di altre lingue in altri contesti letterari, quella dimensione di duttilità simbolica che le ha permesso di modificare il proprio rapporto con la scrittura e persino con la propria identità.
Tuttavia, talvolta creare significa anche accettare di perdere temporaneamente il controllo. La vicenda di Lahiri porta quindi il discorso a un livello ulteriore. Gli scrittori allofoni che scrivono in italiano spesso portano nella lingua italiana la traccia delle lingue che hanno conosciuto prima. Entrare in una seconda lingua può significare trovare uno spazio di libertà. Per questo scopo la lingua deve essere in grado di accogliere.
Anche Amara Lakhous ha fatto della pluralità linguistica uno degli elementi caratterizzanti della propria narrativa. In Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, un condominio romano diventa un microcosmo nel quale convivono persone provenienti da paesi e culture differenti. L’italiano utilizzato nel romanzo porta con sé accenti, registri, riferimenti culturali e modi diversi di nominare la realtà. Il condominio diventa così anche un’immagine della lingua: uno spazio condiviso nel quale voci diverse possono abitare contemporaneamente. Lo stesso nome di Lakhous può diventare un piccolo esempio di come una lingua riorganizzi ciò che incontra: Amara, nome maschile arabo, viene facilmente percepito da un italiano come un nome femminile o associato all’aggettivo amaro. La differenza non riguarda soltanto la pronuncia o l’origine del nome: mostra quanto rapidamente una lingua cerchi di ricondurre ciò che è estraneo alle proprie categorie. Lakhous utilizza spesso proprio questo tipo di equivoco come materiale narrativo, trasformando l’incontro linguistico in una fonte di ironia.
Geniale è la lingua che sa sempre sorprendere
Questi esempi mostrano come la creatività linguistica possa nascere proprio dall’incontro. La lingua di chi arriva da lontano porta con sé altre strutture, altre immagini, altri modi di stabilire rapporti, altre associazioni sonore. La genialità di una lingua può essere misurata anche dalla libertà che concede a chi la usa. Una lingua creativa permette di prendere una parola conosciuta e spostarla, di accostare elementi per la prima volta, di inventare un termine quando quelli esistenti non bastano, di mescolare registri e tradizioni, di trasformare persino una regola grammaticale in uno strumento per osservare la società. Gli scrittori che hanno scelto l’italiano provenendo da una lingua madre diversa ci mostrano tutto questo con particolare evidenza.
La Lingua geniale celebrata dalla Settimana della Lingua Italiana nel Mondo può essere dunque anche questa: una lingua che continua a sorprendere chi la incontra per la prima volta e che, attraverso quello sguardo straniero, riesce talvolta a sorprendere nuovamente anche chi la parla da sempre. La creatività dell’italiano non appartiene soltanto a chi lo possiede come lingua materna; appartiene anche a chi lo sceglie, lo interroga, lo trasforma e, attraverso di esso, si trasforma e permette a chi assiste a tale processo di entrare in questo gioco di rinnovamento, nella prospettiva di creare uno spazio simbolico in cui tutti possono convivere.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La Settimana della Lingua Italiana nel Mondo: la lingua geniale per creare
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