Oreste inseguito dalle Erinni ("Il rimorso di Oreste", opera di William-Adolphe Bouguereau, 1862)
Siamo nella morsa feroce del caldo di luglio, e perciò vengono alla mente metafore legate all’inferno cristiano e dantesco. Ci si immagina diavoli che con il forcone stuzzicano le parti posteriori dei dannati; l’inferno è un ambiente caldo e soffocante, come una cucina di casa o di un ristorante, o come una qualsiasi città europea nel 2026.
Non entro nel merito sulla questione teologica: l’inferno è certamente diverso da queste rappresentazioni popolareggianti. Delle volte, però, mi chiedo come la religione pagana, specie quella greco-romana, immaginasse l’oltretomba.
L’oltretomba nel mondo greco-romano
Per il mondo greco, e in parte anche romano (ma non coincidono completamente), l’oltretomba era un luogo cupo, scuro, senza sole (retaggio fortemente indoeuropeo), non legato all’idea di colpa e di responsabilità. E non poteva esserlo, dal momento che gli dei erano creature come gli uomini, più potenti e immortali forse, ma immanenti alla natura dalla quale provenivano.
Qualche luogo che era legato ai morti però esisteva, come, ad esempio, l’Averno (legato a un luogo veramente esistente, come il lago d’Averno presso Pozzuoli) descritto da Virgilio nel VI libro dell’Eneide. Era un posto terribile, umido, buio e freddo, in cui vagavano senza meta le anime dei morti, sia buoni che cattivi, senza speranza per l’eternità.
Giunone e le Furie: il mito raccontato da Ovidio
Questo concetto viene ripreso da Ovidio, che nel IV libro delle Metamorfosi ci dona un’efficace descrizione dell’Oltretomba che ci attende, inserendo una storia con protagonista una dea: Giunone.
La regina dell’Olimpo, adirata per la grandezza e il seguito del culto dionisiaco e per il doloroso tradimento di Zeus con Semele, da cui nasce Dioniso, fa impazzire la sorella della stessa, Ino, e suo marito, il re Artamante. Ma come? Neppure la regina degli dei poteva agire da sola, in quanto in tutte le religioni politeiste ogni dio aveva la sua specializzazione, e nessun altro poteva interferire. Era cercò l’alleanza di Plutone e degli dei degli inferi, che vivevano in un luogo cupo, freddo, privo di speranza, talmente squallido che faceva venire i brividi a tutti, persino alle divinità. La signora dell’Olimpo si rivolge a delle dee minori (probabilmente legate a un culto pregreco), le Furie, che vendicavano l’omicidio dei parenti e la mancanza di rispetto verso gli dei o contro l’orgoglio umano. Fisicamente rappresentavano l’antitesi della bellezza ideale; erano donne spaventose, con serpenti al posto dei capelli, ali di pipistrello (animale nefasto per i greci) e armate di frusta, che scagliavano contro gli uomini "peccatori".
Ovidio descrive la reazione timorosa e disgustata di Giunone quando vede le punizioni che nell’Averno sono inflitte a chi viola il patto con gli dei: Sisifo che continua a portare sulle spalle un sasso che non riuscirà mai a togliersi; Tantalo, torturato da una sete inestinguibile; Prometeo, con il fegato divorato da un’aquila, e altri personaggi. Era è turbata fortemente tanto che le Furie stesse, accorgendosi dell’incongrua presenza di una dea dell’Olimpo in un luogo così brutto, pregano la dea di andarsene finché è in tempo, ma Era è giunta con lo scopo di far impazzire la parentela di Semele e ci riesce. Ottenuto ciò, ritorna sull’Olimpo, dove si lava più volte per togliersi l’odore di morte. Vivi e morti devono essere distinti.
Le Furie agiscono contro Atamante, il marito di Ino, sorella di Semele, facendogli uccidere i figli: è la vendetta contro Dioniso.
Le Furie portano con loro la Paura, il Lutto, l’Orrore, emozioni personificate, contrapponendosi alla compostezza (errata) del mondo greco. Questo è il lato oscuro di una civiltà nata nel Sole e paurosa di fronte al mistero della notte oscura: la vita contro la morte, il buio contro la luce, elementi della mitologia indoeuropea, non solamente greca.
L’Averno, concludendo, è il luogo che ci accoglierà tutti, ma che fa paura se si considera la vita in termini naturalistici. Non si risorge. L’Averno è dentro di noi e le Furie si divertono a tormentare chi non accetta i limiti della natura umana. Eccola, una grande lezione di umiltà.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: L’Averno e le Furie: gli inferi del mondo greco-romano
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