- Autore: Annamaria Turi
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2025
Messina, 31 dicembre 1799: uno sparo risuona nel palazzo dei Principi Marchese della Scaletta. Non è in segno di festa a fine anno, ma di protesta e di sfida, a cambiare il futuro, non solo della nobile famiglia siciliana. Si aprono le pagine del libro, comincia la vicenda narrata con passione e talento da Anna Maria Turi, nel romanzo Il principe dello stretto, pubblicato da Solfanelli, del Gruppo Tabula Fati di Chieti (agosto 2025, collana “Pandora”, 268 pagine).
Narrativa degna di Dumas padre, ricca di storia vera, dettagliata nell’amorevole connessione con i fatti e le località della Sicilia e Calabria, a cavallo del 1800. Un periodo rilevante per il Regno del Sud, conteso tra il vecchio e il nuovo, tra il cascame dei Borboni ferdinandei e le idee di libertà, uguaglianza e fraternità al seguito delle Armate dei generali di Napoleone Bonaparte, scesi nel Sud Italia dopo avere affrontato gli austriaci nel Nord.
Nel palazzo della Scaletta, il pomeriggio del giorno di San Silvestro, alla vigilia del nuovo secolo, viene firmato un atto notarile di una rara violenza, seppure esangue. Il principe Gregorio Marchese, alla presenza redigente del notaio Giuffrida, rogita di diseredare, disconoscere e allontanare il figlio Nicolò, nato dal primo matrimonio. La firma sul documento cambierà per sempre gli equilibri della famiglia. Il primogenito, “ospite muto”, subisce il suo destino, però a testa alta. Il principe padre lo accusa, tra l’altro, d’avere tradito la speranza, a lungo coltivata, di recuperare come bene dotale il feudo di Scaletta Zanclea, la roccaforte a difesa del porto di Messina. Don Nicolò al ritorno dopo dieci anni di misteriose avventure, si è rifiutato di sposare una Ruffo di Sicilia. Per questa e molte altre ragioni, tra padre e figlio i rapporti sono precipitati.
Revoco qualsiasi disposizione testamentaria da me fatta in precedenza. Attribuisco a mio figlio secondogenito Francesco la qualità di crede unico e l’intera quota di cui sono titolare.
Sono feudi, proprietà minori, castelli, palazzi, ville, cappelle, tombe in chiese e cimiteri cittadini e inoltre gioielli, argenterie, quadri, volumi antichi, più altri arredi degli antenati. Nei capoversi successivi, il testante dichiara il primogenito Nicolò decaduto dai suoi diritti per indegnità e infedeltà, nei confronti della casata dei Marchese della Scaletta.
Don Nicolò subisce in silenzio l’umiliazione, la vergogna agli occhi della famiglia, la decadenza da grande nobile di Sicilia e la scandalo perenne come uomo. Il padre rincara, dichiarando d’aver fatto il necessario, “come vuatri vedete”, affinché la proprietà non finisca un domani in mani di gente con cui non i Marchese non hanno nulla a che fare. L’ex figlio paga le sregolatezze, frequentazioni e legami impropri, a Messina come prima a Napoli, le convinzioni libertarie eversive, la ribellione contro la casata, la famiglia, la società. È ricercato dalla Gendarmeria reale. Se non lascerà la Sicilia al più presto, sarà imprigionato e forse impiccato.
Nicolò risponde con freddezza ostentata che che non importa quanto gli viene tolto, andrà in Calabria, incontro al nuovo destino, “ma voi sprofonderete nella vostra idiozia e nella vostra viltà”. Estrae una pistola da duello, si pianta a gambe larghe davanti al padre: “L’ultimo principe di quello Stretto che fu nostro sono io. E io sono il primo di una nuova dinastia, che lo dominerà dall’altra costa”. Spara contro la parete dietro la scrivania paterna, verso lo stemma di famiglia, con una stella a otto punte. “Il secondo colpo sarà per voi, se v’incontrerò nuovamente sulla mia strada!”. Allo scoppio il principe guarda lo stemma, poi si rivolge al figlio e lo maledice “nfinu a la settima generazione”.
Che scena, magistralmente raccontata, senza una sola virgola inutile o una battuta di troppo.
Si esaurisce il prologo convulso, col testamento che dirotta il maggiorascato sul secondogenito e si apre, retrocedendo al 1778, il romanzo di formazione di Nicolò Marchese - protagonista naturalmente anche il padre, Gregorio - e della moglie Sabina Sanderson, non aristocratica, ma borghese, figlia di uno speziale. Tanti e ben costruiti i comprimari, a partire dal domestico del diseredato, il fidato Alfio Maimone, di madre sicula e padre saraceno, di religione mista e anche lingua, seppure con prevalenza del siciliano. Brilla l’avventuriero affascinante e irrefrenabile Alphonse Louis Henrì de la Tour d’Auvergne, conte di Evreux, “semplicemente, monsieur Alphonse”. Il principe Gregorio lo considera una specie di stregone, “un essere luciferino”.
Si viaggia tanto, nel romanzo, a Istanbul, nel Libano, in Egitto, nell’Italia meridionale, fermandosi a lungo a Napoli, mentre gli echi della Rivoluzione francese risuonano sempre più vicini, portando sotto il Vesuvio gli aneliti dei nobili ideali libertari per qualcuno. Per altri, legati all’Ancient Régime, si palesa la minaccia delle baionette delle armate giacobine.
Documenti visionati dall’autrice attestano che il secondogenito di Gregorio, Francesco Marchese, ha sposato Marianna Ruffo, figlia del proprietario di Scaletta. Racconti tramandati riportano l’attraversamento dello Stretto da parte di Nicolò Marchese, principe della Scaletta, che tale si era qualificato. In Calabria, cambiò nome in Nicola. Secondo figli e nipoti, aveva perso tutto per amore della bellissima fanciulla bionda messinese, chiamata “l’inglese”, che a sua volta travisò il nome da Sabina a Isabella.
Anna Maria Turi, laureata in filosofia alla Sapienza di Roma e giornalista, è stata accreditata presso la sala stampa della Santa Sede. Ha lavorato per reti televisive pubbliche e private realizzando servizi nei Balcani, Libano, Iran. Quaranta i libri pubblicati, diversi all’estero.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il principe dello stretto
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