L’eroe e il traditore
- Autore: Maurizio Garuti
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2025
“Qualcuno ha tradito, qualcuno di noi cinque”. Per tutti il delatore è Siro, ufficiale nel secondo conflitto mondiale, come gran parte degli altri partigiani, arrestati a Genova dai nazifacisti, a fine marzo 1944. È proprio Siro che racconta la vicenda, nel testo narrativo di Maurizio Garuti L’eroe e il traditore. Il confronto drammatico fra due uomini nella resistenza e nella vita, pubblicato da Minerva Edizioni (Bologna, aprile 2025, collana “Egida”, 160 pagine). In appendice, sei pagine d’immagini d’epoca in bianconero.
Un romanzo che va letto come un libro di storia, perchè l’autore teatrale e attivo scrittore di San Giovanni in Persiceto non ha voluto limitarsi a celebrare agiograficamente un protagonista della lotta partigiana nel 1943-45, ma si è impegnato a fare risaltare il merito attraverso il singolare, contrastato, ben descritto e interessante raffronto tra il coraggioso resistente e un compagno d’armi e di militanza antifascista non altrettanto saldo sotto le sevizie degli aguzzini nella Casa dello Studente, sede genovese della polizia fascista e succursale del carcere di Marassi.
L’eroe è il futuro generale dell’Esercito della Repubblica italiana Alberto Li Gobbi, medaglia d’oro al valore militare. Alla sua morte all’età di 97 anni, nel 2011, l’allora Presidente Napolitano ha voluto indirizzare un messaggio di cordoglio al figlio Antonio, generale a sua volta, e a tutti i familiari, ricordando la figura di uomo e valoroso combattente che ha servito l’Italia con mirabile onore e altissimo spirito di sacrificio. Catturato dai nazisti e sottoposto a inenarrabili torture durante la guerra di liberazione, non rivelò mai i nomi dei compagni di lotta, offrendo un esempio di dedizione alla patria, alto senso del dovere e impareggiabile coraggio, premiato con la più alta onorificenza al valore.
Anche Siro indossava le stellette sulle spalline, lui sottotenente Alberto capitano, e aveva conosciuto il trattamento crudele riservato ai prigionieri politici nel rifugio sotto la Casa dello Studente, per strappare informazioni. Però era crollato e non se lo perdonava, consapevole delle conseguenze della sua debolezza, compresa l’uccisione degli fratello di Li Gobbi, Aldo, nel tentativo di sottrarsi alla cattura.
Ripresa l’uniforme nel dopoguerra, roso dal rimorso, segue costantemente a distanza la carriera del superiore Li Gobbi e il suo senso di colpa, più volte espresso dall’io narrativo, trasforma in un’autentica ossessione l’insistente attenzione nei confronti dell’uomo che aveva privato della libertà e di un affetto caro. È una “condanna”, insiste Siro: due vite si sono intrecciate e il caso lo ha costretto a misurarsi con Alberto, un gigante d’acciaio al suo confronto. Questo legame, questa dipendenza, a titolo d’espiazione, sono la chiave di lettura e di sviluppo di un romanzo incentrato sulla storia militare (anche prima e dopo l’esperienza resistenziale) di un combattente partigiano, senza edulcorare la nostra Resistenza e non celando qualche drammatico passo falso, pure in un contesto di coraggio e grandi virtù.
“Mani in alto”, Siro ha rivissuto mille volte la scena. L’appuntamento era al numero 5 di via San Luca, un vicolo in salita, a Genova. In una stanza al secondo piano si sarebbe dovuta tenere una riunione clandestina che non si è mai svolta. Quattro uomini erano entrati nell’androne, avevano imboccano la prima rampa di scale. Partigiani, tre dei quali ufficiali delle forze armate regie, incolpevolmente sbandate all’armistizio dell’8 settembre 1943. Uno era il capitano Alberto Li Gobbi, trentenne. Un altro il tenente Edgardo Sogno, minore di un anno. Poi il guardiamarina Campanelli, appena più giovane, e Aldo, fratello del capitano Li Gobbi, ventiseienne, militare di leva, radiotelegrafista. Dovevano incontrare il prof. Balduzzi, medico, docente universitario e anche capo di un’organizzazione segreta partigiana, in contatto con gli Alleati per lanci aerei notturni di armi e viveri per la Resistenza.
All’improvviso, un tale sopraggiunto alle spalle li aveva superati di slancio e si era bloccato sul primo pianerottolo, puntando una pistola. Un agente fascista in borghese. Il dito sul grilletto era pronto a fare fuoco. Qualcun altro era salito silenziosamente. Si teneva un po’ discosto. Era Siro, nome di copertura, sottotenente dell’Esercito e partigiano. Doveva partecipare alla riunione clandestina, anzi l’aveva sollecitata. Non si capisce se sia complice dell’uomo con la pistola o venga tenuto anche lui sotto la minaccia dell’arma.
L’ottimo Garuti precisa che risponde alla verità quanto da lui riportato su Alberto Li Gobbi, durante e dopo la guerra. Sono veri anche tutti i personaggi citati nel romanzo con la propria identità. Solo di Siro e Campanelli, per questioni di opportunità, ha preferito riportare i nomi di battaglia scelti dai due come copertura nella Resistenza. I fatti raccontati che li riguardano, soprattutto quelli relativi all’arresto e al comportamento nella Casa dello Studente, sono rigorosamente veri, come risultano da diversi documenti ufficiali. Autentici anche gli incontri tra Li Gobbi e Siro nel 1960 e alla Brigata Paracadutisti. Frutto della libera interpretazione e della fantasia dell’autore risultano esclusivamente gli aspetti relativi alla giovinezza e alla vita personale e familiare di Siro, per non renderlo facilmente individuabile, oltre che per motivazioni narrative.
Una prova della grandezza di Alberto? Diceva ai sottoposti che nessuno sa cosa significhi la tortura e può essere sicuro di reggere. “Siamo tutti eroi e nessuno lo è”. Sono le circostanze a fare gli uomini vili o coraggiosi, è uno scatto misterioso, che viene dal fondo di ognuno. Poi c’è il caso, a pilotare gli eventi.
Per non sbagliare, diciamo che siamo uomini, tutti potenzialmente eroi, tutti potenzialmente vili.
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