Il Cinema Blu
- Autore: Vincenza Scuderi
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2025
Ho sognato nella mia vita, sogni che son rimasti sempre con me, e che hanno cambiato le mie idee; son passati attraverso il tempo e attraverso di me, come il vino attraverso l’acqua, ed hanno alterato il colore della mia mente.
Lo scriveva Emily Brontë nel suo capolavoro indiscusso, Cime tempestose, ma, se non lo sapessimo, potremmo pensare che a pronunciare una frase simile sia stato un personaggio di un’altra epoca, protagonista di un romanzo che nulla ha a che vedere con la brughiera inglese, e nato dalla penna della scrittrice, traduttrice e docente Vincenza Scuderi. Parliamo di Mario, diciottenne quasi diciannovenne, che impariamo a conoscere nel romanzo Il Cinema Blu (pubblicato da Villaggio Maori Edizioni nel 2025) quando è a pochi giorni dal suo esame di maturità.
Ci aspetteremmo allora di vederlo alla scrivania a ripassare, in uno spazio delimitato e traboccante di parole, quando invece ad attirare Mario è una sala cinematografica a scomparsa, che in base alle stagioni dell’anno abita il "mondo di sopra" o quello di sotto, coperto o scoperto, visibile o invisibile, e che prende il nome di Cinema Blu. Un edificio a metà tra il possibile e il fantastico, che valica la soglia della Storia potenziale – quella novecentesca, per la quale è quasi obbligatoria la maiuscola – e si fa meraviglia romanzesca, o per meglio dire dispositivo di amplificazione. Di che cosa? In breve, del fascino mirabolante della settima arte.
Prima di capirlo, però, l’opera architettata dall’autrice ci chiede di essere attraversata stanza per stanza. Di farci da contenuto e da contenitore, da luogo di produzione (o di origine) a prodotto finale, come accade in ogni metonimia che si rispetti. Ci prega di riconoscere – fra un’allusione e l’altra – le strade, le abitudini e le alterne vicende della città siciliana di Catania, ma collocata in un universo alternativo in cui viene quasi azzerata la distanza con l’eco boema di Praga, e con il cinema francese e tedesco dei primi decenni del XX secolo. Partiamo quindi dal microcosmo di Mario per addentrarci in un dedalo di riferimenti reali e di occasioni oniriche che oltrepassano la sua epoca e la nostra, per proiettarci in (e per proiettare) una ramificazione di tempi e di spazi narrativi da capogiro.
Magia del cinema, si dirà, ma parallelamente – e specialmente – di una fantasia a dir poco temeraria, grazie a cui Vincenza Scuderi scardina i paletti dei generi e li trascende, dando forma a una collana di metafore che si rivelano essere tutte facce della stessa medaglia, anzi, della stessa figura geometrica. Quando Mario raggiunge mediante una botola i sotterranei dell’edificio, seguendo la ventenne quasi ventunenne Ester Libuše, e vede accendersi alla sua destra e alla sua sinistra le lampade magiche che, intersecandosi, generano “quattro tetraedri congruenti ma non platonici”, la sensazione che prova è infatti quella di avere davanti a sé un ottaedro simile a “una specie di occhio spigoloso, al cui centro stava sospeso, a mo’ di pupilla, un piccolo tetraedro regolare: il simbolo del cinema”, in cui ogni faccia “era contraddistinta da un diverso colore sfumato”, pronta a mostrarsi agli occhi del ragazzo come una storia in attesa di essere osservata, ascoltata. Penetrata.
Così, prende le mosse di paragrafo in paragrafo un incantesimo ancora più pervasivo di quello di una normale macchina da presa, che ci costringe a una vertiginosa mobilità e precarietà di ambientazioni, di linguaggi e di significati. Si avvicendano le voci narranti e i personaggi letterari, i setting e i momenti della giornata, e tutto ci scorre davanti come all’interno di una pellicola impazzita, montata secondo un ordine sacro e incomprensibile da una mano che fa pensare a quella di Alfredo in “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore e alla bobina senza etichetta che lascerà in dono a Salvatore. Eppure, come già dicevamo, oltre a un sofisticato sistema di ascisse capace di sbalzarci fuori dalla crono-logia a cui siamo abituati, Il Cinema Blu ha in sé anche un mirabolante rapporto con le ordinate, per via del quale lo scorrere del tempo è correlato a un universo spaziale dai tratti surreali e porosi, paragonabile al genio poliedrico di Escher e prima ancora di Piranesi, come pure all’omonimo e più recente Piranesi della scrittrice inglese Susanna Clarke.
Lo stile agile, sagace e immersivo di Vincenza Scuderi ci fa quindi da guida virgiliana, fungendo insieme alle brillanti illustrazioni di Serena Aiello da unica costante possibile (peraltro con il suo illuminante apparato di note conclusive), man mano che ci addentriamo negli anfratti di una creatura fatta di inchiostro, di luci e di ombre, lunga poco più di ottanta pagine, o poco più di ventiquattr’ore, o forse interi decenni, e caratterizzata dall’accorata precisione che solo una cartografa saprebbe dedicare alle sue mappe geo-simboliche.
Il risultato è un’avventura archetipica e multiforme, in cui ci si muove con stupore e piacere: spiazzati e divertiti, poi colpiti e affondati, e ancora sollevati e sommersi, travolti e stravolti, con una fragile bussola fra le mani e un compasso di suggestioni che frullano per la testa, a ricordarci il potere della scrittura e delle pellicole, dei finali aperti e delle sale chiuse – nonché la bellezza soffusa, beffarda, e tuttavia irresistibile, delle domande da cui si diramano innumerevoli e autonomi cortometraggi interiori, che non aspettano altro che di diventare gli straordinari capolavori di domani.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il Cinema Blu


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