Gomòria
- Autore: Carlo H. De’ Medici
- Genere: Horror e Gotico
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Cliquot
- Anno di pubblicazione: 2018
Sono tanti i pregi dell’editore Cliquot; il suo catalogo regala perle e i suoi libri, estremamente curati, sono una vera gioia per lettori e lettrici. Fra questi pregi e queste perle va aggiunta la riscoperta di un autore incasellabile e di certo unico nel panorama della letteratura italiana, Carlo H. de’ Medici, un individuo del quale sono più i misteri che i dati certi in nostro possesso: nato nel 1887, fu giornalista, illustratore, scrittore e soprattutto uno studioso di scienze occulte, i cui libri, a volte letteralmente introvabili, fanno della narrativa gotica la vena centrale, unita a un’incredibile capacità stilistica e a rimandi decadenti. Il primo di questi a entrare nel catalogo Cliquot è stato, nel 2018, il capolavoro Gomòria, in un’edizione impreziosita dalle illustrazioni dello stesso autore.
Gaetano Trevi era l’ultimo rampollo di una illustre famiglia della Maremma, originaria di Grosseto: i Trevi di Montegufo, marchesi della Malanotte. […] Piccolo, magro, anemico e nervoso, le guance infossate, il naso aquilino e osseo, le mani mingherline e asciutte, egli non aveva che un punto di sutura coi feroci suoi antenati: l’occhio, l’occhio vivo, penetrante, coraggioso, d’un colore grigio freddo d’acciaio. […] Non era bello ma era piacente per la sua pallidezza quasi trasparente, per la sua fragilità femminea, per il suo aspetto delicato, che facevano rammemorare certe incisioni del Mantegna dai tratti sbiaditi, indecisi e sfumati.
Così ci viene presentato, a poche pagine dall’inizio del romanzo, il protagonista di Gomòria; ultimissimo discendente di una famiglia oramai prossima alla scomparsa, Gaetano Trevi ha ereditato dal nobile ramo della casata non tanto gli ardori guerrieri, quanto una valanga di denaro contante, talmente tanto e copioso da potersi permettere una vita a dir poco fiabesca. La reggia nella quale spende i suoi giorni napoletani rigurgita opere d’arte, monili, drappeggi, marmi pregiati e quadri dall’incalcolabile valore, nonché una sala da pranzo suddivisa in innumerevoli ambienti, ognuno con un tema ben preciso, così da potersi immergere, a ogni pasto, in un contesto assolutamente nuovo e inverosimile, viaggiando fra paesi ed epoche diverse. Anche la vita fuori dal palazzo, un tempo, è stata per il protagonista un’epopea priva di limiti, così come le passioni che lo hanno sempre accompagnato, dall’ippica alle autovetture, senza dimenticare le belle donne. Ma quando lo incontriamo nella narrazione, quella che ci viene descritta coi canoni della letteratura decadente di fine ottocento e inizi del secolo successivo è diventata una prigione dorata; Gaetano Trevi si è rinchiuso fra le alcove lussuose, in quasi completa solitudine, e i morsi della noia, di una vitalità spenta fino quasi al buio totale lo rodono da dentro. A nulla possono le donne, l’amore (questo sconosciuto) né nient’altro, anche se il lusso viene ancora spinto fino all’estremo. Ed è così che Gaetano Trevi si ritrova, improvvisamente e inaspettatamente, al lastrico. Non gli restano che due cose da fare. Anzitutto organizzare un’ultima festa, parossismo ultimo di smodatezza e sregolatezza; così si rivolge, a inizio serata, ad alcuni dei suoi ospiti:
È una serata d’addio… Parto, ma non piglio moglie, né mi faccio frate. Fuggo, perché sono fallito. Sì! Il come non importa, e rimedi io non ne conosco e non voglio cercarli. Parto per un maniero diroccato e lontano… domani, qui, venderanno tutto, profaneranno… Cominciamo dunque noi stessi a profanare fin da questa sera. Volevo dare una festa, l’ultima, ma tale da lasciare ricordo […] La mia prima idea era stata di farvi assistere al mio funerale […] Ho cambiato idea, e siccome sarà l’ultima volta che potrò maneggiare l’oro con le mie dita prodighe, voglio maneggiarlo forsennatamente fino all’alba, in un’orgia aurata.
Poi, come accennavano le sue parole, non gli resta che raggiungere, con quel poco denaro che ancora gli resta, la sola e ultima sua altra dimora di proprietà, sgarrupata e dismessa, nella terra degli avi.
La Malanotte non era un castello, non era una rocca; era un rudero quasi crollato, ricoperto da edere immense e da muschi secolari: il triste avanzo di un passato di gloria.
La Malanotte si ergeva tetra e inospitale sui declivi delle colline, fra le querce e gli ulivi contorti, e guardava la Maremma sterminata, solitaria e sconsolata, con gli occhi ciechi delle sue finestre. […] pareva un fantasma con la sua ombra nera dentellata da merlature, con le sue finestre senza persiane, col suo tetto corroso e con le sue quattro torri basse e tarchiate che si sgretolavano… e non era egli forse il fantasma di quella vecchia casa?
La nuova lugubre dimora, le cui fondamenta affondano in antiche leggende e dicerie scabrose e orripilanti, fa piombare il protagonista in fondali ancora più oscuri; a poco serve la sola altra presenza, Zimzerla, una ragazzetta incontrata anni prima, letteralmente raccolta dalla strada, e che gli si era materializzata improvvisamente davanti proprio nel momento della partenza. Unica apparente consolazione è la libreria della Malanotte, un’immensa sala capeggiata dal ritratto di un antenato in una cornice nera, le cui centinaia e centinaia di volumi accatastati raccolgono tutto lo scibile delle arti esoteriche: manuali di evocazioni demoniache, trattati di tecniche infernali, scienza nera, scritti di alchimia, traduzioni di raccolte magiche orientali, opere di papi e sciamani, mistiche medievali e stregoni settecenteschi, antologie di visioni, diari di pazzoidi e un orribile volume rilegato, stando alla dedica, in pelle umana. Dopo un iniziale moto di ribrezzo, Gaetano Trevi inizia a leggerne le pagine, accompagnato dalla presenza della ragazzina che si fa sempre più pressante e opprimente.
La solitudine e la miseria scavano ancora più a fondo; in Gaetano Trevi
ogni energia era morta: la forza fisica atrofizzata e la forza di volontà svanita nello scoramento. Egli era un vinto; e ci sono certe disfatte dalle quali non ci si rialza.
E mentre le visioni si fanno più angoscianti, le turbe più immobilizzanti e gli incontri sempre più foschi, al protagonista non resta apparentemente che una sola cosa da fare: vendere la propria anima ai demoni. Con la quasi certezza, poi, che non ci sarà redenzione possibile per chi si è troppo invischiato nei mali dell’uomo.
Sono poi una ridda di scene, premonizioni e violenza, le ultime pagine di Gomòria, un gioiello del gotico e del decadentismo che sembra scritto da una sorta di incrocio magico fra Huysmans (che lo stesso de’ Medici tradusse) e Rachilde e con un protagonista, Gaetano Trevi, dai tanti punti in comune con i più celebri Dorian Gray e Andrea Sperelli. Assolutamente imperdibile.
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