Un’ennesima dichiarazione di sfiducia verso scienza e ideologie caratterizza il componimento in versi liberi Dopopioggia di Eugenio Montale (1896-1981), tratto da Quaderno di quattro anni del 1977, composto nell’ultima stagione montaliana e che raccoglie temi e figure delle raccolte precedenti, tracciando un bilancio esistenziale in rosso: ironico, amaro, pessimista.
Nell’anniversario della morte dell’autore Premio Nobel, avvenuta il 12 settembre 1981 a Milano, riscopriamo testo e analisi della poesia.
“Dopopioggia”: testo della poesia
Sulla rena bagnata appaiono ideogrammi
a zampa di gallina. Guardo addietro
ma non vedo rifugi o asili di volatili.
Sarà passata un’anatra stanca, forse azzoppata.
Non saprei decrittare quel linguaggio
se anche fossi cinese. Basterà un soffio
di vento a scancellarlo. Non è vero
che la Natura sia muta. Parla a vanvera
e la sola speranza è che non si occupi
troppo di noi.
“Dopopioggia”: parafrasi commentata della poesia
Sulla sabbia bagnata dalla pioggia il poeta vede alcuni segni, lasciati probabilmente da uccelli, simili a ideogrammi cinesi. Però nei paraggi non individua nidi di volatili o simili. Pensa siano le tracce di un’anatra stanca o ferita a una zampa. Il poeta dichiara l’impossibilità di decifrare quei segni che un soffio di vento presto cancellerà. In chiusura aggiunge che la Natura possiede un suo linguaggio, ma “parla a vanvera” e si augura che essa non si occupi troppo dell’umanità.
“Dopopioggia”: la poesia sulla Natura indecifrabile
Il linguaggio della Natura è indecifrabile non tanto per l’incapacità dell’individuo, che ne ignora il codice di decrittazione, ma perché è la Natura a non obbedire ad alcun finalismo. Come per Leopardi è indifferente e, benché su piccola scala, essa non ha remore nel dimostrare la propria forza distruttrice qui rappresentata dal vento.
Dopo aver intrapreso un percorso conoscitivo alla ricerca di un nesso tra l’uomo e la natura con immagini scarne ed essenziali a mettere in secondo piano il soggetto lirico; attestata la loro dissonanza e la consapevolezza di un universale male di vivere, il poeta cerca un varco, la maglia rotta nella rete che pare offrire all’uomo la speranza di sfuggire alla precarietà dell’esistenza e attende l’epifania salvifica di una creatura femminile, di un visiting angel.
Infine, come testimonia Dopopioggia, si arrende al disinganno che nell’ultimo Montale assume contorni sempre più netti senza lasciare spazio a illusorie speranze. Ciò detto, il momento della ricerca, della quête, è fondamentale nel pensiero e nell’opera del poeta ligure che di sé scrive:
Io sono un poeta che ha scritto un’autobiografia poetica senza cessare di battere alle porte dell’impossibile, convinto che la vita ha un significato che ci sfugge. Ho bussato disperatamente come uno che attende una risposta.
Ma la sua tensione conoscitiva non si appagherà mai nel raggiungimento di una verità, a differenza del contemporaneo Giuseppe Ungaretti.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Dopopioggia”, la poesia di Eugenio Montale sull’indecifrabilità della Natura
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