Maria Grazia Casagrande si è laureata a Torino in Lingue e Letterature straniere. Ha lavorato sia in ambito scolastico che per aziende private, coltivando al contempo la passione per la scrittura. Nel 2005 ha pubblicato con l’Harmattan Italia Editore una raccolta di poesie intitolata Le ginocchia sbucciate; con questa raccolta ha creato un reading poetico-musicale che ha portato nelle scuole, nelle biblioteche e nelle piazze della città.
Negli anni a seguire ha partecipato a svariate raccolte di racconti, fra cui: Il mio mare (La Mandragora edizioni, 2006); Quando io ero piccolo (llmiolibro.it, 2010); Lei se ne va. Racconti del disagio mentale (Lupo editore, 2014); Storie di mare e di orizzonti. Gli scrittori della porta accanto (Pub.me Editore, 2020).
Inoltre ha partecipato alla stesura di un saggio riguardante la figura di Antonia Pozzi: Chi mi parla non sa che io ho vissuto un’altra vita. La singolare generazione (L’Arcolaio editore, 2018). Da poco Gondour Editore ha pubblicato Il mondo di sotto.
L’intervista a Maria Grazia Casagrande
- Perché ha sentito il bisogno di scrivere diciotto racconti ambientati a Torino? Si è sentita più sicura nella città dove vive?
Più che altro direi che ho sentito il bisogno di scrivere dei racconti, che poi siano ambientati a Torino è dovuto al fatto che vivo in questa città in cui mi muovo grazie ai mezzi pubblici. Io credo che tram, pullman, metropolitane siano a tutti gli effetti un sorta di agorà in movimento in cui persone sconosciute fra loro casualmente si ritrovano a condividere piccoli spazi per percorsi più o meno lunghi, nei quali inevitabilmente si raccontano, anche quando stanno in assoluto silenzio.
Sono sempre stata molto interessata alle persone, a come si muovono negli spazi e interagiscono fra loro, mi piace ascoltare le molte inflessioni dialettali e ogni volta mi sorprende la facilità con cui da una semplice domanda nasca una conversazione, la condivisione di una piccola parte della propria esistenza con un perfetto sconosciuto. Un segno evidente di come noi tutti si abbia necessità di contatti umani e permanga il piacere di parlare, confrontarsi, confortarsi a vicenda.
La sicurezza nelle grandi città è sicuramente un tema molto dibattuto sul quale molti fanno leva. Sicuramente la forte ondata migratoria, che dal Sud si era riversata a Torino negli anni Cinquanta, aveva costretto la città ad adattarsi a nuovi ritmi, accenti, comportamenti, persino cibo, oltre alla necessità di fare spazio a chi chiedeva un posto per dormire, per sopravvivere. Perché se è vero che la Fiat aveva di fatto assicurato il lavoro a una moltitudine di persone giunte da zone povere del Sud Italia, era anche vero che forse non aveva fatto bene i conti riguardo al numero di case necessarie ad accoglierle. E la successiva creazione di interi quartieri in cui ammassare quei nuclei famigliari aveva creato a sua volta una sorta di ghetto, di mondo parallelo in cui si era facilmente insediato il seme della violenza, della discriminazione, del “noi contro loro”. Ricordo molto bene i vergognosi cartelli esposti fuori dalle case, su cui era scritto a grandi caratteri “Non si affitta ai meridionali!” Perché ciò che non si conosce fa sempre paura, una paura che fa comodo a chi vuole coltivare l’odio. Una situazione che si è ripresentata quando in questi ultimi decenni i meridionali sono stati soppiantati, più o meno negli stessi quartieri, da marocchini, nigeriani, rumeni, cinesi e peruviani, allargando sempre di più la forbice della povertà e incrementando la criminalità legata allo spaccio.
Dunque posso tranquillamente affermare di non aver certo privilegiato un setting legato a Torino solo per sentirmi più a mio agio, quanto piuttosto d’aver preferito ambientare i miei racconti nei luoghi in cui li ho effettivamente vissuti, in quanto appartenenti al mio tessuto urbano.
La copertina, molto suggestiva, le è stata proposta dalla casa editrice o è stata una idea comune?
La copertina è il risultato di una gestazione molto particolare. Fin da subito ho avuto l’idea di portare in prima pagina l’immagine del tram in quanto effettivo contenitore delle mie storie. Ho privilegiato il tram, a discapito del pullman, perché ha sempre rappresentato il mezzo di trasporto pubblico di riferimento della mia famiglia, e perché quel suo sferragliare lungo le rotaie ha accompagnato la mia esistenza, visto che vivo lungo un corso quotidianamente attraversato proprio dal tram, da quel tram.
E dunque ho iniziato a fare delle foto in vari momenti della giornata ricavandone parecchi scatti, ma nessuna immagine in particolare mi entusiasmava davvero. Finché una mattina, svegliandomi particolarmente presto, penso non fossero neanche le cinque, ho pensato che quello fosse proprio il momento adatto per immortalare il passaggio del primo tram. Quindi sono uscita e ho fatto un po’ di scatti. Purtroppo dispongo solo di un telefonino anziché di una macchina fotografica professionale, e dunque in tutte le foto c’era quel senso di movimento del tram, una specie di straschichio.
Ho girato le foto all’editore, che le ha apprezzate, e dopo averne scelta una che riteneva migliore delle altre, a mia insaputa ha pensato di creare un effetto specchio che desse anche un senso compiuto al titolo della raccolta Il mondo di sotto. E quando mi ha presentato il libro con quella copertina, è stata per me una piacevolissima sorpresa, perché era proprio la copertina adatta ai miei racconti. Dunque posso dire che la copertina, in sé, sia davvero stata il prodotto di un lavoro di équipe.
- La sua scrittura ha già un suo stile, eppure si parla di un libro d’esordio. È stato difficile trovare chi la pubblicasse?
Il mondo dell’editoria è da tempo notoriamente in crisi. Da un lato ci sono persone sempre meno disposte a leggere in quanto schiave di esistenze frettolose, cadenzate da altre priorità, tanto che al massimo si concedono una scrollata sul telefonino o la lettura di poche righe riassuntive riguardo a qualsiasi argomento. Fortunatamente ce ne sono molte altre che invece amano la lettura e dedicano parte del loro tempo a leggere sia libri che giornali. Ma di fatto le statistiche riportano come la percentuale della persone che scrivono sia quasi più alta rispetto a quelle che leggono, e questa è l’esatta fotografia della nostra società consumistica, dedita al mordi e fuggi, poco disposta a prendersi del tempo per leggere e rischiare magari di imparare qualcosa di nuovo o di conoscere altri mondi, ma piuttosto incline a scrivere di sé per mettersi quei cinque minuti in vetrina.
Personalmente ho sempre tenuto un “diario di bordo” in cui poter dare sfogo alle mie frustrazioni adolescenziali e raccontare gli alti e bassi delle mie giornate, in grazia di una situazione familiare molto particolare in cui la figura paterna era mancata prematuramente e la presenza della disabilità fisica e mentale di mio fratello creava delle necessità che erano sempre prioritarie. Mia madre era una buona lettrice e dunque mi ha insegnato, più con l’esempio che con le parole, quanto fosse importante leggere. Ricordo che il primo libro che ho letto è stato Il naso di Gogol, la cui lettura ha aperto il mio sguardo verso il mondo del fantastico, facendomi capire come fosse possibile raccontare anche fatti totalmente irrazionali, rendendoli comunque credibili.
Il tempo e le molte letture hanno contribuito a levigare la mia scrittura, portandomi a mettere di lato la forma diaristica per dedicarmi alla poesia, che non ho mai abbandonato e che mi ha portato a pubblicare nel 2005 la raccolta Le ginocchia sbucciate (L’Harmattan Italia editore).
Lungo il mio percorso ho avuto la fortuna di incontrare una persona meravigliosa quale era Matteo Mario Vecchio, dottore di ricerca in Italianistica presso l’Università di Firenze e prematuramente scomparso, grande appassionato della poesia di Antonia Pozzi cui ha dedicato innumerevoli saggio. Vecchio si era detto particolarmente colpito dalla lettura delle mie poesie, e dopo avermi confidato di avervi intravvisto quello stesso acerbo riverbero della poesia di Antonia Pozzi, mi aveva chiesto di partecipare alla stesura di un saggio sulla figura della poetessa, in cui avrei dovuto impegnarmi a creare dei paralleli fra le mie poesie e le sue; è molto facile immaginare il mio terrore solo a sentire quella proposta, dalla cui collaborazione a più mani è però nato il saggio Chi mi parla non sa che io ho vissuto un’altra vita. Antonia Pozzi e la singolare generazione (L’Arcolaio Editore). Una splendida esperienza che mi ha regalato ulteriore consapevolezza riguardo alla mia scrittura.
In questi ultimi anni mi sono avvicinata alla prosa narrativa, e passando attraverso svariati tentativi ho portato avanti un lungo lavoro che mi ha permesso di scrivere, cancellare, riscrivere, eliminare, smussare; ma nel momento in cui mi sono proposta al mondo editoriale, è stato tutto un chiudersi di porte, un non pervenuto, al massimo un non siamo interessati. Una risposta unanime che se da un lato deludeva totalmente le mie aspettative, per altri versi mi spronava a una feroce autocritica che ha rimesso tutto in discussione costringendomi a correggere il tiro, aggiungere spessore, rivedere personaggi e situazioni. Tutto un lavorio che non ha ancora visto la parola fine. Nel frattempo mi sono dedicata alla stesura di questa raccolta che mi stava molto a cuore e che è stata favorevolmente accolta dall’Editore Gondour in quanto portatrice di storie vere. “C’è una voce forte e molto riconoscibile che percorre tutto il racconto”, ha detto l’editore dopo una prima lettura. E questo suo responso mi ha confortata e spinta a proseguire in quella direzione. Dunque ritengo non siano così importanti le definizioni, quanto riuscire a raggiungere il cuore del lettore.
- I suoi racconti hanno come personaggi principali persone dignitose che hanno problemi ad arrivare a fine mese. Questo neorealismo le si attaglia alla perfezione. Perché questa scelta?
La scelta di raccontare le esistenze di persone che, nonostante le problematiche, conducono un’esistenza dignitosa non è stata tanto una scelta quanto una necessità. Dico questo riallacciandomi al discorso fatto prima e in particolar modo ad alcune parole su citate, e cioè “in grazia di una situazione famigliare...”. Ho scelto questa definizione di “grazia” proprio perché la situazione famigliare così complessa che ho vissuto durante l’infanzia e l’adolescenza mi ha permesso di sviluppare una sensibilità che non avrei potuto raggiungere se avessi condotto un’esistenza diversa, diciamo più agevole.
Dunque mi è stato facile disegnare personaggi appartenenti a un neorealismo di ritorno, raccontare le loro esistenze travagliate, il loro essere ultimi come I miserabili di Victor Hugo o I vinti di Giovanni Verga. Conoscevo alla perfezione quelle esistenze, avendone masticato le parole, gli atteggiamenti, le delusioni cocenti, oltre che subito le incomprensioni dei compagni di scuola che non capivano le mie chiusure e quel mio essere così ombrosa. E ora, osservando allo specchio le cicatrici che ancora percorrono il mio viso, mi sorprendo a considerare d’aver avuto l’opportunità di vivere una vita vera - oltre a ringraziare mio fratello per avermi fatto scoprire l’esistenza di altri mondi, popolati da persone considerate diverse solo da chi si ferma alla visione della corazza esterna.
- Saprebbe scrivere di una Torino altoborghese, di gente ricca e gaudente, o si sentirebbe non autentica?
Penso che uno scrittore che voglia davvero considerarsi tale debba essere in grado di raccontare storie ambientate in qualsiasi scenario. L’importante è che risultino autentiche allo sguardo attento del lettore. Nel momento in cui un fatto preme per essere raccontato, credo sia indispensabile calarsi in quel mondo che chiede di essere scritto, frequentando le persone che ne fanno parte e respirando quell’ecosistema, esattamente come un attore che dovendo interpretare un personaggio totalmente distante dal suo modo d’essere si cali così tanto in quel ruolo da diventare a tutti gli effetti quel personaggio. Ci si sente autentici solo se si crede veramente in ciò che ci si accinge a scrivere, perché in quel momento urge mettere nero su bianco quella storia.
Inoltre credo fermamente che in tutto quel che si scrive, sia che riguardi un mondo ricco e gaudente piuttosto che un universo oppresso dal disagio, emerga sempre e comunque un lato autobiografico che funge da ago della bilancia. Perché tutto ciò che ha profondamente definito e influenzato le nostre esistenze è destinato a divenire un sigillo, la cui voce, nostro malgrado, affiora qua e là nei personaggi che andremo a descrivere.
- Le persone "povere e semplici" prendono il tram. Questo mezzo di trasporto lo prendono soprattutto le donne o è una mia impressione?
Mi spiace, ma non sono assolutamente d’accordo con questa affermazione. Non credo siano solo le persone povere e semplici a fare uso del tram, né tantomeno che la presenza femminile superi quella maschile. Frequento i mezzi pubblici da sempre, come ho più volte ripetuto, e posso tranquillamente affermare come sui tram transitino frotte di studenti di ogni sesso ed età, donne manager così come casalinghe, nonni con i nipotini, pensionati così come professori universitari o impiegati di banca. Lo spartiacque non è tanto la professione né tantomeno il sesso di appartenenza, quanto piuttosto l’avere oppure no un’automobile propria, o semplicemente l’aver coltivato il piacere di usare i mezzi pubblici. Il ché ad alcuni potrebbe sembrare un paradosso, ma per quel che mi riguarda non è così.
A parte alcune esperienze poco piacevoli in orari di punta – tutti noi d’altronde abbiamo sperimentato almeno una volta nella vita momenti di disagio non solo su tram e pullman, ma anche su treni, aerei o navi – personalmente trovo molto piacevole salire a bordo di un tram ed essere portata a destinazione senza dover impazzire a cercare, oltre che pagare, parcheggio; subire gli insulti del dementi di turno che strombazzano a ogni piè pari o restare incastrati nell’ennesimo ingorgo.
Se proprio devo trasportare dei bagagli pesanti mi faccio ovviamente prestare l’auto, uso un Car sharing o nella peggiore delle ipotesi prendo un taxi. Ma per tutte le altre situazioni il mio riferimento resta sempre il tram; un mezzo che peraltro mi ha permesso di incontrare le persone più disparate, venendo a conoscenza di storie che mi hanno profondamente colpita e che ho avuto piacere di condividere con chi vorrà leggermi.
- Nel più straziante dei racconti c’è la figura di un uomo chiuso in una clinica psichiatrica. Si è informata?
Più che essermi informata al riguardo, direi che quella situazione l’ho vissuta in prima persona perché quell’uomo lo conoscevo bene, e dunque ho voluto raccontare la situazione vergognosa che si era venuta a creare nei confronti di questa persona resa praticamente catatonica a causa di un eccesso di farmaci, dati in modo estremamente superficiale da alcuni elementi di riferimento di quella sventurata Comunità.
Perché chi non ha avuto esperienze dirette riguardanti persone affette da disabilità cognitiva più o meno grave, non può ovviamente conoscere le dinamiche della vita di una Comunità, gli operatori che ci lavorano e tutta l’organizzazione che ruota attorno a quel particolarissimo universo, e non può certo immaginare quanto sia alto il grado di responsabilità, impegno, evoluzione atto a poter assicurare agli ospiti un costante benessere, anche e soprattutto in quei momenti in cui quell’ordine, così faticosamente raggiunto, rischia di esser messo a repentaglio dal caos creato da qualche incosciente.
E dunque a quell’uomo di cui sopra, ai suoi compagni di sventura che hanno saputo affrontare anche un periodo molto complesso quale è stato per esempio il Covid, con grande dignità, elasticità e disposizione d’animo, oltre che agli operatori che se ne sono occupati in quel frangente, va il mio affetto e tutta la mia ammirazione.
- Lei è credente o meno? Cosa pensa delle donne che vivono con mariti violenti senza denunciarli? Ha paura della morte?
Mi sento di poter affermare d’essere una persona abbastanza spirituale, una predisposizione forse maturata grazie alle problematiche famigliari che mi ha portata nel tempo a domandarmi come mi sarei sentita se avessi dovuto vivere la stessa dolorosa esperienza della persona che avevo di fronte e chi avrei voluto eventualmente avere al mio fianco per potermi sostenere. Perché penso che nulla sia più illuminante che mettersi nei panni degli altri, piuttosto che giudicare. Credo che la spiritualità, la sacralità sia davvero parte di noi, nonostante i nostri goffi tentativi per ignorarla e tenere a bada la paura della morte, quando invece dovremmo aver maggior timore di una vita eterna. Penso sia necessario venire a patti con noi stessi, dimenticare l’astio, smettere di rimuginare sul passato ma usare lo spazio-tempo a nostra disposizione per investire sul futuro e quindi passare ad altri il nostro testimone.
Per quel che riguarda invece l’argomento della violenza domestica, penso sarebbero necessarie svariate decine di pagine per poterlo sviluppare al meglio... Di certo è un tema che, a mio modo di vedere, dovrebbe essere affrontato già nell’ambito della scuola dell’infanzia, perché è in quella fascia di età che si può ancora intervenire a smussare certi atteggiamenti sovente assorbiti dall’ambiente in cui si vive. La collaborazione scuola-famiglia mi sembra sempre vincente, nel momento in cui questo è possibile in quanto non avvelenato da barriere tanto invisibili quanto inestirpabili.
Io credo fermamente nel potere altamente terapeutico del teatro, in quanto nulla è più di aiuto alla comprensione delle complessità di certe situazioni quanto mettersi letteralmente nei panni degli altri; e il teatro è in assoluto il deus ex machina che può farsi tramite proprio per venire incontro a questo percorso di indentificazione nel prossimo. A mio modesto avviso inserirei il teatro nelle materie scolastiche obbligatorie, definendolo come un potente strumento di conoscenza e consapevolezza. Tutto il resto, io credo, verrà da sé.
Recensione del libro
Il mondo di sotto
di Maria Grazia Casagrande
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Maria Grazia Casagrande, autrice di “Il mondo di sotto”
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