Ovidio è un autore poliedrico e le sue Metamorfosi sono quadri viventi: l’autore ci regala un’enciclopedia di miti in un mondo in cui gli dei sono creature come i mortali, e hanno con loro un rapporto stretto.
La terza sorella Mineide, Alcitoe, racconta, mentre sta filando la lana, la storia misteriosa e divertente di Salmace ed Ermafrodito.
Il mito di Salmace ed Ermafrodito
La trama è semplice: Mercurio e Venere (moglie di tutti gli dei) si amano e generano un figlio, Ermafrodito, che porta i nomi di entrambi i genitori e non sembra interessato alle questioni amorose, pur avendo raggiunto da poco la pubertà. Se ne va a cacciare in un bosco e incontra per caso un personaggio insolito, la ninfa Salmace; insolita perché è una ninfa trascurata da Diana, in quanto non ama la caccia e preferisce truccarsi e mostrare la propria femminilità. Ci sono false vocazioni verginale anche nel mondo pagano.
La donna vede il giovane dio bagnarsi nelle acque della fonte e, ammirata la sua nudità di efebo, impazzisce dal desiderio. Ma il suo comportamento è strano per una donna: non si trucca, non si abbellisce per il suo uomo, ma con impeto virile decide che Ermafrodito sarebbe stato suo. Un comportamento da uomo e non da donna, tra l’altro al servizio di una dea vergine. Rimane l’istinto della caccia, che si rivolge a un bersaglio diverso da una cerva o un orso.
Ovidio nel racconto insiste (in verità in modo voyeuristico) nell’espletamento della bellezza adolescente del malcapitato, che strepita tra le grinfie della ninfa assatanata. Ermafrodito non vuole saperne di Salmace, resiste come una vestale, anche se lei cerca di eccitarlo, mostrandosi in seguito frustrata dell’impossibilità fisica di raggiungere e completare l’unione carnale.
Ovidio si diverte a prendere in giro questi goffi tentativi di accoppiamento, amplifica a scena fino alla preghiera finale di Salmace, che invoca gli dei per rendere possibile un’unione definitiva dei due corpi. E così avviene. Di due corpi diventano uno solo, ed Ermafrodito perde la sua virilità, tanto che chiede agli dei genitori di rendere maledetta la fonte che avrebbe la capacità di rendere femmine gli uomini, ottenendo una risposta positiva.
Quello di Ermafrodito e Salmace è un mito scabroso per l’argomento, e nello stesso tempo ironico, perché la passione e il desiderio sessuale femminile vengono visti come un terremoto che rende gli uomini folli e impotenti. Una femmina fututrix viene considerata come un incubo che rammollisce l’onore virile per il modo di pensare maschilista dei Romani, che avevano un culto addirittura sfrenato della mascolinità e mai avrebbero preso in considerazione l’uguaglianza femminile nel desiderio amoroso. Dee, regine e matrone dovevano imparare che il posto della donna era il focolare e lì doveva rimanere.
Il mito di Salmace ed Ermafrodito è violento, ma è ambientato in un luogo lacustre in cui può accadere di tutto. L’estate immobile che sarà di D’Annunzio.
Il mito nella storia dell’arte e nella musica
La vicenda del dio e la ninfa sarà ripresa dalla pittura del ferrarese Ippolito Scarsella, detto Scarsellino, pittore del 1500, e da Annibale Carrocci a Roma. Il soggetto non era comune nel Cinquecento, ma i due pittori lo resero immortale.
Se l’arte lo considerò poco, dobbiamo invece considerarlo uno dei pochi miti ad attirare l’attenzione di un complesso rock come i Genesis. Questi crearono una canzone di particolare bellezza, in cui l’atmosfera è favolistica e gli strumenti vengono utilizzati in modo meraviglioso.
La storia, poco comune ma intensa, si presta a una dissacrazione dei miti e della società del tempo di Augusto di cui Ovidio fu cantore e vittima. In sostanza una storia trasgressiva e nello stesso tempo foriera di significato.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il mito di Salmace ed Ermafrodito: una curiosa storia di intersessualità
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