Valentina Tramutola è nata a Milano, ma ha vissuto per otto anni ad Arezzo. Oltre che poeta, Valentina è una storyteller e si occupa di progettazione culturale.
La sua silloge d’esordio è Stelle di neutroni, per la casa editrice Divergenze, diretta da Fabio Ivan Pigola. Abbiamo fatto qualche domanda all’autrice.
- Perché la silloge ha come titolo “Stelle di neutroni”? Ne hai parlato con l’editore o ha scelto lui?
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Il titolo l’ho scelto io, anche se originariamente era al singolare: Stella di Neutroni. La redazione mi ha consigliata di pluralizzare la questione. Empatia? Moltiplicazione? O forse identificazione numerica con il novero delle poesie comprese nel libro? Può essere. Alla fine, ho convenuto con l’idea numerica delle deflagrazioni e siamo andati di plurale.
Ma io, nel mio singolare, onestamente comprendevo solo quel che succedeva a me, e pure con fatica. E invece questo libro mi sta insegnando a mettere meravigliosamente in comune. Quindi, anche in questo, il plurale era la strada giusta. Stelle di Neutroni si chiama così perché una stella di neutroni è l’ultmo stadio prima della morte di una stella, sono gli oggetti più densi dell’universo esclusi i buchi neri. Sono un luogo/non luogo in cui si addensa la fine con una concretezza da cui non puoi scappare. Anche perché dopo questo stadio evolutivo la gravità prende il sopravvento e si forma un buco nero. Non lo so... cosa c’è di più potente e poetico di ’sta cosa, anche a leggerla così, di corsa, come l’ho scritta io? Mi hanno fatto un grande favore a esistere nell’universo, le stelle di neutroni!
- Tra illustrazioni molto belle, saggio e introduzione, sembra ci sia il lavoro di un team dietro al libro fino alla pubblicazione. Poi ce la farai da sola o ti piace lavorare in gruppo?
Non so cosa intendi con "poi ce la farai da sola". A me sembra già di aver fatto il giro dell’universo tre o quattro volte ad aver pubblicato questo libro. Il mio grandissimo sforzo iniziale è stato trovare il coraggio di far leggere quello che avevo scritto all’editore, per chiedergli un parere.
Il saggio, l’introduzione e le illustrazioni sono idee dell’editore che si è adottato la silloge come una figlia. Il team di Divergenze ha reso tutto questo possibile perché è fatto di persone che sanno fare il proprio lavoro con destrezza, fantasia e soprattutto un sistema valoriale da applausi. A me piace molto lavorare in gruppo, ma per scrivere devo stare al mio ritmo.
- Perché scrivi poesie? Necessità, noia, egocentrismo? Peraltro sono di una tale intensità e urgenza...
Io non scrivo poesie in maniera regolare. Mi è capitato di farlo e, nel caso di Stelle di Neutroni, mi è capitato di farlo per sei mesi continuativi. Nella raccolta ce ne sono anche alcune (pochissime) che risalgono a diversi anni fa. Ma in generale, sono una persona di prosa, non di poesia. Non so che dire sul perché l’ho fatto e soprattutto non so se mai più risuccederà che io scriva altre sillogi poetiche...
- Che scolara sei stata? Pure tu, come me, eri fissata con Giacomo Leopardi o leggevi (o leggi) poesia contemporanea?
Ero brava a scuola, ma soprattutto ero una ragazzina molto vivace e con una fervida vita interiore. Invidio molto quella ragazzina. Ho sempre letto molta poesia, di tutti i tempi, senza distinzioni. Ho avuto di certo il periodo leopardiano: mi ricordo una mattina a scuola in preda a una sorta di sindrome di Stendhal davanti a Le Ricordanze. La poesia non mi è mai servita per leggere, ma proprio per vivere. Solo che questo lo capisco ora, che ho bisogno del doppio delle energie per costruire e mantenere quella fervida vita interiore che avevo allora praticamente "di natura". Ho amato totalmente Neruda, sono pazza di Borges, mi sono abbracciata a Virgilio, ho incontrato Anne Sexton ed Emily Dickinson, ho letto i poemi dei nativi americani (tra l’altro, uno di questi componimenti è stato messo in musica in maniera sublime da Branduardi), ho letto tutto Majakovskij nei miei anni universitari... insomma, sono andata dove la scrittura mi ha condotta. O meglio: dove mi ha chiamata.
- La cosa molto bella della tua silloge è che puoi leggerla in molte maniere. Sei arrabbiata col mondo ma sai sorridere della meschinità umana. È così o è solo una mia impressione?
Ma io spaccherei tutto di base. E dall’altra parte, magari lo sapessi fare davvero. Non sono abbastanza "politica", non sono abbastanza "relazionale", non sono abbastanza "democratica". So solo che la violenza sui deboli mi fa uscire di testa, che chi calpesta i diritti altrui per trarne vantaggio personale mi toglie il lume della ragione. Ma mica so come gestire questi sentimenti! So solo che bisogna resistere, non mollare, innalzare a vessillo la bellezza... e cercare di dormire la notte.
E in merito alla frase che apre questa domanda, cito Massimo Troisi ne Il Postino quando dice "la poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve".
- Credo sia la prima volta che faccio domande col tu. Sono un amante del lei, sempre, pure nel supermercato. Ma voi giovani come vivete?
Non so cosa ti abbiano detto di me, ma io non sono giovane. Sono nata sotto la presidenza Pertini, la sera della doppietta di Paolo Rossi alla Polonia. Non ho 20 anni, né 30. Sono dirimpettaia della perimenopausa e mi mancano una ventina di soffertissimi anni in un mondo del lavoro che sta fuori come un tegolo per dichiararmi pensionata. O meglio, autodichiararmi.
La mia giovinezza consiste nel fatto che non considero i giovani una categoria di alieni piovuti da un sistema solare a parte, ma volentieri lavoro e scambio opinioni con loro. Gli rubo pure qualche visione. Personalmente, vivo facendo. Progetti, idee, collaborazioni. Mia madre dice che devo rinunciare a qualcosa perché altrimenti non ce la faccio. Ha ragione, ma non sono ancora al punto di rottura. Forse non ci arriverò mai. Visto che poi mi basta vedere il mare per rimangiarmi la vita a sonore cucchiaiate.
- Sei la prima che leggo che mette in una manciata di versi pure il presidente Trump. Passerai a poesie politiche? Ti interessano i fatti del mondo?
Trump è un pazzo criminale, ma detta così pareva meno poetica. È di sicuro una tempesta maledetta sulla testa di tutti noi, lui come i suoi accoliti in giro per il mondo. Che siano stramaledetti. Ma quella poesia ha una storia sua, venuta fuori in un momento particolare, da uno "sgarbo personale" avuto dal buffone arancione.
La poesia è già politica. Leggere poesia è politica. Declamarla, portarla in giro, scriverla sui diari e sui muri è politica. Lo dico perché è la mia religione, e proprio perché sono nel mondo e nei suoi fatti. E con grandissima preoccupazione, schifo e senso di nausea, ma non di certo con rassegnazione.
- Ti spaventa il futuro? Vorrai dei figli? Ti piacerebbe entrare in politica?
Sì, mi spaventa il futuro. Ma le persone che sono interessate solo al proprio orticello perché "tanto non ci posso fare niente" mi spaventano di più. L’architettura del male si basa su gente così, no? Hannah Arendt ce lo ha spiegato, e non solo lei. Se la domanda sul volere dei figli è collegata alla domanda sulla paura del futuro, ti rispondo che secondo me le due andrebbero tenute slegate. L’umanità ha fatto figli durante le invasioni barbariche, la peste del 1347, la Seconda Guerra Mondiale e durante il periodo delle BR. Qualcosa significherà...
Entrare in politica? Facciamo già politica con le nostre scelte, a cui non dovremmo mai abdicare. A esporci, a parlare, a scrivere, a educare, a divulgare. Questa è la politica che posso fare io, quella che fa per me.
Recensione del libro
Stelle di neutroni
di Valentina Tramutola
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Valentina Tramutola, autrice di “Stelle di neutroni”
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