Herbert Marcuse durante una conferenza a Berlino nel 1967, © Isaactrius / CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Il nome e la vita di Herbert Marcuse sono strettamente legati a quelli di Theodor Adorno e Max Horkheimer filosofi con i quali diede vita a quella teoria critica della società che ancora oggi costituisce il tratto distintivo più riconoscibile della Scuola di Francoforte.
Ebreo ed emigrato negli Stati Uniti all’alba del Nazismo, come molti suoi colleghi, Herbert Marcuse sviluppò il suo pensiero nel nuovo continente: qui elaborò le sue teorie più interessanti sulla società del capitalismo avanzato, che analizzò attraverso una originale revisione delle categorie marxiane e freudiane.
Le sue opere più famose furono il pane quotidiano di molti studenti universitari che diedero vita al movimento del Sessantotto ma la filosofia di Herbert Marcuse ebbe anche uno spiccato carattere premonitorio: molte sue riflessioni risultano, infatti, ancora oggi quanto mai attuali e feconde.
Riscopriamo, allora, insieme la vita, le opere e il pensiero di Herbert Marcuse.
La vita e le opere di Herbert Marcuse
Di famiglia ebraica berlinese Herbert Marcuse (Berlino, 19 luglio 1898 – Starnberg, 29 luglio 1979) studiò filosofia, germanistica ed economia dapprima nella capitale tedesca, dove si avvicinò anche all’SPD (il partito socialdemocratico tedesco), poi a Friburgo, dove fu allievo di Husserl e Heidegger, dei quali subì un’influenza profonda, pur tentando, anche nella prima fase del suo pensiero, di aprirsi a una considerazione più materialistica della storia, di orientamento marxista.
Nel 1933, con l’ascesa al potere di Hitler, fu costretto ad emigrare: si trasferì dapprima a Ginevra (dove era stato temporaneamente trasferito l’Istituto per la ricerca sociale di Francoforte) poi negli Stati Uniti, a New York, dove oltre a insegnare collabora anche con enti governativi, e, dopo la fine della guerra, a San Diego in California. Sono di questo periodo le opere più originali e mature che ebbero grande risonanza anche in Europa.
Proprio in Europa, negli anni Sessanta e Settanta, tornò spesso per tenere frequenti conferenze e seminari: molti studenti europei individuarono nelle sue critiche al capitalismo l’espressione più coerente del loro bisogno di un radicale cambiamento sociale.
Oltre ad alcuni studi di carattere storico-filosofico su Marx ed Hegel, tra le sue opere più celebri ricordiamo:
- L’autorità e la famiglia (1936);
- Eros e civiltà (1955);
- L’uomo a una dimensione. L’ideologia della società industriale avanzata (1964)
- Cultura e società. Saggi di teoria critica (1933-1965).
Herbert Marcuse e la repressione capitalistica del piacere
Nella sua fase matura Marcuse muove da un originale recupero dell’ultimo Freud e nota che la civiltà si è potuta sviluppare solo a costo di reprimere gli istinti e in particolare il principio di piacere che Freud poneva alla base dell’uomo. Più che la civiltà, che reprime gli istinti quel tanto che basta a garantire la possibilità della vita associata, secondo Marcuse è la società di classe a mettere in atto una repressione addizionale, ovvero un surplus di rimozione che impone di destinare tutte le energie psichiche e fisiche individuali a scopi lavorativi e produttivi. In altri termini, le società del capitalismo avanzato impongono un livello più alto di repressione, rispetto a quello che sarebbe necessario per mantenere l’ordine sociale, e, invece di condurre l’uomo a una progressiva liberazione, reprimono il bisogno umano di felicità e di piacere. Il corpo, in questo modo, viene dis-erotizzato, depauperato del piacere (inteso in senso lato, non come mera sessualità), e la sessualità è ridotta a puro mezzo di procreazione. La stessa vita è regolata, ora, dal principio di prestazione: il lavoro e la fatica diventano gli unici scopi di un’esistenza dove la possibilità di godere insieme agli altri viene relegata a un ruolo marginale.
L’uomo moderno, poi, non imputa al capitalismo questa privazione del piacere ma finisce per considerarla una condizione normale: è l’individuo che sceglie di reprimersi perché ritiene il lavoro e il perseguimento della ricchezza e del successo economico i fini più alti da perseguire. Per questo Marcuse parla di autorepressione e richiama il mito di Prometeo per rappresentare l’umanità contemporanea: l’eroe del mito è, infatti, l’emblema dell’uomo che produce, che inventa, che si ingegna per migliorarsi e progredire.
A Prometeo Marcuse contrappone, invece, Orfeo e Narciso. Il primo canta, intuisce, quindi, un mondo senza repressione, mentre il secondo contempla sé stesso, consacrando la sua vita alla bellezza. Con queste due altre immagini Marcuse allude all’arte, dominio dove il piacere represso e rimosso ritorna, e dove il desiderio umano di libertà trova la propria espressione, grazie a una pratica scevra dall’alienazione. Orfeo e Narciso, allora, diventano i simboli di una ribellione a quella logica del lavoro e della fatica che anche la filosofia aveva contribuito a promuovere squalificando tutta la sfera dei sensi, e quindi del piacere.
L’arte, invece, come già pensava Schopenhauer, viene considerata da Marcuse come una via di liberazione, un’attività con la quale è possibile rovesciare la società capitalistica – non a caso uno dei più celebri slogan del Sessantotto fu:
“l’immaginazione al potere”.
Anche nella storia assistiamo a un movimento che va nella stessa direzione: idealmente la storia dovrebbe tendere a una “ri-sessualizzazione” dell’uomo, ovvero a rendere di nuovo il suo corpo luogo del piacere e non solo della fatica, consentendogli di vivere un’esistenza che sia un libero gioco. Per Marcuse la realizzazione di una civiltà non repressiva è una possibilità concreta, oltre che un ideale, dal momento che lo stesso capitalismo sta realizzando le premesse per la sua abolizione: nel tempo presente, infatti, assistiamo a un crescente sviluppo tecnologico e a una progressiva automazione che liberano l’energia umana e offrono la possibilità di quote crescenti di tempo libero: ciò, secondo Marcuse, agevolerebbe la trasformazione del lavoro in un’attività libera e creativa.
Alienazione e rivoluzione in Herbert Marcuse
Ne L’uomo a una dimensione (1964) Marcuse approfondisce la sua riflessione politica e propone un’altra via di liberazione dal capitalismo, alternativa all’arte. L’uomo a una dimensione è, fondamentalmente, l’uomo contemporaneo, talmente massificato e alienato, appiattito, quindi, sulla sola realtà che vive, quella della società capitalistica, da non riuscire neanche a immaginare possibilità di vita diverse.
A tal proposito Marcuse critica sia la democrazia, sia la tolleranza, sia la libertà, come valori fondanti delle società moderne. La democrazia è, infatti, solo formale, dal momento che le decisioni sono prese sempre e soltanto da pochi; lo stesso vale per la tolleranza, ammessa finché non ci si ribella al sistema, quando quest’ultimo viene messo in discussione la tolleranza stessa diventa repressiva. Infine, Marcuse considera la libertà, in special modo quella sessuale: anche in questo caso – nonostante le aperture che già negli anni Sessanta era avvenute verso il divorzio e i rapporti omossessuali – si tratta di un’illusione: la sessualità, nel nostro sistema capitalistico, diventa tecnica di marketing, nella pubblicità, e viene liberalizzata a tal punto da dar vita a un mercato estremamente redditizio (Onlyfans docet).
Alla base della società capitalistica, dunque, per Marcuse riposa un’insanabile contraddizione: c’è la possibilità, almeno potenziale, di possedere tutti i mezzi per soddisfare i bisogni umani ma tale possibilità convive con una politica che, da un lato, nega ad alcuni gruppi sociali di appagare anche i bisogni primari, mentre ad altri consente l’appagamento di bisogni finanche fittizi.
Tutto questo dà luogo a una situazione soffocante per gli individui e porta con sé la necessità di un cambiamento radicale: ecco, allora, che Marcuse trova nella rivoluzione l’altra via di fuga dal sistema capitalistico.
Molto attuali sono, a tal proposito, le riflessioni che Marcuse svolge riguardo ai protagonisti di questa impresa: non tanto gli operai che, ormai, oltre ad essere una classe sociale in via d’estinzione, sono anche completamente “organici” al sistema capitalistico, e sono talmente appiattiti da esso da non riuscire ad immaginare delle alternative; quanto, piuttosto, tutti gli “esclusi” dal capitalismo, ovvero i disoccupati, gli immigrati, i nullatenenti, gli studenti anche.
Lo stesso Marcuse, tuttavia, considera la rivoluzione un’utopia irrealizzabile ma comunque essenziale: egli afferma che a tutti coloro che restano ai margini di questo supposto sistema democratico spetta il compito di compiere il Grande Rifiuto, ovvero, se non la rivoluzione, l’opposizione a quel sistema, atto che consentirà almeno di porre un argine a situazioni e a istituzioni intollerabili.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Herbert Marcuse: vita e pensiero del filosofo che ispirò il Sessantotto
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