- Autore: Aleksandar Hemon
- Categoria: Narrativa Straniera
- Anno di pubblicazione: 2024
Per ricostruire una storia vera lontana oltre un secolo serve tanta fantasia, soprattutto se i dati che si possiedono sono pochi. Ne serve ancora di più se le informazioni si riducono all’osso, o addirittura ancora meno, giusto le basilari coordinate spaziotemporali. Forse, in casi come questi, rendersi sui luoghi della storia potrebbe far risorgere i fantasmi dei protagonisti, aprire le possibilità di sentirne le voci risuonare nei vicoli dove hanno camminato, trovare residui ancora presenti. Forse.
Il tempo e il luogo sono le sole cose di cui ho certezza: 9 marzo 1908, Chicago. Oltre c’è la caligine della storia e del dolore, e ora mi ci immergo.
Con questo incipit ha inizio Il progetto Lazarus, romanzo del talentuoso e strabiliante scrittore statunitense di origini bosniache Aleksandar Hemon, edito nel 2024 da Crocetti con la felice traduzione di Maurizia Balmelli; un testo meraviglioso non soltanto per il linguaggio e lo stile, uniti a un’indagine assai fondamentale sull’alterità e gli orrori umani, ma soprattutto perché più ci si immerge nelle sue pagine e più si dimostra altro rispetto a quello che sembra, a come si presenta, sparigliando gli usuali canoni della letteratura.
A darsi il cambio nel susseguirsi dei capitoli, tutti introdotti da alcuni scatti in bianco e nero, ci sono due storie: una vera e l’altra verosimile. La prima è quella di Lazarus Averbuch, un giovanissimo immigrato ebreo che ha abbandonato il grande impero russo, dove i pogrom nei confronti della sua comunità si fanno sempre più frequenti e sanguinolenti, per raggiungere la sorella Olga negli Stati Uniti. L’esistenza dall’altra parte dell’Atlantico, in quella terra della cuccagna che ha spinto milioni di individui a raggiungere l’America fino almeno alla metà del secolo passato, si dimostra però macchiata di miseria, povertà ed emarginazione, tutti elementi che il giovane uomo sente gravargli sul petto, mentre immagina a occhi aperti una vita semplice, normale, intessuta con il sogno di scrivere. Accade però che, un giorno, Lazarus si presenti a casa del commissario di polizia di Chicago; qualcosa succede, di inspiegabile e inspiegato, e pochi istanti dopo aver bussato, Lazarus viene ucciso a colpi di pistola. Era forse lì per mettere fuori combattimento il commissario? Faceva anche lui parte, come la maggioranza degli italiani e degli ebrei di quegli anni, della fitta rete di anarchici che intendevano sconvolgere l’assetto equilibrato dell’America? La stampa e la propaganda si impossessano del suo destino per macchinare i peggiori scenari, rimpinzando le braci della xenofobia con questi interrogativi deformanti.
La seconda storia è, come si diceva, quantomeno verosimile perché il suo protagonista e voce narrante ha molti punti in comune con l’autore. Aleksandar Henon, infatti, ha lasciato Sarajevo, sua città natale, per gli Stati Uniti nel 1992, per motivi di studio; ma, una volta messo piede su suolo statunitense, l’orribile guerra di massacro scoppiata in contemporanea non gli ha più permesso di rientrare in Bosnia, ed è negli States che, per annullare quel senso di impotenza e solitudine, ha cominciato a scrivere in inglese. Anche il protagonista, Brick, è un giovane scrittore dell’Europa orientale che vive a Chicago e ha perduto per gli stessi motivi dell’autore la sua Sarajevo, ed è ossessionato dalla vicenda di Lazarus. Scrittore in erba, con un forte peso di dipendenza dalla moglie americana, Brick riesce a ottenere una borsa e decide di intraprendere un viaggio in Europa, accompagnato da un amico d’infanzia, casualmente incontrato durante un evento, affinché quest’ultimo possa, con la sua macchina fotografica, immortalare i momenti salienti della ricerca.
È da queste premesse che il romanzo inizia a prendere le distanze. Le vicende di Lazarus restano infatti immerse nel mistero e lo stesso giovane ebreo, barbaramente assassinato, infesta le pagine come un fantasma senza pace, mentre intorno alla sorella si fa sempre più stretta tutta una ridda di giornalisti, poveracci e politicanti che ne storpiano le visioni e insozzano il lutto. Brick, invece, sembra perdersi totalmente fra le lande infinite dell’Europa orientale, senza bussola; la sua ricerca lascia spazio a pagine sincopate dove ora si parla di Sarajevo, ora di un hotel isolato dove si pratica la prostituzione, ora del senso profondo di isolamento e mancanza di radici che convive con qualsiasi emigrato. Non lo aiuta di certo, nelle sue indagini ben presto saltate in aria, la figura dell’amico fotografo, dedito esclusivamente a trangugiare litri di caffè, lanciare una barzelletta sporca o ricordare alcune scene dell’assedio di Sarajevo, dove non si capisce mai fino a che punto l’invenzione lasci spazio alla verità. E più si procede, più il lettore inizia a trovare curiosi rimandi: alcune scene, alcuni elementi fanno la spola fra la Chicago di inizio ventesimo secolo e l’Europa del nuovo millennio; ma chi ha prestato cosa a chi?
Picaresco e intelligente, Il progetto Lazarus è un’indagine tutta umana sulla solitudine e i ricordi, condotta da una penna che sa scavare, con ironia e grande abilità stilistica, il passato e il presente, l’universale e il personale di chi infrange una frontiera e va alla ricerca di storie che possano spiegargli cosa accade intorno e dentro di sé.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il progetto Lazarus
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