Quattro mesi in mare, un giro del mondo "fuori copione" senza il Canale di Suez, e una comunità galleggiante che diventa famiglia. Massimo Cannoletta trasforma il suo terzo viaggio intorno al mondo in un libro che sa di sale, ironia e umanità, intitolato Il giramondo. Da Zanzibar all’Islanda, passando per l’Amazzonia (TEA, 2025).
Dopo la recensione e in vista della sua partecipazione al festival di Pordenonelegge, abbiamo incontrato l’autore per parlare di porti, storie salvate dall’oblio e di quella Lecce che rimane sempre il punto da cui partire e a cui tornare.
L’intervista a Massimo Cannoletta
- Nel libro parti da Lecce e dalla Colonna di Sant’Oronzo: è davvero da lì che inizia ogni viaggio, da un punto fisso della propria terra?
Sempre. Tutti abbiamo un punto che ci serve per definire il lontano e il vicino, che consideriamo la pista di lancio quando partiamo e la base d’atterraggio quando torniamo. Per me è la terra in cui sono nato (e per il giro che racconto nel libro l’ho identificato col centro del centro di Lecce), per altri può essere la terra che li ha adottati e che sentono propria, dove avvertono di aver messo radici. Non riesco a immaginare il vuoto di chi è apolide, per scelta o più spesso per circostanze difficili, perché non riesco a immaginarmi come una nave che non ha un porto d’origine o, con un’espressione inglese ancora più precisa, un homeport.
- La rotta del tuo terzo giro del mondo non ha seguito il solito copione, senza il Canale di Suez. Ti ha dato la sensazione di scoprire un viaggio “nuovo” anche per te?
L’itinerario “di ripiego” ci ha portati a trascorrere più tempo in Namibia e a fare avanti e indietro dall’Oceano Atlantico all’Indiano per poi tornare nell’Atlantico. Anche una piccolissima variazione cambia tutto, cambia l’ordine in cui si scoprono le destinazioni e quindi lo sguardo su ognuna di esse, che muta in base a quello che si è scoperto nei giorni precedenti. Al giro che racconto nel libro è seguito un altro nel 2025, il quarto, ancora senza Suez.
- Alterni aneddoti storici, curiosità e vita quotidiana di bordo. È una scelta meditata o nasce giorno per giorno con il vento?
Volevo restituire al lettore il sapore unico della scoperta del mondo via mare. I grandi esploratori lo hanno raccontato con un senso di avventura, di ignoto e a volte di pericolo. Nessuno lo ha mai fatto dal punto di vista di una nave lussuosa dove in teatro c’è ogni sera uno spettacolo diverso e al ritorno dai giri di scoperta a terra trovi un cioccolatino sul cuscino (anche se io ho viaggiato per lavoro, non da vacanziero giromondista). Ho però limitato molto il racconto per fare in modo che non superasse le 300 pagine. Se avessi raccontato tutto quello che ho vissuto in quei quattro mesi, Il Giramondo avrebbe avuto la lunghezza della Recherche (senza possedere la nobiltà del capolavoro proustiano). Quando dunque si è trattato di operare dei tagli, ho preferito ridurre la vita di bordo per privilegiare le terre visitate. Solo per la vita di bordo sarebbe servita un’intera collana a volumi!
- A Tolone racconti la storia di Miquette. Come capisci che una piccola storia merita di essere salvata?
È una targa malridotta quella di Miquette, ma racconta molta più umanità di quelle pompose e roboanti che celebrano i sindaci della città; non a caso rivolgo uno sguardo di tenerezza verso quella della prostituta che sorrideva ai marinai e di sprezzo e derisione a quelle dei politici fanfaroni. Mi sono quasi commosso davanti a quella targa crepata, ho annusato nell’aria lo squallore del passato di quel quartiere di Tolone e quanto un semplice sorriso di Miquette avesse il potere di illuminarlo.
- Nei tuoi testi ti muovi tra ironia e contemplazione. Quanto è difficile mantenere questo equilibrio?
L’ironia e l’autoironia sono il mio linguaggio di ogni giorno. Quando sono arrabbiato o avvilito si tingono di sarcasmo, quando sono felice si stemperano in spensieratezza, ma mi viene spontaneo ridere o almeno sorridere di tutto. La contemplazione e la curiosità mi guidano, ma il linguaggio a me innato è quello dell’ironia, quindi è un equilibrio spontaneo e del tutto naturale.
- Fra tutti i porti, ce n’è stato uno “fuori copione” che ti ha sorpreso più di una meta famosa?
Non è un porto, non è un luogo né una meta, è stato il “fuori copione” più grande del viaggio, ma talmente grande che ha meritato un capitolo a sé: sono delle semplice coordinate, quelle del relitto del Titanic dove ci siamo trovati casualmente a passare proprio la notte dell’anniversario dell’affondamento. Quella notte sul balcone a fissare il nero del mare sarà difficile da dimenticare.
- I giorni di mare senza scalo sembrano pause sospese. Cosa insegnano quei vuoti al viaggiatore?
Sono spazi vuoti solo sulla griglia dell’itinerario, ma sono tutt’altro che vuoti, sono pienissimi. Pienissimi di attività (incluse quelle culturali che io organizzo), pienissimi di socialità (la fitta trama di relazioni e legami che si sfilacciano e poi si riallacciano vive e palpita soprattutto in quei giorni) e di meditazione ponderata, su quello che si è visto e su quello che si è in procinto di scoprire negli scali successivi.
- La comunità di bordo appare come un piccolo villaggio galleggiante. Cosa resta di quelle relazioni quando si torna a terra?
Molto, molto più di quanto si pensi. È una comunità che si rivede a terra e, soprattutto spesso si ritrova l’anno successivo. In fin dei conti si è trascorso quattro mesi insieme: non sono gli amici con i quali si scambiano i contatti dopo una settimana bianca, sono persone che hanno condiviso una fetta di vita.
- Il tuo libro non è una guida, ma invoglia a partire. Che consiglio daresti a chi sogna un giro del mondo in nave?
Di partire senza alcun preconcetto e senza alcuna aspettativa. Le variabili in gioco sono troppe per poter prevedere che esperienza sarà. Io ne ho fatti quattro finora e ognuno si è rivelato molto, molto diverso da quello che mi aspettassi, quasi sempre in meglio, talvolta no. Parafrasando Forrest Gump: “Un giro del mondo è come una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita!”
- Concludi dicendo che “il viaggio non finisce quando torni, ma quando smetti di raccontarlo”. C’è un episodio che non hai ancora raccontato e che custodisci come ricordo personale?
Soprattutto i legami intrecciati a bordo. Osservo con la curiosità dell’antropologo le varie tipologie di viaggiatori e i tipi psicologici che si ritrovano a condividere gli spazi di una nave per 120 giorni, a volte interagendo io stesso col fine di suscitare reazioni o portare a termine dei piccoli innocenti esperimenti sociali. Per raccontare questo groviglio di interazioni servirebbe un libro a parte. Il titolo potrebbe essere I Giromondisti. Il ricavato servirebbe probabilmente a pagare una squadra di avvocati!
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Massimo Cannoletta, in libreria con “Il giramondo”
Naviga per parole chiave
Cultura TEA News Libri Ti presento i miei... libri Letteratura di viaggio Massimo Cannoletta
Lascia il tuo commento