Cosa c’è di più necessario di un racconto per ingannare l’attesa di un domani che ci mette in ansia?
Nulla, soprattutto se a raccogliere la sfida di raccontare la propria vita a un compagno di cella è una donna non più giovane, monaca carmelitana di clausura da due anni che, all’improvviso e senza alcuna accusa o spiegazione, viene cinta di catena, sferzata e condotta in una famosa prigione della Inquisizione Spagnola. La donna è Joanna De Austa, vissuta in Sicilia tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, la prigione è il famoso Carcere dei Penitenziati, nel Palazzo Chiaramonte-Steri, sito in Piazza Marina a Palermo che – da dimora di sovrani aragonesi e viceré di Sicilia – divenne sede del Tribunale Inquisizione spagnola tra il 1600 e 1782.
La donna è protagonista dell’ultimo romanzo di Simona Lo Iacono intitolato Joanna degli incanti, edito da Guanda nel 2026.
“Joanna degli incanti”: trama del romanzo
«Raccontami di te» hai poi bisbigliato senza dirmi il tuo nome. E hai aggiunto: «Una buona storia svia la solitudine e inganna la morte».
Certo, ti ho risposto mentre dalla botola posta sul tetto passava una fetta di luce. Ma ti avverto, dovrai avere molta pazienza, non ti celerò nulla e non avrò ricordi infedeli.
Siediti accanto a me.
Ascolta.
Così muove i primi passi l’ultimo romanzo di Simona Lo Iacono, che ci trasporta progressivamente nell’affascinante storia della protagonista, con sapiente uso dell’alternanza: tra il presente, vissuto dai due personaggi nella cella reso con il carattere corsivo, e il passato di Joanna, con il tondo. L’ottima padronanza della tecnica di costruzione a incastro fa crescere progressivamente la tensione emotiva di chi legge.
Joanna, quando suona il vespero, narra la sua vita fin dalla nascita nel 1580 e ci fa immergere nei suoi ricordi. Sua madre, Algisa, aveva resistito solo una settimana a Pedro, quel giovane e affascinante sognatore, innamorato del mare e della navigazione; l’aveva sposato contro la volontà dei suoi e quel girovago mai sazio di conoscere nuove terre era morto accidentalmente per un colpo di archibugio caricato al contrario da un mozzo, prima di tornare e vedere la figlia appena nata.
Quel padre mai conosciuto Joanna, fin da piccola comincerà a cercarlo, soprattutto nei semi:
lo zio Vescovo mi indicava i filari di noccioli, frassini, ulivi. Non erano alberi, diceva. Ma semi ingigantiti dall’acqua, che si erano fatti spazio tra le zolle. Piccolissimi solo in apparenza, contenevano l’universo. Per questo, se volevo trovare i morti dovevo cercarli là dove c’era tutto. Nel seme.
E Joanna comincerà a raccogliere semi, a tenerli in piccole sacche, a imparare a conoscerli, a osservare e memorizzare le loro forme, a interpretarne la simbologia e a seminarli. La prima volta lo fa di notte, fa tutto da sola, fino a quando arriverà in casa Antonia, che le farà da governante e da istitutrice per un periodo.
Per Joanna conoscere Nucidda, la figlia di Antonia, poco più grande di lei e scoprire che la ragazza è cieca costituirà la prima svolta di una vita ricca, intensa, carica di un pressante e inesausto desiderio di pienezza. Joanna scoprirà la bellezza dell’amicizia:
In effetti, ci mescolavamo in tutto, io prendevo le sue mani, lei i miei occhi, ci sentivamo liberate da una solitudine indomabile, antica, che non ci eravamo accorte di provare fino a che non ci eravamo riunite.
Joanna e Nucidda nelle loro escursioni notturne pianteranno semi e troveranno i loro spazi di libertà, incontreranno, cureranno e riusciranno a far volare un falchetto cieco. Da qui in poi, la cecità diverrà uno dei paradigmi interpretativi del romanzo, insieme alla metafora della vita che nasce dai semi:
Giorno dopo giorno, cominciai a capire che esisteva un altro modo di vedere, che non stava nello sguardo.
Come i morti potevano rinascere inaspettatamente dai semi, così i ciechi potevano vedere con altre parti del corpo. E mi fu chiaro anche che questa regola si ripeteva tra gli uomini come tra le piante e gli animali, perché la natura non toglieva nulla senza restituire in altra maniera […] Il creato non subiva mai la distruzione ma la rinnovava in altro modo. La cenere in concime. Il fulmine in fuoco. La neve in acqua.
Nulla era soltanto una cosa, tutto era già la sua resurrezione.
Innesti, potatura, semina: le tappe di un’esistenza straordinaria
La bellezza del romanzo sta nello straordinario incanto con il quale ogni evento della vita di Joanna è parte del desiderio di aprirsi al mistero dell’esistenza, alla sua straordinaria e affascinante e multiforme varietà di espressione. Si alterneranno perdite e ritorni, attese e nuove scoperte; dopo la semina ci sarà il tempo del raccolto, poi quello della potatura e dell’innesto e ogni passaggio, ogni tappa successiva sarà la conferma che l’educazione impartitale dallo zio Vescovo vecchio antidogmatico e saggio l’aveva resa se stessa:
nel modo più audace, insegnandomi a cercare una sola strada: la mia voce. E mi aveva istruita a fare ciò che facevano i semi e Nucidda.
Sfidare la fine.
Vedere nel buio.
Senza entrare nei dettagli della trama (ricchissima di eventi e di spettacolari capovolgimenti), personaggi, situazioni, giorni, mesi e anni passeranno e Joanna affronterà tutto con grande forza e determinazione, arrivando a ricoprire un ruolo direttivo, allora inimmaginabile per una donna, in un piccolo opificio che trasformerà prima in cartiera, poi in tipografia.
Originale la risposta al perché gli uomini scrivono libri:
Lo zio Vescovo mi diceva sempre che senza i segni dimenticheremmo che siamo essere leggibili.
E invece, per questo scriviamo libri.
Ineguagliabile la bellezza del primo libro stampato nella tipografia, Don Chisciotte della Mancia, del quale viene giustamente rilevata la carica liberatoria e data una lettura che è un inno alla fantasmagorica e affascinante bellezza dei libri e della vita e alla limitatezza e alla fragilità umana:
Era un libro che ci dava speranza. Ci faceva credere nei sogni.
Se, infatti, persino un ronzino poteva ambire a trasformarsi in un destriero, forse anche noi, con le piaghe della cecità, della vedovanza, delle violenze passate, potevano credere nei nostri vuoti. Nei nostri crateri.
Perciò, sì è vero, hai ragione. Don Chisciotte celebrava i fallimenti, le disfatte, le rese ingloriose. Scambiava i mulini a vento per giganti con le braccia rotanti, i burattini per demoni, le gregi di pecore per eserciti arabi.
Era sprovveduto.
Teneva la lancia nella rastrelliera, amava una contadina credendola una dama.
Ma niente come quel libro ci fa credere che anche noi eravamo creati dalla carta, dalle parole che in essa si muovevano, dagli artifici, dalla bellezza, dalla potenza e, soprattutto, dall’impotenza.
Il racconto dei giorni di Joanna andrà avanti suscitando sempre maggiore interesse nel muto interlocutore che mostrerà a gesti, più che con le parole, la sua crescente empatia e vicinanza a Joanna e solo alla fine, slacciando il saio e il cappuccio che ne occultava le fattezze, rivelerà la sua identità.
Attraverso i verbali del Processo Ereticale istruito dalla Santa Inquisizione di Palermo dal 15 dicembre 1640 fino al 20 dicembre dello stesso anno, conosceremo l’accusa rivolta a Joanna e il suo destino e – nell’epilogo del romanzo – l’autrice ci fornirà alcuni dettagli sulle motivazioni che l’hanno spinta a indagare sulla protagonista e a scrivere di lei.
Un bel romanzo che, tra dati storici e invenzioni legate al verisimile, ci consegna la vicenda di una donna forte, coraggiosa e sensibile, che merita di essere conosciuta e rimanere nei nostri cuori.
Recensione del libro
Joanna degli incanti
di Simona Lo Iacono
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Joanna De Austa: il coraggio di una donna del Seicento nel romanzo di Simona Lo Iacono
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