Da piccoli sfogliavamo curiosi gli albi illustrati, dove il disegno integrava il testo, al fine di prendere dimestichezza con la scrittura. Mutatis mutandis, uno dei rari esempi in cui anche la narrativa adulta si appoggia al linguaggio delle immagini in condizione di parità è “Il castello dei destini incrociati” di Italo Calvino che sale sul podio del “romanzo iconico”, composto da parole e figure dei tarocchi a proporre un nuovo modo di raccontare perché l’afasia, vedremo più avanti, non può sopprimere la necessità del racconto. Per darvi un’idea concreta di come è fatto il libro, ecco la spiegazione del Langella:
La pagina del libro da un punto di vista grafico riproduce le carte da gioco che hanno una funzione complementare rispetto al testo stampato: le riproduzioni dei tarocchi stanno a corredo dello stampato, occupano una posizione periferica o perimetrale, ma svolgono anche un ruolo di integrazione semantica del messaggio
“Il castello dei destini incrociati”: come nasce il libro
Nel luglio del 1968 Italo Calvino partecipò a una conferenza del semiologo Paolo Fabbri a Urbino, al Seminario internazionale sulla struttura del racconto, dedicata al tema Il racconto della cartomanzia e il linguaggio degli emblemi. Ricavò da qui l’idea di costruire un percorso narrativo a partire dalle carte dei tarocchi, in cui già alcuni semiologi sovietici avevano individuato un vero e proprio sistema di segni. Il meccanismo sfrutta i pregiati tarocchi viscontei, miniati da Bonifacio Bembo per i Visconti, duchi di Milano, intorno alla metà del Quattrocento, un capolavoro dell’arte miniaturistica rinascimentale.
Come il romanzo Le città invisibili del 1972, anche questo testo risponde alla logica combinatoria che fa della letteratura una struttura rigorosa e metodica, ma aperta, a rispecchiare il bisogno dello scrittore di “sfidare il labirinto” cercando di dare ordine al disordine.
Il romanzo fa parte di un progetto a polittico in tre volumi rimasto incompiuto. La definizione calza a pennello, perché Calvino era interessato alla realizzazione di un romanzo pittorico impostato sugli incroci tra parola e immagine.
Il primo è Il castello dei destini incrociati ambientato nel medioevo con i tarocchi viscontei. Fu pubblicato per la prima volta nel 1969 su commissione di Franco Maria Ricci di Parma in un pregiato volume a tiratura limitata.
Il secondo, di sfondo rinascimentale e rimasto incompiuto, è La taverna dei destini incrociati dove i tarocchi del mazzo visconteo vengono sostituiti da quelli marsigliesi meno raffinati quanto a linee, colori, materiali.
Rimase sulla carta il terzo, Il motel dei destini incrociati, che avrebbe dovuto sfruttare l’iconografia del fumetto per dare voce alla solitudine dell’esistenza on the road, il cui centro di aggregazione doveva essere il non luogo di un motel.
“Il castello dei destini incrociati” di Italo Calvino: trama e analisi
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È possibile raccontare la vita attraverso i tarocchi?
Nel corso di viaggi che si svolgono in un universo astratto e indefinito, un gruppo di dame e cavalieri giunge in un castello. Il luogo diventa una sorta di sosta obbligata a fronte dei pericoli nella selva circostante, a metà tra il ristoro di una locanda e la prigionia. Non si conoscono. Sembra che a causa di un incantesimo abbiano perduto la parola. Le parole non sono più sufficienti per esprimersi come accade a Dante nel Paradiso? Oppure ad essere messa in crisi è la narrazione tradizionale?
Com’è come non è, l’oste fornisce loro un mazzo di tarocchi. Una volta seduti intorno a un tavolo, la brigata dispone in fila le carte sfruttandone la simbologia e ciascuno racconta a turno sia la propria storia, sia le ragioni che lo hanno condotto lì. Un cavaliere errante crea una sequenza “parlante” di carte mettendo sul piatto Il Cavaliere di Coppe. Il secondo ospite inserisce le sue, di carte, nella sequenza altrui e crea una combinazione che si presta a una lettura, verticale e orizzontale, dall’alto in basso e da destra a sinistra. E via gli altri di questo passo. Viene in mente lo Scarabeo, dove il giocatore compone le parole sul tabellone a patto che abbiano in comune almeno una lettera con la parola già presente. Oppure le parole crociate a schema libero. I personaggi comunicano in questo modo e nel farlo incrociano i loro destini in un microcosmo che riproduce le traiettorie, infinite, della vita dove le storie - del ladro, della sposa, dell’ingrato, dell’alchimista ed altre ancora -, si sovrappongono, mescolano, confondono su tracciati inestricabili nel segno dell’incompletezza e dell’indeterminato.
La particolarità è che le carte sono "finite" e, se la memoria non mi inganna, Calvino non le usa tutte. Invece incroci e sequenze si aprono alla categoria del possibile che è "infinito":
Le ultime due carte della fila erano lì sul tavolo. La prima era La Giustizia che già avevamo incontrato, sormontata dal fregio del guerriero al galoppo. Segno che i cavalieri dell’Armata di Carlo Magno seguivano le piste del loro campione, vegliavano su di lui, non rinunciavano a riportare la sua spada al servizio di Ragione e Giustizia. Era dunque l’immagine della Ragione quella bionda giustiziera con spada e bilancia con cui lui doveva in ogni caso finire per fare i conti? Era la Ragione del racconto che cova sotto il Caso combinatorio dei tarocchi sparpagliati? Voleva dire che comunque giri poi viene il momento che lo acchiappano e lo legano, Orlando, e gli ricacciano in gola l’intelletto rifiutato? Nell’ultima carta si contempla il paladino legato a testa in giù come L’Appeso.
Calvino si misura con il gioco dei possibili narrativi, proponendo un universo congelato in forme eterne e reversibili, dove ogni cosa si rovescia nel suo contrario a dire quanto l’esistenza appaia condannata a ruotare e a perdersi in una combinazione infinita. Questo universo si avvale della tradizione fiabesca, romanzesca, letteraria; dei modelli di Borges dei racconti La biblioteca di Babele e Il giardino dei sentieri che si biforcano; degli Esercizi di stile di Quenau e dell’amato Ariosto. La sua personalissima rivisitazione, guida e omaggio all’Orlando Furioso del 1970 è quasi contemporanea alla stesura del romanzo.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Il castello dei destini incrociati”: analisi del romanzo pittorico di Italo Calvino
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